"La banca del tempo" di Carla Zappata - tratto da La scrittura del ricordo

 

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In quella casa, di quel quartiere popolare, di quella città padana c'era un gran movimento di gente in attesa. Tutti correvano, non come erano soliti fare precipitandosi giù per le scale verso la cantina al primo urlo di sirena, ma da una stanza all'altra, allorquando Ina smarrita si affacciò da un pertugio.

Gli astanti esultarono accogliendola con corale ovazione: "Finalmente"! Ana, primogenita, l'aspettava da nove anni ed ora si avvicinava curiosa e timorosa per osservarla e toccarla; papà Aldo la strinse al petto progettando di darle al più presto tavola di legno,martellino e chiodi, mentre mamma Mara sorrideva compiaciuta alla vista di quella testolina piena di capelli neri meditando come raccoglierli con i nastri da lei stessa ricamati. La piccola manifestò subito la sua innata propensione a giocare col tempo e già si affannava a rincorrerlo sgambettando e poppando con frettolosa avidità.

A poco più di un anno correva con i suoi scarponcini alti alle caviglie (necessari per correggere un piedino storto) traballando ed agitando le braccia per mantenere l'equilibrio, salvo poi cadere a volo d'angelo seduta per terra; subito si rialzava corrucciata con il fiocco dei capelli scomposto, ma in cuor suo sorrideva, sognando di indossare scarpette da ballerina. Era tanto vivace da essere soprannominata Mercuria o Argento vivo e con la sua iperattività voleva depistare un animaletto, il tarlo del tempo, che ogni dì la provocava.

Ina crebbe nel rigore post bellico del secondo 900, ma con quella carica emotiva insita nella ricostruzione. Nelle strade del quartiere (La Cirenaica) circolavano poche automobili, qualche motorino, tante biciclette e carretti. Così dalla nebbia mattutina spesso compariva un grande carro"fumante" trainato da cavalli, guidato dal ruscàrol (netturbino) che provvedeva alla raccolta delle immondizie (il rusco), oltre a ripulire, con scopa di saggina e paletta, le strade dal pattume e dagli escrementi degli operosi cavalli. Il suono di una trombetta stonata annunciava l'arrivo trionfante del sulfanèr che con un ciclo/carro raccattava dalle cantine ferro, roba vecchia e vendeva scope, battipanni, piumini.

Dalla Fabbrica del Ghiaccio di via Rimesse ogni giorno usciva un carrettino per raggiungere le vie del quartiere dove massaie e bambini festosi accoglievano il giazàrol: schiamazzando lo accerchiavano per raccogliere e succhiare schegge di ghiaccio, poi ne prendevano un pezzo più grande da portare a casa, per la conservazione dei cibi, avvolto in un canovaccio per non" bruciarsi".

Stare ferma per ore sui banchi di scuola, seppure con profitto, per Mercuria era una vera costrizione, per cui non mancava all'appuntamento quotidiano con gli amici nei grandi cortili delle"case di risanamento" (di via Bentivogli e via Fabbri) per correre e nascondersi tra panni stesi o negli anfratti e porte delle abitazioni circostanti; altre volte scorrazzava su e giù dai vagoni fermi nella Piccola stazione ferroviaria (La Veneta), oppure si lanciava con i pattini a rotelle o con la bici dalla discesa del ponte di via Libia, allora poco movimentato. La corte delle case popolari di via P. Fabbri aveva al centro uno stabilimento, punto di riferimento per molte persone del quartiere le cui abitazioni non erano dotate di vasca da bagno o docce. Figuriamoci se la nostra protagonista, amante dell'acqua, trascurava questa opportunità, riuscendo a trasformare un disagio in piacere: all'angusta tinozza domestica, alimentata da secchi d'acqua, Ina preferiva sguazzare nelle più ampie docce o vasche pubbliche: asciugamano e ricambio biancheria sotto braccio, era diventata un'assidua frequentatrice dei bagni pubblici, pensando forse di recarsi in piscina!

Scarabocchiare fogli con matite colorate Giotto accanto al papà che, nel tempo libero, dipingeva grandi cartelloni pubblicitari o aiutarlo a modellare statue e bassorilievi raccogliendo secchielli di fango dal greto del fiume Savena, all'epoca balneabile e ben attrezzato con lido e balera per gite fuoriporta, per la bimba costituivano divertimenti irrinunciabili. Altra meta assai frequentata erano i Giardini Margherita: esteso parco pubblico e quasi unico polmone verde adiacente le mura medievali. I pochi giardini del centro cittadino, nascosti all'interno di case patrizie, in corti delimitate da pareti affrescate a trompe-l'oeil con alberi, fiori per aumentarne l'illusione ottica di maggior estensione, erano piccoli intimi gioielli architettonici riservati ai proprietari residenti. Allora Aldo sistemava la piccola sul cannone della bicicletta, con le manine ben salde sul manubrio e Ina serena, sicura tra le sue braccia, nastro all'indietro tra i capelli al vento, sorrideva inebriata dalla "velocità", poi giunta sul pontile del laghetto, estraeva dalla tasca del vestitino della festa un sacchettino di briciole di pane per condividere la sua felicità con le papere che accorrevano schiamazzando lasciando scie spumeggianti sull'acqua;

