Erano i giorni della liberazione. Non ricordo quale giorno esattamente, forse il venti...

Mio padre era andato a controllare gli alberi del suo frutteto. Il desiderio o la speranza di avere uno sprazzo di normalità forse l'avevo spinto.

Ma il pericolo non era ancora cessato: un ordigno esplose poco lontano e una scheggia lo colpì, conficcandosi in una coscia.

Nei miei ricordi, vedo mio padre disteso su una coperta, trasportato in casa da alcuni vicini, le lacrime di mia madre. Credo che io e mio fratello venissimo presi in custodia da un’anzianaO zia, che era venuta da noi per un po' di tempo. Ebbi una sensazione di paura. Sentivo che una disgrazia era avvenuta nella mia famiglia.

 

Non so come in casa provvedessero alla ferita, ma capivo, nei giorni seguenti, che mio padre stava molto male.

Mi raccontò poi mia madre che, oltre al dolore, gli era venuta la febbre altissima, quasi a 40°.

Si doveva provvedere in qualche modo. Innanzitutto cercare il medico, ma a Mezzolara non si trovava o non c'era più. Venne consigliato a mia madre di andare a Molinella e chiedere all'ospedale, poiché là sicuramente i medici c'erano. Molinella: più di 10 km. di distanza da percorrere in bicicletta con il pericolo ancora costante di qualche bombardamento, di trovare in parecchi punti la strada interrotta e di riuscire a proseguire fortunosamente o di fare incontri pericolosi.

La forza della disperazione aiutò mia madre, ma all'ospedale i medici le dissero che avrebbe dovuto portare il ferito, perché loro non potevano allontanarsi. Impossibile per lei riuscire in questo.

Quando ormai tutto sembrava perduto, ecco accendersi una fiammella di speranza, debole, ma era la sola e si doveva tentare.

Mio padre si ricordò che, presso un suo cugino che abitava a Miravalle, si era nascosto, credo in un fienile, un medico. Aveva avuto rifugio essendo in pericolo, perché ebreo.

Andarono a fare questa richiesta.

Per noi, quel medico, fu un angelo salvatore.

Acconsentì e, trasportato dal cugino di mio padre con il calesse, giunse a casa nostra.

Constatò che la scheggia, che era rimasta nella coscia, gli provocava l'infezione (fortunatamente non aveva leso né l'osso, né i tendini) e si doveva toglierla.

Mio padre altrimenti sarebbe morto.

Disse subito di non disporre di attrezzi da chirurgo e, se mio padre avesse acconsentito, avrebbe operato con quello “ che si poteva”. Quello “che si poteva” era una lametta per la barba.

Naturalmente mio padre accettò.

Non conosco altro di questo intervento. In questi giorni la ziache si occupava di noi, ci distraeva e non entravamo, tranne pochi attimi, nella camera di mio padre.

Mi hanno raccontato che mio padre mise la testa sotto il guanciale e che qualcuno si offrì per tenerlo stretto...

La scheggia venne estratta: era entrata nella coscia da una parte, uscì dalla parte opposta.

Non ricordo come furono i giorni seguenti. Il medico aveva dato le istruzioni sul da farsi a mia madre.

Era una situazione di emergenza, non sarà stato facile. Fortunatamente la tempra e la volontà di resistere avranno aiutato mio padre e anche mia madre.

Credo che il mio medico sia tornato, almeno una volta, a controllare mio padre, che, pian piano, è guarito perfettamente.

La pace è poi arrivata definitivamente e la nostra vita grazie a Dio, è proseguita normalmente.

Noi abbiamo sempre considerato un eroe quel medico e l'abbiamo portato nel cuore ricordandolo con una gratitudine infinita.

Passata la guerra, ha esercitato la professione a S. Martino fino alla morte.

Il paese, in seguito, gli ha dedicato una strada: Via De Angelis. Evidentemente la sua vita era stata improntata al bene.

 

 

-Commenti:

Tramite l'ascolto o la lettura di questo testo si può immaginare o risuscitare ricordi ormai persi nei meandri della vostra mente, toccare corde talmente tanto sensibili da essere catapultati in quella dimensione ormai passata ma che ci tocca da vicino come l'ombra di un fantasma. LA GUERRA. Ricordi di Maria Luisa Baldi che ci fanno rivivere l'angoscia e la costante paura che attanaglia le viscere di questi poveri testimoni.

 

Fatna Kanoui

Commenti   

0 #1 Piera Ciarrocca 2017-05-26 09:33
É bello leggere di come nei momenti più difficili e complicati della vita di genere umano sia unito ed altruista.

GIORGIA ROSSI
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