La scrittura del ricordo

Era il ’48 quando Carlino finì le scuole, dopo aver recuperato i due anni persi a causa della guerra, durante i quali era stato in campagna, in un paese vicino a Bologna, presso degli zii, aveva dodici anni ed era pronto per imparare un mestiere. A dir la verità di mestieri ne aveva già provati diversi, perché durante le vacanze aveva fatto il fattorino da un fruttivendolo, da un salumiere, da un calzolaio e in una bottega di stoffe. E nessuno era stato un divertimento. Ma il lavoro definitivo, che non si ricorda nemmeno più come mai fu scelto dalla sua famiglia, fu il falegname. Il laboratorio dove Carlino cominciò a fare il fattorino era in via Riva Reno, vicino al canale. Il suo compito consisteva nel tenere pulita la bottega, aiutare gli operai porgendo loro gli arnesi e il materiale di cui avevano bisogno, e poi andare fuori, in ferramenta o in segheria, a ritirare le merci necessarie all’attività. Il mezzo di trasporto era un carretto a mano, e il padrone non aveva nessuna remora a mandarlo da solo, anche se il materiale da caricare era di un peso esagerato: «Vedrai che troverai qualche coglione che ti dà una spinta!» era quello che gli diceva. E infatti, quasi sempre, Carlino trovava un buon uomo che aveva compassione di quel povero ragazzetto, alla stanga come un somaro, e che l’aiutava dicendo: «Ma chi è qual disgraziato del tuo padrone, che ti fare una fatica così!» Una volta, che dovevano consegnare una cucina a Sasso Marconi, il padrone aveva preso in prestito un furgoncino a pedali e li mandò in due, per la Porrettana, uno a pedalare e l’altro dietro a piedi. Al ritorno, per fortuna, uno, a turno, pedalava, mentre l’altro se ne stava nel cassone. Più avanti ebbero un triciclo di proprietà, e allora fu una goduria, quand’era vuoto, pedalare per Bologna! Se dovevano attraversare via San Felice, che si abbassava sul canale di Reno, lanciavano il furgoncino giù per la discesa per prendere lo slancio e salire di volata dall’altra parte! Ma quand’era pieno! Uno degli altri fattorini che lavorò insieme a Carlino era un ragazzo che tutte le mattine andavano a prendere al carcere minorile del Pratello, per poi riportarlo là alla sera. Sembra che fosse dentro per aver picchiato suo padre, ma era un gran lavoratore, e sul lavoro si comportò sempre bene. Una volta, insieme a quel ragazzo e sempre col triciclo, dovevano portare dei mobili vicino alla fabbrica del ghiaccio, in via Azzo Gardino. Sul furgoncino riuscirono a caricare un’intera camera matrimoniale, comprese le reti del letto. Era un peso esagerato, la ruota posteriore non si sollevava solo perché il peso di chi pedalava faceva da contrappeso al cassone. Quella volta però avrebbero dovuto andare giù da una discesa e il freno, che era solo nella ruota posteriore, non prendeva per il peso di Carlino sulla sella, che però non poteva rialzarsi per non rischiare di rovesciare tutto. Carlino si era già visto sfracellato, coi mobili e tutto, in fondo alla discesa, ma il suo compagno, svelto come un fulmine, si buttò sdraiato per terra davanti alle ruote, riuscendo a fermare il furgoncino. Tutte le sere Carlino doveva lavorare mezz’ora in più, non pagata naturalmente, per spazzare il laboratorio, raccogliere segatura e trucioli e portarli in cantina. Una sera, che il padrone non c’era, lui lasciò il lavoro insieme agli altri. La mattina dopo il boss lo affrontò: «La prossima volta che non pulisci, il mattino dopo puoi anche stare a casa!» Non poteva certo dire alla sua famiglia che aveva perso il lavoro per non aver spazzato la bottega! A dire la verità, dato che lì vicino c’era un meccanico da biciclette, che erano la sua passione, che cercava un fattorino, lui provò a dire che avrebbe voluto cambiare lavoro, ma sua madre e le sorelle, che erano quelle che gli lavavano i panni, gli obiettarono che sarebbe stato un lavoro più sporco, e così Carlino dovette rimanere falegname. E pensare che il meccanico da biciclette è quello che fa adesso, da pensionato e gratis, per i ragazzi di una società ciclistica giovanile. Più tardi, quando non era più un semplice fattorino, la sera cercò di recuperare un po’ di quegli studi che non aveva potuto fare. Frequentò la Scuola d’Arte, che aveva sede in via Cartolerie, ed era sempre in lotta col padrone per poter lasciare il lavoro in orario e correre, in bicicletta, attraverso la città per arrivare a scuola in tempo. Con gli anni Carlino il mestiere l’ha imparato bene e ha potuto lavorare con altri padroni, facendo valere la sua esperienza e le sue capacità. E ha avuto sotto di lui dei ragazzi che, a loro volta, hanno imparato bene a fare il falegname. Per lui furono degli aiutanti, degli allievi, spesso dei buoni amici, ma mai degli schiavi. Per fortuna i tempi erano cambiati da quando aveva iniziato lui, o forse era cambiata la coscienza dei lavoratori. -Commenti:
