La scrittura del ricordo

El Barbapedana di Luigia Bimbi - tratto da La scrittura del ricordo Stampa Email Il Barbapedana era un vecchio clochard d'una Milano un tantino malsana Cantando per strada narrava le storie di vita dannata Invadeva il viale la voce stonata Nel gelo invernale di Milano alle porte Barbapedana ha incontrato la Morte La gente lo ha pianto poi l'ha seppellito Il suo raccontare è finito In questa mia vecchiaia, ancora vivace, interessata alle vicende umane e che vive alla giornata, evitando di fermare il pensiero sugli anni a venire (ammesso che mi siano concessi), muovo il passo, il pensiero, la volontà tenace, fra amicizie, conoscenze, approcci di vario genere, sempre attenta alle esigenze altrui. Anni fa, dopo la morte del mio compagno, ho abbandonato l'appartamento di via Milano, a Bologna, per trasferirmi in un paesello dell'hinterland bolognese. Qui ho generato il mio futuro di donna carica d'anni e di ricordi. Quale donna? Come io sia, come gli altri mi vedano, non so dirlo di preciso. L'indagine che conduco da anni su di me è inconcludente. Conoscere l'intima, profonda entità della propria persona è molto difficile. A volte impossibile. Anche la rimembranza del passato, le avventure vissute, sofferte, godute negli anni della giovinezza e della maturità, poco rivelano di noi stessi. Ci si torna col pensiero solo per ritrovare l'emozione del passato, il suo essere stato un sé d'altri tempi. Sono nata a Milano nel lontano 1927. In una famiglia dalle origini di vari luoghi: un nonno piemontese, un altro fiorentino, una nonna bresciana e l'altra francese. Babbo e mamma milanesi. Milano, ai tempi della mia fanciullezza era una città un tantino paesana. Spesso nei cortili delle case gli inquilini creavano l'orticello. L'analfabetismo era piuttosto diffuso. Nel caso fosse superato, non si poteva dire che fosse intervenuta una cultura appena accettabile. Io e i miei genitori abitavamo al quinto piano di un caseggiato che, di piani, ne aveva otto. Su ognuno erano insediati quattro appartamenti, con due gabinetti comuni e un ballatoio che dava sul cortile. La comunione dei gabinetti era uno dei tanti motivi per battibeccare. Entravi, piegavi le ginocchia e ti preparavi alle funzioni corporali, quando da fuori, qualcuno bussava vigoroso e una voce insistente urlava: Dai! mouvet, che la me scappa . Veniva una rabbia che, all'uscita da quello che veniva chiamato cesso o latrina portava ad essere scortese con colui o colei che entrava. Però bastava una serata in comune sul ballatoio o nella casa dell'uno o dell'altro e un bicchiere di barbera, per sanare il piccolo diverbio. Il caseggiato nel quale abitavo coi miei era nel rione di Porta Volta, dove troneggiavano i Bastioni e correva il Naviglio. Gli appartamenti erano costituiti da due grandi stanze che ogni famiglia arredava o divideva a piacere. Mio padre ne aveva ricavato quattro camere: cucinina, salottino, camera da letto per i genitori e la mia cameretta: un lettino, un piccolo armadio, il tavolino e una seggiola di legno con cuscino. Un'ampia finestra permetteva al mio sguardo curioso di vagare sulla piazzetta che stava di sotto dove, anche in piena notte, arrivavano a me le urla e i canti sguaiati di qualche ubriacone insediato nell'osteria e il rumore delle seghe nella falegnameria. Per fortuna prendevo sonno ugualmente. Alle sei o poco più del mattino, papà provvedeva per tempo a comprare il pane fresco e il latte nei due negozi di Via Volta che aprivano a quell'ora. Il babbo era un uomo speciale: intelligente, abbastanza acculturato, tollerante, manualmente e intellettivamente capace. Pieno di buon senso e di altrettanta educazione. In mezzo alla folla di uomini dei dintorni, volgarotti, a volte maneschi con moglie e figli, era quasi un'eccezione Mentre mamma, cardiopatica e sofferente, aveva un temperamento ostile verso la famiglia e, in particolare, verso di me. Alle elementari venivo considerata un genietto. La mia insegnante mi adorava. L'unica materia nella quale ero alquanto scadente era il cucito che allora faceva parte delle materie insegnate. Io avrei desiderato andare nel settore maschile della scuola dove si insegnava una materia che mi pareva molto interessante: la falegnameria. Oggi, alla mia fiorente età, taglio la legna per il camino con l'elettrosega e mi piace farlo nonostante lo ritenga pericoloso. Per arrivare alla scuola dovevo attraversare i Bastioni di Porta Volta che erano grossi rialzi di terra e sassi, sui quali, durante l'inverno, si stendeva una coltre di ghiaccio. Camminandoci sopra con la pesante cartella nella mano, si rischiava sovente di cadere. L'edificio, diviso in due sezioni, una femminile e una maschile, portava il nome dell'ospedale vicino: Fatebenefratelli. Nella mia classe, all'inizio di ogni anno c'erano, più o meno, ventiquattro bimbe che poi diradavano e alcune non ci venivano più. Era in voga, come dicono gli inglesi, il dropout, cioè la fuga dalla scuola. Avveniva soprattutto fra gli studentelli maschi. L'italiano era un popolo dove, in generale, la mancanza di reale cultura regnava sovrana. Anche i meneghini non si allontanavano da questa quadra. Tanto che la mia mamma, avendo una cultura modesta, ma di certo superiore al suo vicinato, sia femminile che maschile, era chiamata: la Maestra . Papà, di nome Giuseppe, dal momento che sapeva guidare la macchinona della sua ditta, che parlava correttamente l'italiano e riusciva a fare a memoria calcoli anche complessi, era nominato il signor Pino. Là dove il termine signore era dato solo ai potenti e alle persone ricche. E lui non possedeva nessuna delle due qualità. Come dicevo, nella scuola ero considerata una ragazzina di ottima intelligenza. Ciò non era dovuto solo a mie capacità personali, ma anche, e sopratutto, alla severità della mamma. Nel fare i compiti o nello studiare le lezioni lei mi stava accanto, pronta a “sberlottarmi” qualora fossi distratta o incapace. Più avanti, in altri studi dove lei non era all'altezza, me la cavai al limite dell'accettabile. Nei quattro anni delle elementari vinsi sempre il premio per i ludi letterari fascisti, chiamati Juveniles. Venivo premiata con oggetti utili, come lampadari, tazze, piatti decorati o posate di ogni genere. Premi che io non apprezzavo. Avrei voluto dei giochi. Quando iniziavano le vacanze scolastiche mamma ed io partivamo per le vacanze al mare ligure, dove papà ci raggiungeva ogni domenica. Pagavamo l'affitto per una stanzetta situata nell'appartamento di una signora