La scrittura del ricordo


Progetto “Argento vivo” di AUSER del Centro sociale ricreativo culturale Il Mulino MARTA (80 anni) “Non tornerei indietro, ho sofferto tanto da bambina! Eravamo in troppi otto fratelli e ho patito tante voglie. Mio padre si è suicidato a quarantatré anni dal dolore procuratogli dai tedeschi che gli avevano bruciato tutto. La mamma era incinta ed il mio fratellino a dieci mesi è morto per la pertosse . Ora sono rimasti in cinque fratelli e lei si sente tranquilla ed ha gioito della vita matrimoniale che non le ha fatto mancare nulla. Ora purtroppo il marito ha avuto dei grossi problemi di salute ,dopo un lungo ricovero ospedaliero è finalmente rientrato a casa con grande trambusto organizzativo ma finalmente le cose si stanno mettendo al meglio. Nonostante non abbia più un minuto libero per me sono comunque soddisfatta! . GERARDINA (77 anni) Nata a Pompei rifarebbe tutto della sua vita tranne alcune cose: non si risposerebbe non riprenderebbe parenti in casa non aiuterebbe più così tanto i vicini di casa. Ha conosciuto l’amore a ventitré anni ed è stato amore a prima vista. A venticinque anni, giorno del matrimonio, ha fatto per la prima volta l’amore con lui ed è a Bologna che ha imparato bene a farlo. Purtroppo il felice matrimonio, a causa di un incidente mortale sul lavoro, è finito troppo presto, ha trovato un compagno e finché eravamo fidanzati, racconta, era una persona squisita, dopo tre mesi dal matrimonio si è trasformato, ho aspettato trentatré anni e poi l’ho mandato via non mi dava mai un sorriso, un appoggio, con gli altri era gentile e premuroso ed io dovevo assolutamente pensarla come lui altrimenti diventava una belva. Mi sono rovinata la vita, ora sto bene e bene lo devo stare per forza! E’ andata così e non porto odio devo reagire e per stare meglio do tanto agli altri. Ha gioito delle piccole cose ed ora rimprovera sempre la figlia dicendole: Io sto tutti i giorni con tante persone malate e sorridenti e tu ,che al contrario stai bene, sei sempre seria e storta! MARIA (83 anni) Eravamo in sei , un fratello è morto durante la guerra. Ora purtroppo tutti abbiamo dei gravi problemi di salute, io sono rimasta cieca, gli altri.... chi ha avuto un ictus, chi un tumore.. Avrei tante cose da raccontare ma faccio un riassunto della mia vita: sono nata a Rosola di Zocca sotto il Monte Questiolo, a venti anni sono venuta a lavorare a Bologna e da allora sono sempre rimasta qua, ho trovato il mio amore e siamo insieme da sessantotto anni! Ora è un momento difficile della mia vita perché essendo cieca dipendo da lui in tutto e per tutto, ma sono orgogliosa delle parole che mio marito ha detto la settimana scorsa a mia sorella: 'Spero che Dio mi dia la forza per poter accudire Maria perché io senza di lei non potrei vivere!' ADRIANA (71 anni) Sono ultima di dodici fratelli. Da piccola andavo a scuola a piedi e percorrevo tanti chilometri di strada. Orfana di madre morta per infarto , due bambine della mia stessa età! Mi prendevano in giro dicendomi che loro avevano la mamma e io no ! Per difendermi dalla rabbia le picchiavo. In famiglia erano contadini e cambiavano spesso podere e quando il padre parlava con i nuovi padroni veniva accusato di avere troppi figli lui rispondeva: Va beh adesso vado a casa e ne ammazzo qualcuno!!!!!!! ( in dialetto) Prima della guerra si stava decisamente meglio, dopo purtroppo hanno bruciato tutto ed un fratello di nome Adriano è stato in campo di concentramento per quattro anni poi fortunatamente è ritornato ma non ne ha mai voluto parlare! Io porto il mio nome perché si pensava che lui fosse morto, nel frattempo sono nati due fratelli e la sua risposta al ritorno della guerra me la ricordo ancora oggi fu: Ne ho visti tanti morire che avere due fratelli in più è un miracolo! Lui era più grande di me di due anni e litigavamo spesso, un giorno ho preso un bastone l’ho imbevuto nella cacca di mucca e per fargli un dispetto l’ho fatto girare e l’ho sporcato tutto e ho preso tante tante botte! Ricorda dell’infanzia un altro episodio avvenuto all’età di cinque anni : il padrone che viveva vicino a loro la incolpava sempre di uccidergli i pulcini, un giorno è andata nel pollaio è salita su un gradino e si è messa una corda intorno al collo con l’intento di giocare ma la porta si è aperta e lei è rimasta impiccata. Per fortuna è arrivata la padrona di casa che l’ha slegata ed è fortunatamente riuscita a salvarla! Da bambina ero sempre allegra , ridevo sempre ma ora a causa di gravi problemi di salute non riesco più a godere di niente e non ce la faccio più a pensare positivo e per tutto ora mi emoziono e piango disperata. FAUSTINA (83 anni) Nativa di Vignola la città delle ciliegie. All’età di sette -otto anni, la mamma lavorava nel mulino, lei aiutava in casa a spazzare e a pulire mentre le amiche andavano a divertirsi in Panaro. Al compimento dei quattordici anni la padrona di casa come ringraziamento le fece la dote. Iniziò poco dopo a lavorare alla frutta . Del periodo scolastico ha tristi ricordi : in terza elementare avevano la maestra soprannominata “PONDGA” perché era una talpa con gli occhiali, i figli dei signorotti le portavano sempre a scuola la frutta ed erano intoccabili! Loro invece venivano prese per i capelli e fatte girare intorno. Ha un triste ricordo di un evento che l’ha segnata per tutta la vita: la maestra le ha preso il quaderno, ha disegnato uno zero grande e con una spilla glielo ha legato dietro la schiena e l’ha fatta girare per tutta la scuola….che vergogna……Dell’infanzia ricorda la colonia del Duce fatta costruire sul fiume Panaro dove ci si recava di giorno e la sera si ritornava a casa e la colonia di Sestola dove i maschietti facevano scherzi e burle alle bambine ed a lei è successo più volte che le tirassero su il letto! Ricorda