Quando poi riusciva ad andare in barca mentre il papà vogava: che piacere che bellezza! Il "grande" lago, così appariva ai suoi occhi, era contornato da conglomerati di gesso che brillavano nelle giornate di sole; lo stesso luccichio Ina l'aveva notato nei basamenti delle torri, di alcuni palazzi del centro o sulle colline durante le passeggiate in dì soleggiati, ancora non riusciva a collegarne la stessa provenienza dalla vicina Cava a Filo dei Gessi Bolognesi, ma qualche domanda la poneva al papà a tal proposito. L'unica nota triste del parco era Remo: la vista del leone che girava avanti e indietro in una piccola gabbia la turbava,così giunta nelle vicinanze, cambiava strada.

Nel quartiere la bimbetta dagli scarponcini alti si muoveva con curiosa disinvoltura, ogni passo era una scoperta, una conquista. Non sapeva né leggere né scrivere, ma imparò presto a fare i conti "giocando"a far la spesa. In assenza di frigorifero, ogni giorno Ina entrava ed usciva dal fornaio (la Luisa),salumiere/droghiere (F.lli Tonelli), lattaio,macellaio, munita di lista e di soldini necessari per pagare, attenta a riportare a casa le provviste ed il resto del denaro corrispondente al conto, senza sbagliare. La tappa alla bottega del cavallaio si presentava un po' problematica: dall'alto di un bancone di marmo, protetto da un vetro, un uomo gigante fischiava, intento ad affilare un grande coltello ed a tagliare tranci di carne su un ceppo di legno, la nostra piccola non riusciva a porgergli il biglietto,ma era fiduciosa che gentili signore,al suo turno, l'avrebbero aiutata. La vetrina del cartolaio di fronte alle scuole Giordani (in angolo tra via Libia e Sante Vincenzi) era una tentazione irresistibile e Ina,passando e ripassando, un dì fece un blitz: entrò e chiese a credito una stadera che da giorni puntava. Il bottegaio conoscendola gliela diede, sicuro che la famiglia avrebbe pagato. Arrivata a casa con la sua bilancina Ina cominciò a pesare foglie, fagioli, pasta, la mamma notò subito il nuovo giocattolo e chiese informazioni. La bimba nel suo candore disse di aver lasciato da pagare e la risposta di Mara fu immediata: "Ah sì?! Bene oggi gliela riporti indietro!" A nulla valsero le sue rimostranze: lei sempre ligia a consegnare ogni spicciolo rimanente dal conto della spesa,trovava ingiusta quella reazione all'unica volta che si era presa una "libertà"; niente da fare la mamma fu irremovibile Ina umiliata, con la coda fra le gambe, restituì al bottegaio la bilancina, ma per la Befana sotto la cappa del camino trovò come regalo la sua stadera. Così andò, anche se al momento non capì, la bimba ricordò la lezione per tutta la vita: il denaro non era solo una questione di conti, di numeri, ma rappresentava un valore; in quel momento comprese che i soldi non piovevano dal cielo, ma andavano guadagnati e spesi oculatamente come facevano tutti in famiglia.

Allora la "cinna" cominciò a frequentare con soddisfazione il chiosco sotto casa (da Anselmo di fronte all'attuale cine/teatro Dehon) per confezionare gelati di grande effetto: enormi sopra, vuoti sotto per non rompere la cialda; meno rischiosa e da lei preferita era la preparazione delle tavolette, si trattava di riempire semplicemente uno stampino di ferro con biscotti e gelato. In cambio della prestazione beneficiava di ottimi frappé, granite, ghiaccioli (Cof), caramelle di tamarindo e liquirizia (more) ed ovviamente gelato in quantità.

In seguito si adoperò a vendere latte travasandolo, con mestoli ed imbuti, dai grandi bidoni in alluminio alle bottiglie in vetro portate dai clienti. Ormai grandicella, anziché bere troppo latte, la ragazzina abbandonò il baratto ed accettò un compenso in denaro così, senza pesare sul misurato bilancio familiare, avrebbe potuto spenderlo, per entrare al mitico cinema Vittoria e durante la proiezione del film sgranocchiare a volontà brustolini (semi di zucca), burdigoni (caramelle di liquirizia raffiguranti animaletti). Una sala fumosa, poco arieggiata e scarsamente riscaldata, accoglieva gli spettatori in inverno,mentre in estate il grande schermo era allestito in un cortile adiacente circondato da case i cui abitanti dalle terrazze si vedevano lo spettacolo gratis in cambio del disagio sonoro e delle repliche.