genovese. Ogni mattina ci alzavamo verso le otto e, dopo esserci preparate, raggiungevamo un vicino bar dove consumavamo una cioccolata con biscotti. In spiaggia mia madre si accasciava sulla sdraio, sotto l'ombrellone, e si metteva a leggere qualcosa. Io ne approfittavo per allontanarmi e farmi un bagno dove lei non mi vedeva. Il bagno mi era proibito poiché soffrivo di dolori reumatici. Quando tornavo ero asciutta e mi portavo appresso l'aria innocente della persona che aveva obbedito. Nel rientro a Milano riprendeva il tran tran solito. Oltre al dover studiare con tanta buona volontà, mi sentivo spesso molto sola. Mamma era possessiva e non voleva che io mi mescolassi in cortile o per strada coi monelli che vi giocavano. Io spiavo dalla finestra i ragazzi che urlavano di sotto, rincorrendosi e accapigliandosi. Se arrivava una macchina che voleva passare, si trovava costretta a suonare il clacson numerose volte. Delle bellezze artistiche di Milano ricordo, in modo particolare, il Palazzo Sforzesco e il Cimitero Monumentale, vicino a casa mia. Il primo aveva un reparto che suscitava in me, tra brividi di paura e d'ansia, anche una strana voglia di tornarci sempre. Era quello delle mummie. Poi c'erano tanti esemplari d'arte antica che mi affascinavano. Il secondo non lo vedevo come un camposanto. C'erano delle edicole piccole e graziose dove venivano sistemata le tombe. Erano appaiate a costruzioni più grandi, stipate di statue bellissime e copie di quadri d'autore. Chiedevo al babbo: Papà, ma chi ci finisce li dentro?. I morti, bambina, Sì, lo so. Ma che morti sono? È tutto così bello! Sono personaggi importanti: scienziati, politici, scrittori noti e così via. Hai visto le tombe? Proprio artistiche e portano epigrafi straordinarie. Era tutto straordinario. Nell'atrio di casa mia c'era la portineria. La portinaia Giovanna era una persona speciale: laboriosa, generosa e pronta a porgere aiuto. Tutti conoscevano la sua storia. Era stata sposata ad un uomo che la picchiava e la disprezzava. Quando, all'arrivo della guerra in Etiopia (anno 1936) lui partì per l'Africa, lei sperò che morisse, magari da eroe. Fece un'offerta a Sant'Ambrogio, pregandolo di liberarla dal suo torturatore. Purtroppo il Santo, per il momento, non fece il miracolo. L'uomo tornò più cattivo di prima. Ma, qualche mese dopo, uscendo da una casa di tolleranza dove era un habitué, ebbe un ictus e ci lasciò la pelle. Poiché era un personaggio noto per la sua fedeltà al fascio, gli fecero un funerale coi fiocchi e alla vedova inconsolabile diedero la custodia della portineria del mio palazzo. La donna, il giorno stesso del funerale, andò in chiesa per ringraziare Sant'Ambrogio. Per lei iniziò finalmente un periodo di vita sereno. Un giorno le accadde un fatto che, in un primo momento, rasentò l'aneddotica, poi divenne motivo di risate e ammiccamenti. In portineria arrivò un ragazzotto claudicante. Rivolgendosi alla Giovanna disse: “Gentile sciora, cì è da portare questa lettera al Monti. Gliela vuol consegnare lei, per favore. Subito, che ci vuole la risposta”. “Dalla qua... ribadì la donna , “che ce la do quand lŭ al vegn giò”. “No,no! Ce la deve dare subito. Ce la porti lei. Quello lì sta all'ottavo piano. Io non posso fare le scale che mi duole la gamba”. E la guardava con uno sguardo invocante. Giovanna borbottò qualcosa, poi si mise uno scialle sulle spalle e partì verso la meta. Giunta alla porta del Monti, un vecchietto malandato, suonò. Lui venne fuori, prese la lettera e la lesse inforcando gli occhiali. C'era scritto in dialetto meneghino: 'Portinara ven de bass che la sveglia a la va a spass'. Quando la Giovanna si precipitò di sotto, il ragazzo se ne era andato portandosi appresso la sveglia. Un furto che la donna aveva mal sopportato (a quei tempi anche una vecchia sveglia aveva il suo valore), ma che non incise negativamente sul suo carattere generoso. Nella Milano d'allora si facevano scherzi di ogni genere. Durante la dittatura fascista Mussolini mise in atto parecchie cose che migliorarono un poco l'esistenza miserella di molti italiani. Diede vita all'Opera Nazionale maternità e infanzia che provvedeva a porgere aiuti alle famiglie numerose in difficoltà. Rese produttiva l'agricoltura, una delle economie italiane che dava buoni introiti. Fece sanare intere zone putride e pantanose, rendendole abitabili. E altro ancora. Queste migliorie, per il popolino malmesso, sembravano quasi miracoli. A Milano si diceva:”El Duce el sarà, come disen, vun monta sù (sarà, come dicono,un prepotente) ma lŭ al fa di rob che van ben”. (fa cose che vanno bene) Quando l'avventura africana dell'Italia portò Francia e Inghilterra a considerare vergognosa l'invasione dell'Africa, dove, sul promontorio di Amba Aradam vennero usate armi chimiche e gas asfissianti, al popolo italiano furono imposte le sanzioni che, per la verità, non furono eccessive e durarono poco. Ne approfittò Mussolini per inventare l'autarchia, secondo la quale si dovevano consumare e usare solo prodotti italiani. Le poche automobili in circolazione viaggiavano ad alcool etilico che sostituiva la benzina all'ottanta per cento. Su ogni negozio dovevano essere appesi cartelli con la scritta: qui si vendono solo prodotti italiani. Vicino a casa mia vendevano esclusivamente una pasta del Sud, chiamata La Siciliana . Mi venne da chiedere al babbo a cosa serviva quel cartello, vista l'indubbia italianità del prodotto. Lui mi rispose: “Mettere quella dicitura è obbligatorio. E agli obblighi si deve obbedire”. L'autarchia invase anche il linguaggio. Ne fu promotore il gerarca Achille Storace, al quale venne affibbiato il nome di: Il Prode Achille . I termini di origine straniera venivano cambiati con parole della nostra lingua. Il pullover, divenne il farsetto; la chiave inglese, chiave morsa; cognac, arzente; ferry_boat, battello; e via dicendo. Milano trovò la cosa piuttosto buffa. Quando il solito Prode Achille decise che il lei , essendo spagnolo, doveva essere sostituito dal voi , le risate invasero la città. Non c'erano solo le risate, ma anche i mugugni. Soprattutto da parte delle donne emancipate. Io, anche da ragazza, lo ero. Mi seccava molto che il Fascismo considerasse il genere femminile meno intelligente di quello maschile e quindi meno adatto a studi di una certa rilevanza. La donna rappresentava, nelle varie ottiche, la prostituta, la moglie sottomessa o la fattrice, che veniva messa alla stregua delle mucche da riproduzione. Donna, serva di Dio, dell'uomo