l’8 settembre ,giorno di ritirata dell’esercito italiano, lei abitava vicino al Teatro Medievale dove i soldati sostavano come caserma, furono fatti uscire tutti in fila per andare alla stazione e durante il cammino buttavano per terra i biglietti con gli indirizzi per dare notizie ai loro familiari. Io avevo dieci - undici anni ricordo che furono tutti caricati sui vagoni e portati nei campi di concentramento, anche un fratello fu preso e si seppe che morì per stenti. C’erano i repubblichini e la moglie di uno di loro durante i rastrellamenti si divertiva insieme alle amiche a deriderlo in tutti i modi. Nel piazzale impiccarono un giovane partigiano e nessuno si poteva avvicinare altrimenti gli sparavano. Ora vi racconto come ho incontrato il mio amore ed è stato il mio primo ed ultimo uomo. Abitavo a Vignola e andavamo spesso a ballare alla Casa del Popolo, capitava spesso che mi accompagnassero a casa ma quando mi facevano delle avance mi spaventavo. Lavoravo alla frutta ed un pomeriggio sono uscita insieme alla mia migliore amica ed al suo fidanzato che mi ha presentato un suo amico , la prima impressione non è stata nulla di che, mi è sembrato piccolino quasi insignificante. Poi sono andata a fare la stagione a Miramare ed al ritorno abbiamo ricominciato a vederci, faceva 34 km col motorino per venire a morosa ma lo meritavo : “ero guardabile” e dopo tre mesi mi sono concessa a lui. Era un ragazzo molto garbato, rispettoso e molto carino e quando arrivava col motorino Morini mi stimavo tanto! Quando ci siamo sposati non avevamo un quattrino, io ho pagato la cucina e lui la stanza. Di mestiere faceva il sindacalista e non mancava mai alla Casa del Popolo trascurando anche la famiglia però io lo capivo..forse perché ero molto innamorata di lui! Mi ricordo ancora quando per lavoro è dovuto star via da casa per due mesi ed io ho scoperto di essere incinta! Lui mi telefonava e si raccomandava sempre dicendo: fanne conto del mio comunista! NIVALDA (91 anni) Se ricordo la mia infanzia posso dire di essere stata bene finché non mi è venuto un fortissimo male ad una gamba che è durato per molti anni senza sapere cosa fosse..forse ho ereditato dalla mamma che era sempre a letto col male alle ossa. Nel bel mezzo della mia vita c’è il ricordo di un’appendicite in peritonite e di tre pleuriti! Eravamo in tre fratelli mia sorella Dionilla ed un fratello Renato il più piccolino, ora sono l’unica rimasta. Sono diventata mamma a ventisei anni , sono una ragazza madre e cosa vuol dire allevare un figlio sola lo so bene io, per lei ho sacrificato tutta la mia vita ma sono riuscita a garantirle un avvenire, pian piano grazie a soldi prestati sono anche riuscita ad acquistare un appartamento. Ho avuto anche un intervento per tumore al seno e sono stata fortunata a guarire. Ora da quindici anni sto meglio, ho tanto male alla schiena ma devo proprio dire di avercela messa tutta altrimenti non ce l’avrei fatta! VALENTINA (92 anni) E’ Nata IL 14/10/1924 ad Anzola Emilia, erano in dieci fratelli ed ora è l’unica rimasta. Da bambina era contadina ed andava a scuola a piedi. A casa avevano un allevamento di bachi da seta ed insieme agli altri bambini andavano a raccogliere le foglie per dargli da mangiare. Ricorda ancora la grande miseria , facevano la pasta in casa ed il padrone SUA ECCELLENZA LUIGI PEDERZONI le diceva : se fai la brava ti prendo con me a Roma a fare il viaggio di nozze, ma non doveva commettere lo sbaglio della sorella che si è sposata incinta!!!!!!!!!!! Ricorda ancora il tempo della guerra quando faceva la partigiana staffetta e portava tutti i giorni da mangiare ai partigiani e non aveva paura. Un giorno si è presentato un partigiano di Anzola e lei gli ha portato da mangiare nella stalla. Si è però poi saputo che era andato a fare la spia ma fortunatamente il giorno che la sono venuti a cercare chiedendo della ragazza grande e magra lei era andata a Bologna da sua sorella. Per vendetta hanno preso due suoi fratelli e li hanno mandati nei campi di concentramento, solo uno di loro si è salvato ma purtroppo è morto in un incidente stradale a Borgo Panigale. Durante i rastrellamenti fu caricato anche il parroco, all’arrivo dei treni salutò tutti con una preghiera e fu poi ucciso davanti alla sua parrocchia. A ventuno anni, raggiunta la maturità, si è sposata. Finita la guerra lei e il marito avevano il TAXI e le auto blu (noleggio con conducente) LUCIA ( 78 anni) In famiglia eravamo in trentuno, quattro coppie di sposi , il primo ad uscire di casa fu suo padre e per me fu una sofferenza perché eravamo in tanti cugini e giocavamo tutti insieme. Quando andava a trovare lo zio Alfredo si sentiva urlare: cosa sei venuta a fare qui! Torna a casa tua!!! E non le davano nemmeno la cena. Questa frase non me la scorderò mai più ed ora chi mi fa una gentilezza per me è oro! Del periodo infantile mi ricordo uno zio che faceva le corna a sua moglie e lei insieme a tutti gli altri dieci bambini lo hanno seguito e preso in flagrante e la nuora voleva annegarsi dal dispiacere. Ricorda anche quando arrivavano i padroni e tutti i bambini venivano chiusi nel porcile e gli dicevano: se state buoni e in silenzio quando arriva il “signorino” dopo vi friggiamo un uovo! Ora ho ancora una sorella ed un fratello, la sorella è proprietaria di sette/otto appartamenti a Borgo Panigale ma ha una rabbia ..perché deve pagare le tasse! Sono stata sposata cinquantaquattro anni, ora dopo la morte del marito ci ha messo un muro. A parlarne mi vengono le lacrime ma il mio cuore mi dice che dopo quattordici mesi che sono vedova mi sento rinata, ora vivo e non mi sento più dire “cretina”. Ora è bello telefonare , godo di un fiore, di piccole cose, mi piace tutto e più di tutto mi piace stare in compagnia. Ho avuto un solo figlio ma è venuto proprio