La corsa verso l'autonomia e l'indipendenza economica fu irrefrenabile, tanto quanto il piacere di leggere, di scrivere e far di conto. Seguì quindi il periodo dei bambolini di celluloide presi nudi da una vicina fabbrica: l'intraprendente ragazzina a casa impegnava tutta la famiglia a cucire sottanine col punto a filza e ad attaccar bretelle per riconsegnarli vestiti all'opificio e ritirare il lauto compenso di due lire al pezzo. Crescendo, la fanciulla si industrializzò: imparò ad usare la macchina da cucire e confezionava reggiseni a dieci lire al pezzo; lavoro comunque sempre secondario alla scuola, che continuava a frequentare con buoni risultati.

Accaddero poi tragici eventi che cambiarono il corso della vita della ragazzina: la morte del papà la costrinse ad interrompere gli studi per lavorare a tempo pieno. Lei non si spaventò, era già"abituata", si trattava di invertire l'ordine dei fattori, ma il risultato cambiò assai!

Passarono gli anni Ina si sposò, nacquero figli,mentre il tarlo del tempo continuava ad insinuarsi ogni dì tra il lavoro fuori casa e quello domestico. Dopo parecchie stagioni, un autunno, la nostra donna decise

di frequentare una scuola privata serale per recuperare quattro anni scolastici. Per nove mesi, finito l'orario di lavoro, studiò in ogni momento"libero" rubando tempo al sonno ed alle soste, finché a luglio.....

Superato l'esame di stato con 50/60 conseguì il diploma magistrale. L'entusiasmo esplose, Ina mise le ali ai piedi, trasformando le corse in voli pindarici non privi di turbolenze, tempeste ed uragani e proseguì il suo viaggio di educazione permanente, anche dopo la laurea spinta dall'innata curiosità, ma pure dalla consapevolezza socratica acquisita (sapere di non sapere).

Quando il pubblico presente si ridusse ad un'esigua platea, Ina si accorse che la sfida col tempo sarebbe stata impari: lui era più veloce! Per anni si era affannata a correre, arrivando puntualmente in ritardo. Il vecchio tarlo, seppur grasso per aver rosicchiato tante energie, si accingeva ora a vincere la competizione finale cantandole ogni dì un ritornello “Correre, correr, corre, cor... correrai dietro la bara gridando: Aspettami sto arrivando"

 

Allora capì che era giunto il momento di nascondere calendari, agende, orologi ed ascoltarne il tic tac, senza contare, né scandire ore e giorni. Doveva continuare a giocare, fermando la moviola al presente. Portò la mano raggrinzita e storta sulla punta del proprio naso e facendola vibrare sussurrò al tarlo obeso: "Non avere fretta, arriverò quando sarà il mio momento, non riuscirai più a mangiarmi il presente; ti metterò a dieta, qui ed ora!"

Aprì la cassapanca dei ricordi, liberò dallo scrigno dell'eternità l'eco della voce degli assenti,che neppure l'ultimo respiro aveva ridotto al silenzio e volse lo sguardo al tempo perduto, per crogiolarsi in ricordi materializzati,in odori e colori di un'infanzia serena, di un'adolescenza non consumata e di una gioventù passata troppo in fretta.

Si era appena fermata per abbandonarsi ad un tempo dilatato, scandito da armonie musicali, da letture illuminate dalla luce del sole e non soffocate nel buio della notte, dalla scrittura lasciata al fluire di parole misurate da ritmi biologici, senza imporsi di allinearle frettolosamente mozzandone spesso la coda. Si stava cullando nell'idea di risvegliare tra i giovani, con i suoi racconti, valori assopiti o non conosciuti come solidarietà, fiducia, determinazione, speranza, nell'illusione di restituire loro il desiderio della scoperta e conquista, usurpato e soffocato da eccessive ed inadeguate offerte di protezione, quando Leonardo, in procinto di uscire, si alza dalla sedia, saluta la nonna e le chiede: "Stai  bene? E' un periodo che sei spesso in casa inchiodata al pc! A proposito, ora vado all'allenamento di rugby, rientrerò verso le 18, avrei bisogno del computer, pensi sarà disponibile o dovrò fermarmi in mediateca?".

"Veramente ho qualche problema al metatarso (risponde la nonna) e stavo solo cercando alcune informazioni sulla Banca del Tempo, tu ne sai qualcosa?"

Poi mentre l'accompagna alla porta, Ina butta l'occhio allo scarpone n. 44 del nipote e ripensando ai suoi scarponcini n. 20, immagina quanta strada lui potrà fare camminando più lentamente; infine si solleva sulla punta dei piedi, si allunga per abbracciarlo e sorride sbirciando l'immagine riflessa nello specchio dell'ingresso.    

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