e della Patria. L'inizio della mia avversione al Fascismo avvenne la prima volta che dovetti partecipare ad una adunata oceanica . In una zona centrale di Milano. Era stato posto, sul tetto di un palazzo, un enorme altoparlante, attraverso il quale giungeva dal balcone di Piazza Venezia a Roma, il discorso del Duce che arringava le folle. Io non ci volevo andare. Ero una ragazzetta che ancora non si interessava di politica e che, a sera avanzata, aveva solo voglia di leggere qualche racconto interessante stando a letto. Ma papà mi diceva: Ninni, ci dobbiamo andare. Il fascista che abita sotto di noi fa caso a chi manca al dovere di essere presente. E dopo, sono rogne. Io ribattevo: Ma la mamma non ci va E lui: Lei è esonerata perché malata. In quel momento avrei voluto essere malata anch'io. Il discorso del Duce non mi interessava e mi veniva sonno. Dormicchiavo in piedi. Sobbalzavo ogni volta che la folla ammassata gettava l'urlo: A noi! Viva il Duce! Sei tutti noi! Crescendo, le motivazioni per non amare coloro che governavano la mia Patria si moltiplicarono. Mi allontanai anche dalla Chiesa che chiamava Mussolini l'uomo della Provvidenza e ne condivideva la poca considerazione della femminilità. Tutta questa rumba durò fino a che intervenne le seconda guerra mondiale che Mussolini definì, con un aforisma, guerra lampo . Durò cinque lunghi anni. L'Italia vi partecipò più tardi di altri Stati. Ma quando il Duce la dichiarò, alleandosi alla Germania, contro Francia e Inghilterra, Milano fu tra le prime città italiane a subire i bombardamenti nemici. Non ci volle molto per ridurla ad un cumulo di macerie, fra le quali, donne e uomini, simili a fantasmi, giravano alla ricerca di qualcosa di utile, soprattutto cibo. La terra meneghina era andata proprio a ramengo. Precedentemente le cantine delle case erano state ripulite e disinfettate per farne dei rifugi. Coloro che provvedevano alla disinfestazione ogni tanto finivano al Pronto Soccorso, intossicati dal prodotto che usavano. Nel 1943 ci fu l'invasione tedesca dell'Italia per punirla d'aver stipulato l'armistizio con gli Stati nemici. E nasceva la Repubblica Nazionale Fascista. Fu distribuita alla popolazione la carta annonaria con la quale era possibile comperare cibo in quantità minime e insufficienti a nutrire. Venne in auge la borsa nera ovvero la vendita di prodotti alimentari a prezzi molto alti. Era un commercio clandestino, permesso solo alle tasche più capaci e sopportato dai nuovi fascisti e dagli invasori. A volte, sebbene raramente, poteva capitare di essere messi al corrente che un negozio, magari lontano da casa, avesse del pane da acquistare a prezzi accettabili e senza annonaria. Allora si partiva, la lancia in resta, diretti là, dove miracolosamente si poteva mangiare. Ci si metteva in fila. A me capitò, come ad altri, di arrivare finalmente davanti alla bottega e vedere la saracinesca che scendeva, mentre il proprietario diceva: Kaput Tutto finito! I presenti, dopo qualche minuto d'indecisione, si allontanavano a muso lungo e ancora affamati. Dall'inizio della guerra, fino al '43, mamma ed io rimanemmo a Milano sotto i bombardamenti. Appena, di sera (accadeva ormai ogni sera), suonava la sirena che avvertiva dell'arrivo dei bombardieri, tutti gli inquilini di casa correvano per raggiungere il rifugio. Papà mi faceva lasciare il letto dove si dormiva vestiti, e via, giù per le scale con mamma ansimante e spaventata. Spaventati lo eravamo un po' tutti. In cantina c'era chi pregava, chi piangeva, chi fingeva di dormire, sobbalzando ad ogni colpo che veniva dal cielo. Casa mia fu risparmiata per tutto il tempo della guerra. Ma non furono risparmiate le finestre e le porte scardinate. Si rimediava mettendo i cartoni alle finestre e raddrizzando alla bene meglio le porte. Di giorno bisognava aprire bene le orecchie per avvertire l'arrivo dell'aereo che chiamavamo Pippo. Arrivava inaspettato e mitragliava chiunque stesse passando di sotto. Alla fine di quell'anno mamma ed io sfollammo nel Varesino. Il babbo dovette nascondersi nella cantina dei suoi padroni ad Arona. Era inceppato in una stupidaggine che, se non si nascondeva, poteva spedirlo in un campo di concentramento tedesco. Verso sera di un inverno nevoso, ad Abbiategrasso, fuori Milano, era stato mitragliato un treno. Era accaduto questo: papà, obbligato ad entrare nell'UNPA (Unione Nazionale protezione antiaerea) doveva provvedere ai feriti e alla raccolta dei morti. Anche quella volta lo fece cercando di non vomitare. Il sangue, sparso copioso, gli procurava il vomito. Vide una donna che sporgeva le braccia dal finestrino. Ne aveva uno privo dell'avambraccio. Un'altra donna era chinata urlante sul figlioletto ucciso. Un uomo, avanzante verso di lui, aveva il volto distrutto. Si mise a tremare convulsamente. Di cose così orrende ne aveva viste troppe. Erano al di là della sua sopportazione. Un compagno lo trascinò nel Comune dove avevano preparato, per i sopravvissuti, qualcosa di caldo da mangiare. Gli disse: “Vieni Pino, sembri anche tu un cadavere”. Papà si lasciò trascinare ed entrò nell'atrio del Comune dove c'era una grande tavolata sulla quale fumavano i piatti contenenti una brodaglia. Mio padre, rimanendo in piedi, volse lo sguardo alla foto del Duce che campeggiava sul muro e urlò: “Crappun! ti te sbafet i bistèch e numm la sbobba”. (tu mangi le bistecche e noi la sbobba) Bastava molto meno per essere arrestati. Fortunatamente l'amico lo trascinò fuori e gli disse: “Scappa e nasconditi. Là c'erano dei fascisti che ti hanno sentito”. Lui se la diede a gambe. Arrivò a casa, prese un po' di soldi, baciò me e la mamma mormorando: “Porca la miseria! Ho aperto la bocca e le ho dato aria. Ma non era l'aria giusta”. Noi due rimanemmo di sasso. Qualche giorno dopo lasciavamo Milano. A Velate, il paese varesino che ci ospitò in una stanzaccia priva di comfort, mia madre si ammalò di brutto. Dovette abbandonare il paese e venne accolta in casa d'amici a Vimercate, nell'hinterland milanese. Io rimasi sola, con la tessera annonaria e qualche soldino che arrivava di nascosto dal babbo. Denaro messo insieme con un lavoretto fatto nella cantina dov'era nascosto. Non bastava per pagarmi la scuola e trovare un po' di mercato nero. Frequentavo le magistrali superiori in una scuola di Varese. Quando dissi alla mia insegnante di italiano che non potevo più frequentare la scuola per mancanza di soldi, lei provvide: mi fece assumere come correttore di bozze al giornale locale, La