come volevo io! Ora lotto con i soldi per arrivare a fine mese ma non mi dispero. ANGELA (79 anni) Della mia giovinezza mi ricordo soprattutto la paura che avevo di mio padre, diventata ragazzina mi diceva sempre di stare attenta con i filarini perché se mi fossi concessa prima del matrimonio mi avrebbe tagliato la testa con la mannaia! Mi sono sposata a ventiquattro anni con Benito ed ho perso la verginità. Sono stata bene con lui, non mi ha fatto mai arrabbiare, andavamo molto d’accordo ma purtroppo è morto presto, sono quindici anni che sono vedova, abbiamo avuto due figli ,una femmina ed un maschio ,ora vivo con mio figlio. Adesso ho una terza figlia : la mia cagnolina “Milù”, è una bastardina molto birichina, tanto intelligente e mi fa un sacco di compagnia! ANNAFRANCA (79 anni) Parlare del mio passato dopo aver sentito tante storie di sofferenza mi fa star male ma negherei a me stessa tante cose belle. Ho avuto una mamma ed un papà molto presenti e premurosi ma la cosa più bella della mia vita è stato l’incontro con mio marito. Era veneziano, vivevamo a Venezia ed stato amore a prima vista, è stata una storia meravigliosa! Abbiamo avuto due bambine che lui adorava poi purtroppo è morto e la mia vita dopo è stata un delirio. Mi è venuto il diabete dal dolore e mi sono ammalata di depressione, ora grazie alle figlie sto meglio, mi sono un po’ ripresa ma ancora oggi dopo trenta anni dalla morte sono ancora innamorata di lui e mi manca tremendamente. Ero insegnante, per un po’ ho insegnato poi mi hanno dato un incarico da segretaria e ho svolto questa attività fino alla pensione. Ho avuto diversi interessi ora la cosa a cui tengo di più è frequentare questi gruppi di incontro che mi permettono di condividere tante cose belle e per tutto ciò dico : GRAZIE. LIVIA (86 anni) Tutto mi è rimasto impresso della mia vita , sono nata nel 1930 a Bologna in via Azzo Gardino senza padre ( romagnolo) , ero la più piccola di tre fratelli : una sorella ed un fratello. I miei fratelli andarono in collegio e pure io al compimento dei sette anni fui messa in collegio. Finita la guerra il giorno della Liberazione abbiamo avuto il permesso di ritornare a casa , ora in via San Leonardo. In collegio avevo imparato la scuola di maglieria e così ho iniziato a lavorare a Casalecchio, in seguito ho fatto la commessa e nel negozio mi ricordo c’era un pianoforte al quale mi dilettavo nei momenti in cui nel negozio non vi era nessuno. Dopo sono andata a fare il famoso gelato “MORETTO”, poi ho lavorato in un hotel ed è lì che ho conosciuto un ragazzo che si è innamorato di me ed io di lui. A diciassette anni sono rimasta incinta ma quando gliel’ho detto lui mi ha risposto di essere già fidanzato quindi ho portato avanti la gravidanza e a diciotto anni ho partorito. Mio fratello che ricordo aveva un carattere molto scorbutico mi ha buttato fuori di casa e ho vissuto brutti momenti. Per fortuna a ventitré anni mi sono sposata con un amico di mio fratello ed abbiamo avuto una bambina. Ora sono bisnonna e mi sono trasferita qui vicino a mia figlia e vivo con la badante . Mio figlio abita vicino all’ippodromo e devo dire che si vogliono bene proprio come due fratelli!

La canapa “La canva”… Lavoro duro e faticoso del Centro sociale ricreativo culturale Il Mulino La terra doveva essere arata in novembre e poi tra la fine di febbraio e la prima metà di marzo si effettuava la semina: i contadini spargevano i semi contenuti in un canestro, “AL PANIR”, mentre altri lavoratori li ricoprivano prima con la zappa poi con il rastrello per spianare il terreno. Le seminatrici meccaniche stentavano a diffondersi per i costi eccessivi tutti a carico del mezzadro che per contratto doveva possedere gli attrezzi da lavoro. Gemma Una volta si coprivano i semi anche con le frasche. Maria Pasqua Una volta seminata, quando era ancora piccoletta, la si 'roncava': con il ronchetto si toglievano le erbacce cattive, così le piantine crescevano bene. Poi non si doveva più lavorare tanto; le piante diventavano così alte che non lasciavano entrare la luce e l’erba non cresceva… Luciana All’inizio d’agosto (o fine luglio a seconda della stagione) si tagliava la canapa. Una volta, prima dell’avvento della falciatrice, si tagliava a mano con un attrezzo chiamato “TRAIEN”, una sorta di falcetto con un manico lungo circa un metro. Gelsa Nel ferrarese noi lo chiamavamo “FALZINELA”, veniva legato con una corda fissata alla spalla per dare più forza e fare meno fatica. La canapa era bella dura! Nel campo rimanevano gli “SPROCC”, le radici con il pezzo di fusto tagliato, che poi raccoglievamo per bruciarli nel camino. Maria Pasqua La canapa tagliata veniva messa per terra in un modo particolare, a “GRIZA”: si disponevano le bracciate di canapa a lisca di pesce, per far sì che si asciugasse meglio, che non toccassero terra. Dopo tre o quattro giorni, quando la pianta era seccata, si sbatteva, sempre nelle ore più calde, per fare sì che la foglia si staccasse meglio. Che caldo! Poi veniva messo in piedi, una prima volta a forma di “PRILLA” (una sorta di capanna indiana) e quando era ben secca si appoggiava su un “BANCALE” e andava divisa in “MANELLE” a seconda della lunghezza; più le piante erano altre e più avevano valore. Questa operazione si chiamava “TIRER LA CANVA”… Rimanevano per ultimi i “PATOZZ”, i pezzi di canapa più corti, gli scarti che venivano legati e portati al macero. Da questa canapa più scadente si otteneva la stoppa. Le “MANELLE” venivano raccolte in fasci e poi la canapa veniva “SVETTATA”, si tagliava la cima. Ida Per fare un fascio servivano dodici “MANELLE”, messe una in un verso e una nell’altro. I fasci poi venivano legati fra loro per formare i “PUSTON” (sorta di zattere) che venivano messi nell’acqua del macero e affondati grazie al peso di grandi sassi. Maria