Prealpina. Il redattore si stupì:”Ma cosa ce ne facciamo di questa piccoletta? Sembra una bimba”. Avevo compiuto i sedici anni, ma parevo molto più piccola. L'insegnante replicò: “Provatela e vedrete che è brava”. Rimasi fino alla fine della guerra. Al giornale mi pagavano la scuola, qualche libro e mi davano qualcosa da mangiare. In classe, dalle otto fino alle tredici, poi al lavoro fino alle diciannove e infine la salita di due chilometri e mezzo per arrivare a casa. Qualcuno potrebbe pensare che io soffrissi per tutta quella fatica, ma non è stato così. Mi piaceva essere indipendente e l'atmosfera giornalistica mi faceva sentire adulta. Di sabato e di domenica ero libera. Quando era la stagione andavo a funghi e raccoglievo sempre della legna per il mio camino. Inoltre davo qualche lezione di cultura ai ragazzi del paese che mi pagavano, per lo più, a patate e polenta. L'otto maggio 1945, al compimento dei miei diciotto anni e la guerra terminata in tutta Europa, papà, finalmente libero, mi venne a prendere per riportarmi a Milano. Lasciare Velate mi addolorò parecchio. Mi ero innamorata di quel paese anche se in esso mi ero sentita un poco emarginata. La gente del luogo non era propensa a stringere amicizie con gli sfollati. I contadini di quella terra avara erano rozzi anche nella parlata che era un meneghino volgarizzato. Però il posto era incantevole. Purtroppo c'erano le vipere e bisognava stare molto attenti quando si girava nei boschi. Lungo un sentiero che saliva irto verso la montagna erano distribuite le quattordici cappelle del Sacromonte. Mettevano in mostra statue di grandezza naturale dedicate ai misteri del rosario. In cima, un museo religioso. Il luogo, che oggi è considerato un bene dell'umanità, aveva intorno il Parco del Campo dei Fiori, boschi profumati, un costante vento bizzarro che muoveva nuvole colorate, l'ululato dei lupi e il silenzio delle notti incantate. Fu un addio colmo di lacrime. Nella Milano, dove i palazzi rubavano il cielo, ritrovai la mia casa rabberciata alla meglio e una città in pieno assetto ricostruttivo. Dalla Sicilia erano arrivati i muratori che la dovevano sanare dalle enormi ferite dovute al conflitto. Ci riuscirono. Dopo un anno o poco più, molte zone avevano ripreso a vivere sotto la spinta del nuovo e la volontà meneghina che ritrovava il suo valore. Io volevo fare giornalismo, ma la mamma non volle. Disse in modo spiccio: Non è un lavoro che renda subito del denaro e noi ne abbiamo bisogno. Ai Telefoni di Stato cercano telefoniste. Stipendio e posto sicuro. Ci vai e ti fai assumere. Ě sufficiente avere un diploma e tu ce l'hai. Ti faranno alcune domande alle quali cerca di rispondere a dovere. Poi ti proveranno l'udito, che hai buono. E ti faranno leggere qualcosa, assicurandosi che tu abbia capito ciò che hai letto. Stai attenta e non fare cavolate. Te ne pentiresti. Fui assunta. Cinque anni dopo chiedevo e ottenevo il trasferimento a Bologna dove mi attendeva l'amore. Qui ho costruito una nuova famiglia, marito, due figlie bravissime e la suocera con la quale imparai a stringere un rapporto solido ed affettivo. Lei curava la casa e le bimbe, io facevo carriera diventando vice capo ufficio. Quando nonna morì e le ragazze ci lasciarono per far la vita loro, io e il mio compagno, ormai pensionati, scarpinavamo per le montagne, le valli italiane e straniere, zaino sulle spalle e voglia di vivere. D'inverno lui aveva hobby di ogni genere, io mi interessavo di politica e del sociale. Una brutta epatite C me lo ha portato via. Per sanarne, almeno in parte, il dolore, ho iniziato a scrivere romanzi, racconti e poesie, usando il computer. Tre anni fa, di primavera, sono tornata a Milano per rivedere la città natia. Nel viaggio in treno ho cercato di immaginare come potesse essere cambiata. Ovvio che lo fosse. Dovevo sentirmi preparata a trovarla molto diversa, ma pur sempre mia. Eppure, arrivata nel rione di Porta Volta dove avevo vissuto un lungo periodo della giovinezza, mi trovai in un luogo quasi sconosciuto. Il palazzo nel quale c'era la portinaia Giovanna non aveva più la portineria e sembrava un altro. Ci avevano messo anche l'ascensore. La strada sotto casa era invasa dalle automobili e priva di ragazzi vocianti. Scomparsi gli incontri fra donne nell'ora della spesa. Solo passanti frettolosi col cellulare attaccato all'orecchio. I più parlavano a voce così alta da far sapere, agli eventuali passanti, tutti gli affari loro. Un rumore assordante invadeva l'aria. E il cielo, un tempo limpido in quella stagione, era ingrigito dallo smog. Non ebbi tempo di visitare, come avrei desiderato, i luoghi che, in un tempo lontano, mi avevano incantata. Se il destino me lo concederà, ci tornerò. Nel frattempo, da alcune amiche milanesi, ho avuto notizie fresche sulla città. Ho saputo che la megalopoli lombarda si è dotata di una tecnologia avanzata per la quale è possibile una sua gestione più efficiente, che si può ottenere attraverso l'innovazione informatica. Sono nate molte opere di beneficenza, sia laiche che religiose, aventi lo scopo di aiutare i disperati. Inoltre il comune ha cercato di iniziare un controllo efficiente nelle periferie, allo scopo di renderle più vivibili. E quant'altro di utile e umanizzante. Mi hanno anche raccontato delle loro visite all'Expo, l'esposizione universale vertente sull'alimentazione e il modo di renderla sana e gustosa. Vi hanno partecipato Stati di tutto il mondo. Questo ha reso la città meneghina un centro d'attrazione per tutti. A Milano stanno anche tentando di raggiungere un traguardo difficile: dare maggiori diritti alle famiglie in difficoltà. Un traguardo che incontra problemi di ogni genere. Se i cittadini verranno coinvolti con le loro idee e i loro desideri, ritengo che sarà possibile raggiungerlo. O almeno lo spero. Fra i tanti ricordi di cui ho parlato, ne spicca uno particolare. Certe fantastiche parole di mio padre: Credimi Ninni. governare è molto difficile. Lo è anche in famiglia. Occorre una buona dose di altruismo, di interesse sincero per la generalità dei cittadini, il coinvolgimento degli stessi nelle scelte chi li riguardano. Ci vuole fede nella giustizia, nel bene comune. E anche modestia e coscienza di sé. Grande, grande papà mio! Sono tornata a casa ripensando a quella moderna Milano che mi era divenuta forestiera. E della quale, nascoste dentro di me, ritrovo le tante rimembranze. Ciò che è stato. Tutto ciò che di giusto o di ingiusto ho vissuto intensamente. Danzante nella culla dei sogni.
Risultati immagini per donna che scrive Scrivere che passione di Maria Rosa Fiorini - tratto da La scrittura del ricordo Sono nata nel 1943 in una notte di bombardamenti in piena seconda guerra mondiale. Questo deve avermi segnato, perché è tutta la vita che mi sento in guerra con tutto ciò che ferisce. La prima battaglia è stata contro la fame: dividere quel poco che c’era con i miei fratelli, mangiare tutto fino all’osso; la frutta non mi sognavo di spellarla perché la buccia toglieva la fame e, come ho letto dopo, faceva anche Pinocchio. La nonna a volte comprava in un negozio del centro, a poco prezzo, delle paste dolci rotte perché non si sarebbero più vendute: “le briciole delle paste” e ce le portava. Io prendevo la mia porzione e andavo a mangiarla in solitudine; masticavo piano e trattenevo a lungo il boccone per gustarne tutti i profumi e i sapori. La sera a volte mangiavamo un po’ di farina di castagne compattata e messa a cuocere direttamente sulla stufa; purtroppo non riuscivo a deglutire quel pastone e dicevo che non mi piaceva, col risultato di andare a letto senza cena. Intorno ai dieci dodici anni, cominciammo a mangiare un po’ di carne e la fame che mi aveva perseguitato per tanto tempo, si attenuò. Il 1956 fu un inverno freddissimo, con tanta neve. Una mattina vidi un fenomeno inconsueto. Voci concitate di gente spaventata ci fece uscire velocemente per vedere cosa accade”. Guardavano tutti il cielo e vidi che era di mille colori, strisce di luce verdi e viola si rincorrevano: una tavolozza di colori che affascinava. Quando uscì anche mio padre disse subito “E’ l’Aurora Boreale”, e increduli fissammo a lungo il fenomeno in atto. La nostra casa era molto fredda, l’unico ambiente riscaldato era la cucina e noi ci riunivamo intorno all’unica stufa. A dispetto di ciò, fino a dopo l’adolescenza non ho mai avuto né raffreddore né tosse. Ora invece, con le case riscaldate, le influenze imperversano e l’aria è carica di smog, polveri sottili e quant’altro. Allora, chi aveva fatto le scuole medie, poteva trovare un buon lavoro se si dava da fare; in seguito molti iniziarono ad andare all’università. Il lavoro era quasi assicurato per i bravi giovani che in seno alle Aziende erano anche tutelati. Abitavamo in un’estrema periferia della città di Bologna, dove c’era ancora la campagna e il suo profumo e quello delle rose ci inebriavano quando tornavamo dal Rosario del mese di maggio. Col calare della sera si sentivano i grilli che con il loro cri-cri rompevano il silenzio e le lucciole che ci danzavano attorno: una vera magia! Come rimpiango il silenzio! Le calde sere d’estate ci si radunava fuori dal caseggiato e le nonne portavano ognuna la propria sedia. I nonni non erano tanti come adesso; quelli che c’erano non andavano all’Ospizio, rimanevano nelle famiglie ed erano rispettati. Quando morivano, nella casa c’era la veglia funebre e noi bambini li andavamo a vedere: non ho mai avuto paura! Ritornando alle sere d’estate, noi piccolini eravamo affascinati dal buio; giocavamo a nascondino, facevamo corse pazze per le strade; auto non ce n’erano, contavamo le stelle che erano più luminose e qualche volta andavamo a sentire i discorsi dei grandi che raccontavano aneddoti della vecchia Bologna e storie varie della guerra che non erano mai volgari. Si faceva senza la TV. La notte, quando eravamo a letto, sentivamo rientrare i ragazzi più grandi che cantavano, fischiavano e ciò ci faceva compagnia. Sembra che adesso le cose siano migliorate ma tante altre mi mancano. Ho imparato a navigare su Internet, a scrivere con il computer, ma è come correre dietro al fulmine. La tecnologia è in continuo evolvere e non credo in futuro, anche per l’età, di poter stare aggiornata. Tanti sono stati i cambiamenti di questi ultimi ottanta anni e credo, in buona parte, di averli vissuti.
La cucina nel passato e nel presente di Barbara Ventura - tratto da La scrittura del ricordo Stampa Email Nel passato, la cucina, si componeva di cibi poveri come la polenta, che veniva mangiata tutti i giorni, il pane fatto in casa, minestre e zuppe; da non dimenticare i borlenghi ed i castagnacci due buonissimi piatti tipici delle nostre montagne. I castagnacci, vengono detti anche 'ciacci' e si preparano con pochi ingredienti ovvero 200g di farina di castagne, mezzo bicchiere di latte, mezzo bicchiere di acqua, un pizzico di sale, un pizzico di bicarbonato. Si mescola tutto insieme ottenendo una pastella morbida e soffice. Poi, con la cotica del prosciutto, si unge una padella antiaderente e si fa scivolare la pastella facendo in modo che assuma l’aspetto di una piccola frittata, poi si cuoce cinque minuti da una parte ed altri cinque minuti dall’altra. Per renderlo maggiormente gradevole al palato, si può riempire con salumi o stracchino, mentre un tempo si potevano soltanto mangiare vuoti in quanto le famiglie erano povere. La preparazione della polenta, comportava l’utilizzo di una calderina in rame o alluminio che veniva riempita per metà di acqua, si salava con sale fino, poi si metteva dapprima la farina di grano grossa ed in seguito quella di grano tenero più sottile quindi dopo venti minuti circa veniva aggiunta infine si mescolava lasciando cuocere il tutto per almeno un’ora. I borlenghi venivano preparati con 200g di farina, mezzo bicchiere di latte, due bicchieri di acqua, un po’ di sale. Si mescola il tutto sino a quando non avremo ottenuto una pastella molto liquida per terminare si fa cuocere in padella antiaderente riempiendola con salumi, uno spicchio di aglio, rosmarino facendo cuocere a parte mettendovi un po’ di forma al termine della cottura. Successivamente, venivano richiusi come se fossero crepès. Altri cibi da non dimenticare erano le tigelle e le crescentine fritte raramente i biscotti che venivano fatti assieme alle torte per la festa del paese.