Pasqua Per mettere i sassi eravamo sempre almeno in sei o sette e ce li passavamo uno a uno, ci si rovinava le mani! E spesso in mezzo ai sassi si trovavano delle bisce! Mia sorella non aveva paura, le prendeva e faceva degli scherzi a chi aveva paura. Renata Chi non era esperto “BECCAVA”, prendeva su i sassi dal mucchio per allungarli agli altri perché metterli sul “POSTONE” non era facile, andavano disposti in modo da mantenere l’equilibrio. La canapa veniva lasciata immersa a macerare 7 o 8 giorni. Veniva controllata più volte e poi, quando era pronta, si toglievano i sassi, si legavano i “PUSTON” e si procedeva alla lavatura delle “MANELLE”… Maria Pasqua Era brutto mettere i sassi ma era brutto anche quando li tiravamo via, era un lavoro pesante! Io stavo sempre in fondo al macero… Ma la cosa bella che mi ricordo è che mia madre, quando lavavamo la canapa, faceva dei grandi gnocchi fritti! E ancora mi ricordo con che piacere mangiavo lo “gnocco”. A volte, se il lavoro non era finito, io mangiavo là in fondo al macero… Ida Anch’io mi ricordo che al macero la “ZDOURA” ci portava una colazione molto ricca; una grande paniera piena di pane e prosciutto, melone e tante buone cose che alleggerivano la fatica. Una volta lavata la canapa veniva riportata a riva e con il carro, simile ad una slitta “ALZIN”, guidato dai buoi, veniva portata nei campi o nell’aia ad asciugare, stesa a ventaglio, formando di nuovo le “PRILLE”. Maria Pasqua Quando avevi finito di stenderla, se arrivava il vento si rovesciava tutto… e bisognava ricominciare da capo! Anche le piante di canapa tenute per la semente (i “CANVAZZ”) venivano tagliate; una volta essiccate si tenevano i semi e poi venivano fatte macerare come il resto della canapa… Maria Pasqua Noi non vedevamo l’ora di tirare i “CANVAZZ”. Quando anche i CANVAZZ” erano fatti, allora una sera a casa da uno, una sera a casa dell’altro si mangiava, si beveva e si faceva festa… e si ballava! Gelsa Mi ricordo che da bambina giocavo a fare finta di andare in bicicletta a cavallo di un “CANVAZZ”. Ora la canapa era bianca e una volta ben asciutta era pronta per essere separata dalla parte legnosa “STEC”… Questa lavorazione un tempo la si faceva a mano con un attrezzo detto gramola, o in dialetto “GRAMET”… All’inizio del secolo scorso, per risparmiare sulla manodopera vennero messe a punto delle macchine a vapore che facevano andare un macchinario per la gramolatura, c’erano macchine di terzisti che andavano a fare i lavori dai piccoli proprietari… o si continuava a fare il lavoro a mano! I contadini dopo la gramolatura, raccoglievano la canapa in “MAZZOLE” e le portavano al Consorzio. Buona parte del prodotto veniva portato all’estero e usato per le vele e soprattutto per il cordame delle navi, per i grandi velieri. A Bentivoglio la canapa si è coltivata fino alla fine degli anni 50. una parte rimaneva in Italia e veniva lavorata nei canapifici. Una piccola parte veniva trattenuta dalla famiglia contadina per i propri bisogni. La canapa che la famiglia tratteneva veniva prima pettinata dal “GARZULER”, che pettinava la canapa con un attrezzo chiamato “GRAFI”: una sorta di pettine di metallo. Il filo pulito e pettinato veniva raccolto in matasse che poi venivano filate. Le ragazze filavano nelle stalle durante l’inverno; questo era un momento di incontro. Mentre le ragazze filavano, i ragazzi “facevano loro il FILO”, da qui l’espressione “FILAREN”, non solo per gli attrezzi che venivano usati, ma per chi amoreggiava e faceva la corte… Norma A volte i ragazzi con un fiammifero bruciavano il filo, così si spezzava, le ragazze non filavano più e avevano tempo per loro, ma quando se ne accorgevano i genitori erano guai… Ida Nella stalla, quando una ragazza filava, di fianco c’era il suo filarino. Gemma Per me era diverso! Non eravamo braccianti, non avevamo la stalla, filavamo in casa. Eravamo in tante famiglie e ci ritrovavamo in una stalla o nell’altra a filare insieme. Intanto ci raccontavamo le nostre cose. Mia madre diceva: “BEDA LE’ CON CAL MAN”. Luciana “SOTTA LA LOZA” (nell’ingresso) veniva fatto l’ordito, doveva essere di dieci metri e mezzo… serviva una “LOZA” bella lunga! Si facevano i teli per un lenzuolo; per ogni lenzuolo servivano tre teli da tre metri e mezzo. Il telo lungo veniva diviso in tre, venivano cuciti insieme nella larghezza. Anche cucirli insieme era dura… e ora ho tante lenzuola, ne avrò sedici, che non ho più usato. Ida Io li uso ancora adesso per coprire i materassi, anche se faccio una gran fatica quando devo lavarli e stenderli perché la tela di canapa è molto più pesante della tela di cotone. Luciana Mia madre ha fatto una fatica da matti. Eravamo tre sorelle e per tutte tre ha fatto la dote che comprendeva quattordici lenzuola, le federe, gli asciugamani col pizzo, quelli con le frange e le pezzuole… Poi ricamati con le iniziali… quanto si lavorava! Gemma Anche la stoppa si filava; veniva un filo più grossolano che si usava per la tela, per i lenzuoli da sotto (che grattavano non poco!) e poi se ne rimaneva un pezzetto si facevano gli asciugamani, gli strofinacci per i piatti e quando si consumava si usava come straccio per pulire. Non c’era mica lo SCOTTEX! Anna I pezzi piccolini si utilizzavano per i pannolini “I PISON” per i bambini… ed era meglio dei pannolini di adesso, assorbivano molto e lasciavano respirare la pelle! Luciana Prima della tessitura, il filo veniva passato con la farina di granoturco, per renderlo più scivoloso, più facile da tessere. I telai erano molto belli e anche molto complessi… c’erano veramente dei bravi falegnami! A quei tempi c’erano pochi soldi, ma molto ingegno. Pasqua Quando si faceva la tela, noi contadini, una volta finita, prima di usarla, la si stendeva in cortile per farla imbiancare, farle prendere la rugiada e il sole!

I bachi “I bigat” del Centro sociale ricreativo culturale Il Mulino Dal XII secolo l’Italia fu la maggior produttrice europea di seta. L’allevamento dei bachi fu un importante reddito per l’economia agricola. La produzione di bozzoli in Italia cominciò a declinare nel periodo tra le due guerre mondiali fino a scomparire dopo l’ultima a causa della produzione di fibre sintetiche e del cambiamento dell’organizzazione agricola. Oggi la bachicoltura in Italia è praticamente scomparsa, poche aziende allevano bachi per una piccola produzione artigianale di nicchia o come esempio didattico. Il baco “BIGAT” si nutre delle foglie dei gelsi: gelso bianco e gelso nero. Le sue uova (dette semenza) si schiudono tra la fine di aprile l’inizio di maggio, quando le foglie sugli alberi si sono completamente formate. Il baco si sviluppa attraverso delle mute (cambi di pelle). I bachi crescono fino a diventare lunghi 7/8 centimetri ed insieme a loro cresce la quantità di cibo necessaria e lo spazio occupato. Poi salgono al bosco, si arrampicano su mazzi di frasche secche dove cercano un posto sicuro per costruire il bozzolo e compiere la metamorfosi in crisalide. Nelle zone del nord Italia, soprattutto in pianura, sono ancora visibili filari di gelsi a testimonianza della diffusione che quest’industria ebbe sul territorio. L’allevamento veniva curato nelle case dei contadini ed era affidato soprattutto alle donne e ai bambini. Luciana Era bello allevare i bachi. I bachi erano belli quando erano piccoli. Noi ragazze andavamo a “FAR LA FOGLIA”, a raccogliere le foglie di gelso per alimentarli. Quando era possibile una stanza della casa veniva destinata ai bachi che venivano sistemati sugli “ARLEN” (stuoie fatte di canne sottili). I bachi mangiavano molto almeno due volte al giorno! C’era tanto da lavorare perché andavano anche puliti spesso. Gli escrementi li mettevamo sotto la vite per concimare. Quando crescevano cambiavano la pelle. Erano belli così bianchi in mezzo alle foglie verdi! Bruna Per me erano brutti! Mia sorella era piccola, andava sotto le “ARELLE”, li prendeva con le manine li metteva in bocca! Noi andavamo all’Olmo a raccogliere le foglie dei gelsi. I gelsi erano anche in mezzo alle piantate, servivano per sostenere le viti. “IN TESTA” alla piantata invece c’erano gli olmi e noi raccoglievamo le foglie per le mucche. Per fare la foglia indossavamo le manichette, per proteggere le braccia. Dei gelsi si mangiavano anche i frutti; le more erano belle e buone! Era tutto molto bello! Faustina Mia cugina allevava i bachi, per avere un po’ di soldi per i suoi bambini; io l’aiutavo. A volte si prendevano i bachi già nati, poi si dava loro da mangiare: più gli davi da mangiare più crescevano! Altre volte le uova venivano messe in una tela disposta sul seno e col calore del corpo si facevano schiudere le uova. Nara La mia mamma andava a raccogliere le foglie con la sacchetta, quella che serviva per spigolare. Il padrone degli alberi non voleva che prendessimo le foglie perché l’albero pativa; se arrivava ci sgridava. I bachi mi piacevano solo quando erano piccoli, dopo no. Una volta mio padre, per scherzare, mi mise un baco grande sul collo ed io mi impressionai moltissimo. Arturina Quando andavamo a “FAR LA FOGLIA”, uno di noi restava di guardia e ci avvertiva se arrivava il padrone col calesse così potevamo scappare! Qualcuno però allevava i bachi per conto del padrone ed era autorizzato ad usare le foglie. Bruna I bachi ci mettevano qualche giorno per finire il bozzolo. Una volta pronti li mettevamo a bollire: più si facevano bollire e più era semplice filare. Per poter lavorare la seta, bisognava usare più fili assieme perché erano lunghi ma molto sottili. Ivonne Mi ricordo che la mia mamma mi fece un 'giubbino' con la seta dei bachi, era bellissimo, mi piaceva tanto. Per farlo bisognava bollire i bozzoli, farli asciugare, filarli, poi si mettevano insieme più fili per ottenere un filo più robusto e si lavorava con i ferri. Il 'giubbino' che mi fece la mia mamma era giallo. Il baco faceva il bozzolo, poi a primavera usciva la farfalla e la mettevamo su una tela vecchia dove faceva le uova. Dalle uova nascevano i “BIGATTINI”… erano tanti! Li mettevamo sulle “ARELLE” e davamo loro da mangiare le foglie di gelso. I “BIGATTINI” mangiavano e crescevano, mangiavano e crescevano; mangiavano tanto, giorno e notte… Noi lasciavamo la luce accesa di notte, mettevamo la “LUMIRA” della stalla. Si sentiva il rumore che facevano mangiando: cri, cri, cri… Poi arrivava il momento della “GRASSA”; i bachi mangiavano di più, diventavano quasi trasparenti, gialli. A quel punto si mettevano dei rami di albero, delle fascine e i bachi cominciavano a produrre il filo, si mettevano in un angolo, si chiudevano dentro e stavano lì fino alla schiusa. Una parte dei bozzoli la tenevamo per le uova, gli altri bozzoli venivano bolliti nel paiolo e asciugati su una rete (noi usavamo una rete da letto). Dopo li mettevamo in un sacco e la mamma e la zia li portavano a Bologna, a una signora che aveva un negozio al Pavaglione. Si andava a Bologna in bicicletta, con i sacchi sull’ASSINO. I bozzoli tenuti per le uova venivano messi nella “RUOLA” del camino caldo, a primavera usciva la farfalla e ricominciava il ciclo. Andavamo a raccogliere la foglia dei gelsi in Via Vietta e anche alla Rizza.

La mia polenta preferita del Centro sociale ricreativo culturale Il Mulino Polenta con lo strutto (Gelsa) Polenta con uovo fritto e salsiccia (Lucia) Polenta in tutti i modi. Quando c’è la fame! (Bruna) Polenta arrostita con il latte (Faustina) Polenta condita con un buon ragù (Anna) Polenta arrostita con la panna (Norma) Polenta con lo zucchero (Ida) Polenta con il miele (Giovanna) Polenta fritta a dadini per colazione. Mi nascondevo a mangiarla sotto la tavola mentre la mamma mi cercava! (Marisa) A casa mia si mangiava poca polenta perché mio nonno lavorava al mulino e faceva “la lunga”. A mezzogiorno la nonna gli portava la pasta cotta in un tegamino avvolto in uno strofinaccio per mantenerla calda. Lui mangiava, puliva un po’ il tegamino con lo strofinaccio poi, di nascosto, lo riempiva di farina bianca, lo copriva di nuovo con lo strofinaccio, lo calava con una fune dalla finestra dell’ultimo piano e lo consegnava alla nonna che stava fuori ad aspettare. Con questo stratagemma si potevano mangiare le tagliatelle anche il giorno dopo. (Arturina)

Come si mangiava la polenta e con che cosa del Centro sociale ricreativo culturale Il Mulino con quello che avevamo anche con niente; era ottima la crosta che si formava nel fondo del paiolo, era croccante “LA GROSTA”; a volte si lasciava raffreddare, si facevano le fette col filo poi si tagliavano tanti pezzettini e si mettevano nella padella a friggere “PULENTA FRETTA”; arrostita era buona anche senza niente oppure con la panna o con il latte; si mangiava “CON AL TUCEN AD FASU” e le uova sode; con la salsiccia; condita; con la carne di tutti i tipi: pollo, coniglio, maiale in umido “TUCEN”; con il pesce-gatto in umido; con l’aringa (piatto prevalentemente maschile). C’era anche la polenta dolce. Si faceva con la farina di castagne, aveva un sapore dolciastro e si faceva soprattutto per i bimbi.