Risultati immagini per banca del tempo La banca del tempo di Carla Zappata - tratto da La scrittura del ricordo In quella casa, di quel quartiere popolare, di quella città padana c'era un gran movimento di gente in attesa. Tutti correvano, non come erano soliti fare precipitandosi giù per le scale verso la cantina al primo urlo di sirena, ma da una stanza all'altra, allorquando Ina smarrita si affacciò da un pertugio. Gli astanti esultarono accogliendola con corale ovazione: Finalmente ! Ana, primogenita, l'aspettava da nove anni ed ora si avvicinava curiosa e timorosa per osservarla e toccarla; papà Aldo la strinse al petto progettando di darle al più presto tavola di legno,martellino e chiodi, mentre mamma Mara sorrideva compiaciuta alla vista di quella testolina piena di capelli neri meditando come raccoglierli con i nastri da lei stessa ricamati. La piccola manifestò subito la sua innata propensione a giocare col tempo e già si affannava a rincorrerlo sgambettando e poppando con frettolosa avidità. A poco più di un anno correva con i suoi scarponcini alti alle caviglie (necessari per correggere un piedino storto) traballando ed agitando le braccia per mantenere l'equilibrio, salvo poi cadere a volo d'angelo seduta per terra; subito si rialzava corrucciata con il fiocco dei capelli scomposto, ma in cuor suo sorrideva, sognando di indossare scarpette da ballerina. Era tanto vivace da essere soprannominata Mercuria o Argento vivo e con la sua iperattività voleva depistare un animaletto, il tarlo del tempo, che ogni dì la provocava. Ina crebbe nel rigore post bellico del secondo 900, ma con quella carica emotiva insita nella ricostruzione. Nelle strade del quartiere (La Cirenaica) circolavano poche automobili, qualche motorino, tante biciclette e carretti. Così dalla nebbia mattutina spesso compariva un grande carro fumante trainato da cavalli, guidato dal ruscàrol (netturbino) che provvedeva alla raccolta delle immondizie (il rusco), oltre a ripulire, con scopa di saggina e paletta, le strade dal pattume e dagli escrementi degli operosi cavalli. Il suono di una trombetta stonata annunciava l'arrivo trionfante del sulfanèr che con un ciclo/carro raccattava dalle cantine ferro, roba vecchia e vendeva scope, battipanni, piumini. Dalla Fabbrica del Ghiaccio di via Rimesse ogni giorno usciva un carrettino per raggiungere le vie del quartiere dove massaie e bambini festosi accoglievano il giazàrol: schiamazzando lo accerchiavano per raccogliere e succhiare schegge di ghiaccio, poi ne prendevano un pezzo più grande da portare a casa, per la conservazione dei cibi, avvolto in un canovaccio per non bruciarsi . Stare ferma per ore sui banchi di scuola, seppure con profitto, per Mercuria era una vera costrizione, per cui non mancava all'appuntamento quotidiano con gli amici nei grandi cortili delle case di risanamento (di via Bentivogli e via Fabbri) per correre e nascondersi tra panni stesi o negli anfratti e porte delle abitazioni circostanti; altre volte scorrazzava su e giù dai vagoni fermi nella Piccola stazione ferroviaria (La Veneta), oppure si lanciava con i pattini a rotelle o con la bici dalla discesa del ponte di via Libia, allora poco movimentato. La corte delle case popolari di via P. Fabbri aveva al centro uno stabilimento, punto di riferimento per molte persone del quartiere le cui abitazioni non erano dotate di vasca da bagno o docce. Figuriamoci se la nostra protagonista, amante dell'acqua, trascurava questa opportunità, riuscendo a trasformare un disagio in piacere: all'angusta tinozza domestica, alimentata da secchi d'acqua, Ina preferiva sguazzare nelle più ampie docce o vasche pubbliche: asciugamano e ricambio biancheria sotto braccio, era diventata un'assidua frequentatrice dei bagni pubblici, pensando forse di recarsi in piscina! Scarabocchiare fogli con matite colorate Giotto accanto al papà che, nel tempo libero, dipingeva grandi cartelloni pubblicitari o aiutarlo a modellare statue e bassorilievi raccogliendo secchielli di fango dal greto del fiume Savena, all'epoca balneabile e ben attrezzato con lido e balera per gite fuoriporta, per la bimba costituivano divertimenti irrinunciabili. Altra meta assai frequentata erano i Giardini Margherita: esteso parco pubblico e quasi unico polmone verde adiacente le mura medievali. I pochi giardini del centro cittadino, nascosti all'interno di case patrizie, in corti delimitate da pareti affrescate a trompe-l'oeil con alberi, fiori per aumentarne l'illusione ottica di maggior estensione, erano piccoli intimi gioielli architettonici riservati ai proprietari residenti. Allora Aldo sistemava la piccola sul cannone della bicicletta, con le manine ben salde sul manubrio e Ina serena, sicura tra le sue braccia, nastro all'indietro tra i capelli al vento, sorrideva inebriata dalla velocità , poi giunta sul pontile del laghetto, estraeva dalla tasca del vestitino della festa un sacchettino di briciole di pane per condividere la sua felicità con le papere che accorrevano schiamazzando lasciando scie spumeggianti sull'acqua; Quando poi riusciva ad andare in barca mentre il papà vogava: che piacere che bellezza! Il grande lago, così appariva ai suoi occhi, era contornato da conglomerati di gesso che brillavano nelle giornate di sole; lo stesso luccichio Ina l'aveva notato nei basamenti delle torri, di alcuni palazzi del centro o sulle colline durante le passeggiate in dì soleggiati, ancora non riusciva a collegarne la stessa provenienza dalla vicina Cava a Filo dei Gessi Bolognesi, ma qualche domanda la poneva al papà a tal proposito. L'unica nota triste del parco era Remo: la vista del leone che girava avanti e indietro in una piccola gabbia la turbava,così giunta nelle vicinanze, cambiava strada. Nel quartiere la bimbetta dagli scarponcini alti si muoveva con curiosa disinvoltura, ogni passo era una scoperta, una conquista. Non sapeva né leggere né scrivere, ma imparò presto a fare i conti giocando a far la spesa. In assenza di frigorifero, ogni giorno Ina entrava ed usciva dal fornaio (la Luisa),salumiere/droghiere (F.lli Tonelli), lattaio,macellaio, munita di lista e di soldini necessari per pagare, attenta a riportare a casa le provviste ed il resto del denaro corrispondente al conto, senza sbagliare. La tappa alla bottega del cavallaio si presentava un po' problematica: dall'alto di un bancone di marmo, protetto da un vetro, un uomo gigante fischiava, intento ad affilare un grande coltello ed a tagliare tranci di carne su un ceppo di legno, la nostra piccola non riusciva a porgergli il biglietto,ma era fiduciosa che gentili signore,al suo turno, l'avrebbero aiutata. La vetrina del cartolaio di fronte alle scuole Giordani (in angolo tra via Libia e Sante Vincenzi) era una tentazione irresistibile e Ina,passando e ripassando, un dì fece un blitz: entrò e chiese a credito una stadera