Il granoturco “Al furminton” del Centro sociale ricreativo culturale Il Mulino “AL FURMINTON”, il frumento grande, detto anche granoturco (perché grano che viene dall’estero) o mais si semina in primavera. Prima di seminare, il campo veniva arato dai buoi. Il terreno veniva lavorato e con una sorta di rastrello si creavano dei piccoli solchi dove i bambini mettevano i semi, molti si ricordano di averlo fatto, e poi si coprivano con un po’ di terra con la zappetta. Si raccoglieva all’inizio di settembre. Prima della meccanizzazione, la raccolta veniva fatta a mano: c’era un carro accostato al campo dove si mettevano le pannocchie che poi venivano portate nell’aia per la SPANOCCHIATURA. Questa era una festa, partecipavano tutti, vicini, parenti, amici e, una volta finita, era occasione per fare festa e passare un po’ di tempo fra ragazzi e ragazze. C’era chi portava la fisarmonica o il grammofono. Pasqua Una sera si andava da una famiglia, una sera da un’altra, eravamo sempre in festa! Bruna Col granoturco si faceva di tutto: i bimbi della farmacia mangiavano il granoturco crudo. Coi “SCARTUZ” (brattee) si riempivano i “PAIAZ” (materassi), si facevano le ciabatte da portare in casa, le sporte, le ceste, e anche le bamboline. Luciano Col fusto si faceva una specie di chitarra, erano i nostri giochi! Gelsa Le pannocchie si sgranavano con le mani; a volte mettevamo le pannocchie sulle braci e le mangiavamo arrostite. Erano buone, ma dovevano essere ancora un po’ verdi. “AL BIROC” (torsolo) che restava veniva bruciato nel fuoco. Con i “SCARTUZ” facevamo anche le suole delle ciabatte. Arturina Quando si sgranava lavoravamo tutti, lavoravano anche i nonni. Ci si rovinava le mani. Con la farina ricavata dal granoturco si faceva la polenta e noi mangiavamo tanta polenta. Con i chicchi si facevano i “GALET” (pop-corn). Dopo la raccolta si andava a spigolare per raccogliere “I PANUCEN”, il granoturco che era rimasto nei campi; si usava la sacchetta. Ciò che veniva raccolto serviva per nutrire le galline. Finiti i lavori si ballava e ci sgridavano perché andavamo a letto tardi. Nora Anch’io andavo a ballare, ma dovevo essere a casa all’orario stabilito. Gemma Anche noi raccoglievamo le pannocchie a mano; si mettevano nel paniere, poi si vuotavano i panieri nei panieroni che si trovavano in testa alla cavedagna. I panieroni pieni venivano portati a casa col carro. Le pannocchie venivano liberate dalle brattee e poi con la macchina si provvedeva alla sgranatura. Altre macchine invece sgranavano senza che le pannocchie venissero prima sfogliate. I chicchi venivano stesi sull’aia ad asciugare; noi bambini facevamo le “stradine” camminando, a piedi nudi, in mezzo ai chicchi per rivoltarli, poi con il rastrello venivano sistemati. Le aie erano molto ben tenute. I bambini li mandavano anche a spigolare. Noi trovavamo sempre qualcosa: delle piccole pannocchie, quelle dimenticate. Luciano Per sgranare meglio le pannocchie, per fare meno fatica, mio padre le metteva in un sacco e le batteva, poi venivano sgranate a mano. Con i “SCARTUZ” (le brattee) si riempivano i “PAIAZ” (materassi); l’involucro di stoffa aveva dei buchi attraverso i quasi si mettevano le brattee, si rimescolavano per ravvivarle e si sostituivano quelle che si sbriciolavano nel tempo. Ogni quattro o cinque anni si rinnovavano. In seguito si diffusero anche i materassi di crine. I cuscini si riempivano con le penne di gallina, quelle più belle e più morbide. Le lenzuola erano di tela tessuta in casa. Nella Mi ricordo quando si spannocchiava e poi si ballava; a casa mia veniva una macchina per sgranare le pannocchie. Anna Si andava a spannocchiare perché dopo si ballava un po’; si facevano vari balli. Luciano I chicchi li mettevamo anche sulla cucina economica: era il nostro divertimento farli scoppiare! Facevano “di CIUC”! Un tempo, dopo aver mietuto il grano, il terreno veniva usato per coltivare il cinquantino, una varietà di granoturco ad accrescimento veloce che veniva usato per nutrire gli animali. Si usava anche svettare le piante di granturco (“FER LA VETTA”), veniva cioè tagliata la parte verde della pianta al di sopra della pannocchia per farle sviluppare meglio. La cima delle piante di granoturco si usava per nutrire le mucche, per risparmiare il fieno. A volte per risparmiare il fieno, lo mescolavano con la paglia, ciò accadeva soprattutto d’inverno, quando le mucche non lavoravano e venivano nutrite meno o con foraggi di minor qualità. Faustina Se penso al granoturco mi viene in mente la polenta.

Il frumento “Al furment” del Centro sociale ricreativo culturale Il Mulino Il frumento era una coltura molto importante nelle nostre campagne. Un buon raccolto consentiva di garantire la possibilità di avere pane e pasta per la famiglia contadina ed una buona rendita per i padroni dei terreni. Faustino In tempo di guerra, ricordo che mio padre notò che c’era una persona che andava a tagliare le spighe dal nostro campo. Andò a vedere chi fosse e vide che si trattava di un confinante che non aveva nulla da dare da mangiare ai suoi genitori anziani e a suo figlio. Mio padre fece finta di niente perché conosceva le persone, la miseria che avevamo… e la fame che pativamo. Il frumento veniva seminato nelle prime settimane di ottobre, prima a mano, poi cominciarono a diffondersi le seminatrici meccaniche. A giugno avveniva la mietitura del grano ed impegnava tutta la famiglia contadina. Per aiutare nella mietitura, spesso intervenivano dei braccianti anche provenienti dalla montagna. Per mietere a mano si usava la falce messoria, poi si diffuse la falciatrice meccanica, la “sgadoura”. Gina Io ho cominciato a lavorare in risaia a quattordici anni, poi andavo anche a mietere il grano perché si guadagnava di più. Faustina Durante la mietitura gli abitanti della montagna venivano a Bentivoglio a fare i braccianti per recuperare la farina necessaria per la famiglia. Anche un mio zio montanaro veniva da noi per la mietitura. Ivonne A giugno avveniva la mietitura del grano. Prima degli anni ’50 si mieteva con la falce, dopo si sostituì il lavoro dei falciatori con una macchina, la “SGADOURA” che tagliava le spighe, poi si facevano dei mazzi che venivano legati con la canapa e lasciati nel campo. Per rendere più flessibile la canapa, veniva messa a bagno alcuni giorni prima della mietitura. Due uomini col carro raccoglievano i mazzi di spighe e li portavano nell’aia. Lì si innalzava la “FEGNA”; i mazzi di grano venivano sistemati addossati l’uno all’altro in modo da formare una sorta di capanna coperta con un tetto di mazzi sistemati con la spiga rivolta verso il basso. Questi ultimi, esposti alle intemperie, andavano poi scartati; lì, a volte, le galline facevano le uova. La mietitura era un momento delicato e si proteggeva il raccolto con preghiere e riti; molti proverbi fanno riferimento a questi momenti e sono rimaste nella memoria invocazioni a vari santi incaricati di proteggere il grano. Bruciare l’ulivo benedetto pronunciando formule propiziatorie, per esempio proteggeva la spiga dagli eventi atmosferici. Faustina Quando c’era un temporale, la nonna ci riuniva noi bambini e recitavamo: “Santa Barbara e San Simone libares dal saet e dal tron, dal fug e dal fiam e da mort subitanea”. Facevamo una croce per terra… Si rischiava di perdere il raccolto ma anche si rischiava di morire a ogni temporale! Si bruciava un po’ di ulivo in una “SORA” (contenitore delle braci che serviva per scaldare il letto) e intanto dicevamo una preghiera. Le spighe erano simbolo di fortuna e prosperità, venivano raccolte in mazzi e conservate in casa per tutto l’anno. Le prime spighe a volte venivano offerte alla Madonna come un mazzo di rose. Anche ora Faustina e Gina dicono di tenere in casa sempre un mazzo di spighe di grano. C’è chi si ricorda di un frate che ogni anno passava a raccogliere le primizie (le prime spighe mature). Dopo la mietitura si andava a spigolare, a raccogliere quanto rimasto sul campo; il lavoro non era gradito alle ragazze perché le stoppie graffiavano le gambe, rendendole meno belle e si sarebbe notato durante il ballo! Gina Io andavo a spigolare, poi sgranavamo il frumento, facevamo arrostire i chicchi e con un macinino facevamo la farina per fare le “PAGNOTELLE”. Arturina Noi andavamo a spigolare nei campi per raccogliere le spighe rimaste; io avevo un sacchetto e andavo in mezzo alle stoppie e mi veniva il nervoso perché mi foravano le gambe, poi la sera volevo andare a ballare e non mi piaceva avere tutte le gambe grattate! Ma non sarei neanche e poi neanche stata in casa, nemmeno si mi avessero legato! Le ragazze per conservare la pelle più chiara, meno segnata dal sole, mettevano la carta di giornale dentro al fazzoletto che legavano in testa. Durante il lavoro, ragazzi e ragazze si adocchiavano, poi durante le feste, i balli ci si incontrava. Le occasioni erano varie. Gina A mietere il grano trovai il fidanzato: lui mieteva col motore, con la “SGADOURA” mentre io facevo i covoni. Lui mi vide sotto al cappello; indossavo un grande cappello per proteggermi dal sole, ma lui mi vide lo stesso! Mi sposai a diciassette anni e andai a vivere nella famiglia di mio marito. Abbiamo avuto una bella vita, andavamo in giro insieme! Norma Anch’io e mio marito Clelio ci siamo incontrati durante la mietitura. Infine avveniva la trebbiatura, che fu la prima operazione ad essere meccanizzata. Ivonne Arrivava nell’aia la trebbia a “BATER” e si buttavano dentro i “COU”. Da una parte uscivano i chicchi di grano e andavano direttamente dentro ai sacchi mentre la pula veniva tenuta per fare il letto alle mucche e la paglia era raccolta in “BALLINI” con la pressa. Gina Prima che esistesse la macchina trebbiatrice, si faceva in tanti modi: uno è la “ZEIRCIA” o “VARZELA”, cioè due bastoni legati insieme che si sbattevano sulle spighe; si diceva “battere” il grano. Dopo si è continuato a usare la “ZEIRCIA” per sgranare i fagioli. Ivonne Oppure si usava un rullo che veniva trainato dalle bestie o dai cavalli. Arturina Io mi ricordo quando battevano il grano a mano. Lì, dove avevamo la casa noi, c’era una grande aia e mi ricordo che andavo a vedere quando portavano il grano. C’erano tanti contadini che portavano là il loro raccolto e “BIM BUM BAM”… battevano con questi bastoni!

Il gioco dei sassi “Manatta”[1] del Centro sociale ricreativo culturale Il Mulino Si gioca con 5 sassolini (non tanto grandi, devono stare agevolmente nel pugno). I sassolini si posano in terra e i giocatori vi si accoccolano intorno. Si gioca a turno, con una sola mano, in due o più persone. I giocatori di turno deve prendere un sasso, lanciarlo in alto, raccoglierne rapidamente uno di quelli a terra e riprendere al volo il sasso lanciato prima che cada a terra. Ora ha due sassi in mano; ne deve lanciare in aria uno, raccogliere un terzo sasso a terra e prendere al volo quello lanciato in aria. Così di seguito finché ha raccolto e tiene in mano tutti i sassolini. A questo punto ripete di nuovo le sequenze per rimettere a terra i sassolini. Se il sasso volante ricade a terra senza che venga ripreso, oppure se non si raccoglie o non si deposita ogni volta un sassolino prima di riprendere quello volante, si commette errore e si passa la mano a un altro giocatore. Il gioco può essere variato cambiando il numero dei sassetti da prendere e/o da lanciare. La fantasia permette di fissare regole e sequenze nuove da condividere rigorosamente con i giocatori. Arturina Quando la maestra entrava in classe ci si alzava in piedi: “Buongiorno signora maestra”. La maestra mi diceva: “Castaldini lingua lunga, chiacchierona!” In matematica sono sempre andata bene… non c’erano mica tante calcolatrici o computer allora! Adesso è roba da ridere! Noi facevamo tutti i conti a mente! Ci davano sempre tanti compiti da fare a casa! Ho studiato tante poesie. Le classi erano miste, maschi e femmine. Gemma Sono andata a scuola nel ’42. Allora partivamo proprio da zero, dai puntini, dalle aste. Ne facevamo dei quaderni interi per imparare a rispettare le righe, prima con la matita, poi con l’inchiostro e il pennino. Durante la guerra, se c’era pericolo di bombardamenti non andavamo a scuola, per questo molti ripetevano l’anno. Io andavo a scuola a piedi, facevo 3 Km, ho fatto solo fino alla IV poi sono stata a casa perché avevo una sorella più piccola e una appena nata. La mamma doveva andare a lavorare e io ero l’unica che potevo “stare dietro” alle sorelline. Eravamo sette sorelle e un fratello. A scuola ero brava per davvero e ho pianto tanto quando sono stata costretta a stare a casa! A merenda, quando andava grassa, c’era mezza mela oppure l’uva (chi l’aveva) e un pezzettino di pane. Durante la ricreazione, quando era bel tempo andavamo in cortile a giocare a Luna: con il gesso si segnavano le caselle, poi si lanciava il sasso e si saltava da una casella all’altra. Mi ricordo il primo giorno di scuola, il mio grembiulino era nero, arricciato in cintura con un nastro nero sulla schiena, un bel colletto bianco con il bottone e l’asola e la righina rossa sul braccio (Classe I). La cartellina di cartone co n il manico che dopo una settimana non c’era più e la mia mamma ci ha messo una corda che mi tagliava le mani. Altri non avevano la cartella e legavano i libri con un elastico. Pasqua ricorda che il suo babbo faceva il bovaro e lei al mattino si alzava prestissimo per tenere la cavezza ai buoi finché non imparavano il giro. A quel punto andava via dal campo e andava a scuola. Luciana ricorda che si faceva molta ginnastica: si marciava e si facevano i “saggi” con i cerchi, si cantava “Giovinezza” e “Faccetta nera”. Valeriaricorda che la maestra Maria Carnevali, quando non si frequentava la scuola a causa dei bombardamenti, si recava nelle case a consegnare i compiti ad ogni bambino e poi passava a ritirarli per correggerli. Elmo Tutte le mattine si faceva l’appello e la preghiera. Ogni bambino adottava un militare; doveva pregare per lui e scrivergli qualche letterina. Quando entrava in aula qualcuno, il capoclasse diceva: “manipolo attenti!” e noi ci alzavamo tutti in piedi, poi “riposo!” e noi ci mettevamo a sedere. Ricordo inoltre che facevamo la raccolta del ferro per la patria. [1]Le parole in dialetto, spesso virgolettate, potrebbero non rispettare le regole del dialetto scritto. Si ringraziano tutti coloro che hanno collaborato a questo fascicoletto. Questo fascicoletto è frutto di testimonianze orali non verificate nei documenti.