che da giorni puntava. Il bottegaio conoscendola gliela diede, sicuro che la famiglia avrebbe pagato. Arrivata a casa con la sua bilancina Ina cominciò a pesare foglie, fagioli, pasta, la mamma notò subito il nuovo giocattolo e chiese informazioni. La bimba nel suo candore disse di aver lasciato da pagare e la risposta di Mara fu immediata: Ah sì?! Bene oggi gliela riporti indietro! A nulla valsero le sue rimostranze: lei sempre ligia a consegnare ogni spicciolo rimanente dal conto della spesa,trovava ingiusta quella reazione all'unica volta che si era presa una libertà ; niente da fare la mamma fu irremovibile Ina umiliata, con la coda fra le gambe, restituì al bottegaio la bilancina, ma per la Befana sotto la cappa del camino trovò come regalo la sua stadera. Così andò, anche se al momento non capì, la bimba ricordò la lezione per tutta la vita: il denaro non era solo una questione di conti, di numeri, ma rappresentava un valore; in quel momento comprese che i soldi non piovevano dal cielo, ma andavano guadagnati e spesi oculatamente come facevano tutti in famiglia. Allora la cinna cominciò a frequentare con soddisfazione il chiosco sotto casa (da Anselmo di fronte all'attuale cine/teatro Dehon) per confezionare gelati di grande effetto: enormi sopra, vuoti sotto per non rompere la cialda; meno rischiosa e da lei preferita era la preparazione delle tavolette, si trattava di riempire semplicemente uno stampino di ferro con biscotti e gelato. In cambio della prestazione beneficiava di ottimi frappé, granite, ghiaccioli (Cof), caramelle di tamarindo e liquirizia (more) ed ovviamente gelato in quantità. In seguito si adoperò a vendere latte travasandolo, con mestoli ed imbuti, dai grandi bidoni in alluminio alle bottiglie in vetro portate dai clienti. Ormai grandicella, anziché bere troppo latte, la ragazzina abbandonò il baratto ed accettò un compenso in denaro così, senza pesare sul misurato bilancio familiare, avrebbe potuto spenderlo, per entrare al mitico cinema Vittoria e durante la proiezione del film sgranocchiare a volontà brustolini (semi di zucca), burdigoni (caramelle di liquirizia raffiguranti animaletti). Una sala fumosa, poco arieggiata e scarsamente riscaldata, accoglieva gli spettatori in inverno,mentre in estate il grande schermo era allestito in un cortile adiacente circondato da case i cui abitanti dalle terrazze si vedevano lo spettacolo gratis in cambio del disagio sonoro e delle repliche. La corsa verso l'autonomia e l'indipendenza economica fu irrefrenabile, tanto quanto il piacere di leggere, di scrivere e far di conto. Seguì quindi il periodo dei bambolini di celluloide presi nudi da una vicina fabbrica: l'intraprendente ragazzina a casa impegnava tutta la famiglia a cucire sottanine col punto a filza e ad attaccar bretelle per riconsegnarli vestiti all'opificio e ritirare il lauto compenso di due lire al pezzo. Crescendo, la fanciulla si industrializzò: imparò ad usare la macchina da cucire e confezionava reggiseni a dieci lire al pezzo; lavoro comunque sempre secondario alla scuola, che continuava a frequentare con buoni risultati. Accaddero poi tragici eventi che cambiarono il corso della vita della ragazzina: la morte del papà la costrinse ad interrompere gli studi per lavorare a tempo pieno. Lei non si spaventò, era già abituata , si trattava di invertire l'ordine dei fattori, ma il risultato cambiò assai! Passarono gli anni Ina si sposò, nacquero figli,mentre il tarlo del tempo continuava ad insinuarsi ogni dì tra il lavoro fuori casa e quello domestico. Dopo parecchie stagioni, un autunno, la nostra donna decise di frequentare una scuola privata serale per recuperare quattro anni scolastici. Per nove mesi, finito l'orario di lavoro, studiò in ogni momento libero rubando tempo al sonno ed alle soste, finché a luglio..... Superato l'esame di stato con 50/60 conseguì il diploma magistrale. L'entusiasmo esplose, Ina mise le ali ai piedi, trasformando le corse in voli pindarici non privi di turbolenze, tempeste ed uragani e proseguì il suo viaggio di educazione permanente, anche dopo la laurea spinta dall'innata curiosità, ma pure dalla consapevolezza socratica acquisita (sapere di non sapere). Quando il pubblico presente si ridusse ad un'esigua platea, Ina si accorse che la sfida col tempo sarebbe stata impari: lui era più veloce! Per anni si era affannata a correre, arrivando puntualmente in ritardo. Il vecchio tarlo, seppur grasso per aver rosicchiato tante energie, si accingeva ora a vincere la competizione finale cantandole ogni dì un ritornello “Correre, correr, corre, cor... correrai dietro la bara gridando: Aspettami sto arrivando Allora capì che era giunto il momento di nascondere calendari, agende, orologi ed ascoltarne il tic tac, senza contare, né scandire ore e giorni. Doveva continuare a giocare, fermando la moviola al presente. Portò la mano raggrinzita e storta sulla punta del proprio naso e facendola vibrare sussurrò al tarlo obeso: Non avere fretta, arriverò quando sarà il mio momento, non riuscirai più a mangiarmi il presente; ti metterò a dieta, qui ed ora! Aprì la cassapanca dei ricordi, liberò dallo scrigno dell'eternità l'eco della voce degli assenti,che neppure l'ultimo respiro aveva ridotto al silenzio e volse lo sguardo al tempo perduto, per crogiolarsi in ricordi materializzati,in odori e colori di un'infanzia serena, di un'adolescenza non consumata e di una gioventù passata troppo in fretta. Si era appena fermata per abbandonarsi ad un tempo dilatato, scandito da armonie musicali, da letture illuminate dalla luce del sole e non soffocate nel buio della notte, dalla scrittura lasciata al fluire di parole misurate da ritmi biologici, senza imporsi di allinearle frettolosamente mozzandone spesso la coda. Si stava cullando nell'idea di risvegliare tra i giovani, con i suoi racconti, valori assopiti o non conosciuti come solidarietà, fiducia, determinazione, speranza, nell'illusione di restituire loro il desiderio della scoperta e conquista, usurpato e soffocato da eccessive ed inadeguate offerte di protezione, quando Leonardo, in procinto di uscire, si alza dalla sedia, saluta la nonna e le chiede: Stai bene? E' un periodo che sei spesso in casa inchiodata al pc! A proposito, ora vado all'allenamento di rugby, rientrerò verso le 18, avrei bisogno del computer, pensi sarà disponibile o dovrò fermarmi in mediateca? . Veramente ho qualche problema al metatarso (risponde la nonna) e stavo solo cercando alcune informazioni sulla Banca del Tempo, tu ne sai qualcosa? Poi mentre l'accompagna alla porta, Ina butta l'occhio allo scarpone n. 44 del nipote e ripensando ai suoi scarponcini n. 20, immagina quanta strada lui potrà fare camminando più lentamente; infine si solleva sulla punta dei piedi, si allunga per abbracciarlo e sorride sbirciando l'immagine riflessa nello specchio dell'ingresso.
Il mio galvani di Germana Trentini - tratto da La scrittura del ricordo Stampa Email Qui parlo di scuole di Bologna. Ho avuto la possibilità di frequentare il liceo classico Galvani e ne ho serbato imperitura memoria. All’epoca dei fatti (si parla del 1944) mi sono avvicinata a detta scuola con fiducia: mi sembrava quasi di entrare in famiglia, forse perché il Preside di allora, prof. Ezio Chiorboli, chiamato familiarmente BAFFO, era stato professore di italiano di mia madre alle scuole magistrali. Dopo vari smembramenti, il Galvani, che era stato posto parte nella sede dell’Istituto S. Luigi, in certe aule di piazza Calderini e nell’edificio del liceo Minghetti (essendo l’edificio utilizzato ancora come ricovero ospedaliero), riuscì a rientrare nella sua sede di via Castiglione. E cominciò l’era di Ezio Chiorboli. Notevoli i tanti professori che ricordo: un’insegnante di matematica, che aveva fatto piacere la materia persino a me, tale De Varda, con all’epoca trenta anni di servizio e nessuna assenza: prova inconfutabile di attaccamento al dovere, ma anche di un’ottima salute. Il prof. Argelli, insigne latinista e grecista. Il prof. Fusco di italiano, che apparendo e sparendo sopra e sotto la cattedra, cercava di rendere vivacemente l’idea dei personaggi della Divina Commedia: “Vedi là Farinata che s’è ritto”. Don Marella, che insegnava non ricordo più se solo religione o anche storia e filosofia. Comunque non gli stava in mente l’orario, per cui i bidelli dovevano andare a prenderlo all’angolo di via Orefici, dove chiedeva l’elemosina e fra andare e tornare, se ne passava quasi tutta l’ora. Però quale migliore insegnamento del suo che, col comportamento dava lezione di umiltà, preghiera e aiuto ai poveri. Fu un’epoca disordinata e ordinata nello stesso tempo, fantasiosa ed incerta, ma in fondo anche affascinante e perché no divertente.
Ricordo del mio passato di Giovanna Toselli - tratto da La scrittura del ricordo Stampa Email Quando ero piccola con mia nonna Emma ho imparato a pregare, e ho imparato tutte le sue preghiere. Mia nonna Emma ha partorito tredici volte e in pochi anni sono rimasti solo sette figli. Ricordo che mi raccontava che con la miseria che c’era, allora, quando i bambini avevano circa dieci anni ed erano di corporatura robusta andavano a lavorare dai contadini nei campi vicini, e anche a volte mangiavano e dormivano là, dal datore di lavoro. Lei e mio nonno erano mezzadri, a fine anno in tasca avevano solo pochi soldi, ma una grande dignità, perché mia nonna andava in tutte le case, a fare la “levatrice e l’ostetrica” gratis. Al suo funerale, nel 1953, erano circa più di mille persone. Andando a muovere i ricordi, ci tengo a dire che io abitavo nel centro del paese, proprio in piazza e quando cominciarono i bombardamenti andammo dall’altra nonna che stava in un podere agricolo di quaranta tornature con un immobile grande, quindi c’era posto anche per noi sette. Con il modo di vivere, andammo più indietro in molte cose: il gabinetto era fuori dalla casa, con una botte interrata e un coperchio sopra. Poi alla sera dovevamo chiamare gli animali per la notte, 100 galline, 3 maiali, 20 anatre, 12 oche, 8 mucche e alle volte anche i vitellini e al pomeriggio c’era da preparare il loro mangime. In casa da mia nonna, ci si sentiva proprio in famiglia e in particolare cristiana perché alla sera si diceva il rosario e nel mese di maggio si andava insieme al caseificio perché là c’era il pilastrino, e tra grandi e piccoli c’erano anche cinquanta persone. Sentivo i grandi (adulti) chiedere di una famiglia o di un’altra, se avessero bisogno, anche nei lavori dei campi oltre che in casa. Per le feste capitava che venissero dei parenti e si preparava più cibo e ci si faceva aiutare da un altro contadino per fare bella figura. Ora vivo sola in centro, vado al Punto Incontro, ma mi sento molto sola. Ho un figlio in zona con una azienda abbastanza vicino a casa e una nipote a Reggio Emilia che mi chiama al cellulare la domenica. Lei ha due ragazzi di diciotto e quindici anni bravissimi che aspettano di trovare lavoro assieme al padre e mia nipote fa l’ambulante e purtroppo ora ha poco lavoro. Purtroppo nei miei ricordi non c’era allegria prima perché non c’era la forza di averla e neanche adesso. Vorrei aggiungere che anche il cibo è da ricordare, perché adesso le pietanze sono diverse da un tempo. Anche per il momento della colazione si va al bar, fuori casa. Indietro, a casa, si preparavano gli gnocchi fritti e crescentine e c’era la polenta con i sughi o formaggi, le aringhe e anche il baccalà in umido, i tortelloni con zucca e ricotta, molto purè di patate, le verdure cotte in tanti modi, gli gnocchetti di patate, le grandi frittate, lo gnocco salato cotto direttamente in casa, per chi aveva il forno..! E adesso il maiale lo mangiano in pochi, perché fa male dicono, ma una volta si mangiava 100 % genuino, e averne! E si faceva la sfoglia di mezzo centimetro facendo dei quadri 20 x 20 centimetri e si friggeva in una padella bassa 15 centimetri e con lo strutto di maiale si friggeva fino a che diventassero rosa per la colazione. Se ci fossero adesso si pagherebbero a peso d’oro! Infine aggiungo che la biancheria si faceva in casa con il telaio. Il telaio che avevo è andato rotto nel 1970 e non trovai più nessuno che lo sapesse riparare e così è stato bruciato. Nel mio baule di tela ho un po’ di canapa semplice e un po’ di canapa tessuta con un filo di cotone, fatta da mia mamma nella stalla d’inverno. Giorno dopo giorno abbiamo confezionato federe, lenzuola e strofinacci per le stoviglie, e tanto altro come tende per le scale, pedane per il bagno, borse per la spesa, centri ricamati per i mobili e copri cuscini.