Conte e filastrocche del Centro sociale ricreativo culturale Il Mulino IL GALLETTO MATTINIERO Il galletto mattiniero s’alza appena spunta il dì e cantando diritto e altero al fanciul parla così: “fuor dal letto poltroncino, la lezion se non saprai, ignorante resterai! Ida LA MIA MAMMA HA SEI GALLINE La mia mamma ha sei galline vispe, belle e canterine, che sul far della mattina fan na bella cantatina. Con quel canto sveglian presto l’uomo pigro e l’uomo lesto, Chi va a scuola, chi va al lavoro, ogni mamma resta sola resta col bambino che è troppo piccolino per andare a scuola o al lavoro, Norma e Renata PEN PISEL Pen pisel da l’oli bel da l’oli fen da San Marten galina zopa so par la fiopa selta la fiopa. Sans sgraner toca a te ander a sgher vai te, vai cletar vai te che ti al piò esan ren, buten, sel, limon toca a te che ti piò zucon.

Giochi e giocattoli del Centro sociale ricreativo culturale Il Mulino Luciana, Ida, Anna, Maria, Giovanni… dicono: “Quando noi eravamo piccoli, le femmine avevano poco tempo per giocare perché dovevano: raccogliere le foglie per i bachi, guardare i fratellini… Le bambine giocavano a sassolini, a schiera, a luna, a nascondino, “seiga buteiga”, aiquattro cantoni e facevano bambole di pezza. I maschi a nove - dieci anni andavano nei campi a lavorare con gli uomini: a falciare, a mietere, spesso scalzi e a torso nudo ma, siccome non facevano i lavori domestici, avevano molto più tempo per giocare. I giocattoli (carriolini, fionde, cerbottane, telefono, trottole, palle) li costruivano con fil di ferro, pezzi di camera d’aria, rocchetti, bastoncini, rametti, quello che c’era… ora ci ripoviamo…”

IL Museo della civiltà contadina del Centro sociale ricreativo culturale Il Mulino Dice Carmen: è stato inaugurato nel 1973. Gli oggetti esposti sono stati raccolti da un gruppo di agricoltori, IL GRUPPO DELLA STADURA, e poi donati all’Amministrazione Provinciale che li ha sistemati nella VILLA già appartenuta alla famiglia Smeraldi. Ogni oggetto della cucina suscita molti ricordi LA TAVOLA si apriva e diventava grandissima, poteva accogliere fino a ventiquattro persone; “AL SALAROL” dove si teneva il sale grosso; “AL CANTON DI STEC” era un angolo caldo vicino al camino dove si mettevano i bimbi, coperti con la “capparella” del nonno, quando stavano poco bene o erano particolarmente piccoli ed esili: “LA GRAMA” dove il pastone del pane veniva lavorato per ottenere un impasto omogeneo e soffice; “AL SDAZ” per setacciare la farina; “AL CARDINZEN” per riporre il pane, sempre in alto dove i bambini non potevano arrivare… “ AL GRANADEL, AL CASON DLA FARINA, AL BUS DI SULFAN”…

La cucina di Villa Smeraldi e il suo parco del Centro sociale ricreativo culturale Il Mulino Anna ha vissuto parte della sua infanzia in questa cucina. Con la sua famiglia abitava in una di fronte alla villa e suo fratello sposò la figlia del fattore. Ricorda il camino acceso e Linda che faceva la polenta, i momenti conviviali con gli gnocchini fritti. I Signori Smeraldi venivano alla Villa soprattutto d’estate e si portavano dietro la servitù che si occupava delle loro esigenze e dei pasti. I ricordi più belli sono quelli legati alle giornate di festa quando i bimbi venivano invitati nella cucina del fattore (attuale cucina) dove si giocava a tombola e gli uomini giocavano a carte, mentre i padroni festeggiavano con gli invitati del loro rango nelle stanze della villa. Carmen racconta che l’ultimo erede della famiglia Smeraldi lasciò la villa al Comune, poi passò alla Provincia; dopo la guerra è stata affidata all’ANPI, poi sede della Casa del Popolo ed è in questo periodo che fu costruita la pista da ballo e si ballava tutti i sabati e le domeniche. Tutti ricordano gli anni in cui nel meraviglioso parco denominato INCANTO VERDE si ballava. Sul piccolo palco fra gli alberi si sono esibiti tutti i più grandi cantanti degli anni 50/60 da Luciano Tajoli a Nilla Pizzi, da Gianni Morandi a Celentano. L’ingresso era a pagamento e rigorosamente vietato ai minori di sedici anni e le ragazzine che non potevano entrare arrivavano in bicicletta e sbirciavano tra i rami della siepe. Quelle che avevano i soldi per pagare il biglietto e l’età giusta entravano rigorosamente accompagnate da un adulto (mamme, zie, sorelle e fratelli maggiori) che ne controllava il comportamento. Spesso si prestavano i vestiti tra amiche e sorelle. La pista nel parco era molto bella e Renata ricorda una poesia di Remo Dotti… e le domeniche giungevano in un’onda di gioia, con le ragazze sorridenti che illuminavano il mondo nelle loro vesti di “mussolina”.