Mio padre partì per il Belgio da Serramazzoni, provincia di Modena, verso l’11 novembre 1946. Erano in quattordici persone a partire dal paese, in seguito d tredici i essi sono ritornati in Italia dopo circa quindici giorni di permanenza in Belgio. Non hanno retto le condizioni penose di duro lavoro in miniera, oltre le condizioni in cui si sono trovate per quel che riguarda la situazione abitativa, clima in generale. Il viaggio per il Belgio si svolgeva in treno, la prima tappa alla stazione centrale di Milano. Lì bisognava sottomettersi ai primi controlli sanitari, se si riteneva che gli uomini, in particolar modo, si trovassero in ottima salute, ossia idonei, allora automaticamente ottenevano un permesso per proseguire il viaggio. Oltre il controllo dello stato di salute, venivano ispezionati anche i bagagli. I treni erano scomodi e spesso senza riscaldamento. La seconda tappa era a Basilea, in Svizzera, lì si svolgevano soprattutto i controlli dei documenti, se non sorgevano problemi, prevalentemente riguardanti i dati anagrafici, le persone potevano proseguire il loro lungo viaggio. La stazione di arrivo per tutti era Liegi, che si trova nella parte Nord del Belgio. Racconta mio padre A Liegi ci attendevano le guardie della miniera. Comunque, arrivati in Belgio, noi non sapevamo dove andavamo a finire, il biglietto del viaggio indicava solo la partenza dall’Italia con arrivo in Belgio. Lo smistamento delle persone avveniva a caso. Chi andava a finire in Limburgo, all’estremo nord-est del Belgio, che confinava con l’Olanda e la Germania, era più fortunato per le condizioni di vita in generale, nel senso di abitazione e assistenza sociale. Diciamo che era più moderno, peggio era per le persone dirette per la Vallonia, al Sud del Belgio, che confinava con la Francia. Le guardie della miniera, addetti all’accompagnamento verso i luoghi da loro prescelti, provvedevano al cibo per tre giorni di seguito, diciamo che era la prima assistenza indispensabile, ciò era gratis a spese del governo Belga. I primi sei mesi ci stazionavano a vivere con i Belgi, convivevamo con essi, ed in ogni abitazione, vivevamo insieme in due famiglie. La solidarietà tra italiani era enorme, facevamo la colletta per comprare da mangiare, lo scoglio più difficile era la lingua dei Belgi, non capivamo nulla, e poi c’era il freddo a cui non eravamo abituati, la pioggia incessante, quasi tutti i giorni.” Mio padre, Carlo Salsi (classe 1916), fu presentato ad un certo signore di nome Cappelletti, responsabile dell’accoglienza degli italiani a Lindeman, questo disse agli abitanti di Lindeman: “Questo è il figlio di Carlo Salsi, si chiama Egisto Salsi, dategli da mangiare . I permessi di lavoro venivano pagati sia dalla miniera che dai comuni, sia in Belgio che in Italia. La miniera pagava 62,50 franchi belgi. Il comune pagava 62,50 franchi belgi. E per cinque anni bisognava sottostare alle condizioni imposte dalle miniere, il nostro datore di lavoro. ll permesso di soggiorno diceva: 'puoi stare nel Regno Belga a condizione di lavorare in miniera'. Questo permesso veniva rinnovato ogni anno ed era nominato: il foglio B, la carta d’identità ,anche essa rinnovabile, ma ogni 6 mesi, ed era un foglio con la scritta A. La paga giornaliera di lavoro era di 160 al giorno franchi belgi . Arrivati in Belgio, ai futuri minatori si rilasciava il permesso di lavoro B, che aveva una durata annuale e ad ogni scadenza doveva essere rinnovato. Dopo cinque anni di lavoro in miniera veniva rilasciato il permesso di lavoro A che a sua volta aveva una durata illimitata. Occorre ricordare che l’emigrato in Belgio con contratto per le miniere di carbone non poteva svolgere un altro lavoro se non dopo cinque anni consecutivi di lavoro come minatore. Il primo impatto con la miniera fu traumatico per quasi tutti gli italiani. Non erano assolutamente consapevoli di quello che li aspettava: le facce nere dei minatori che risalivano dal fondo, la gabbia dell’ascensore dove erano stipati uno addosso all’altro, la velocità con cui questo scendeva a centinaia di metri di profondità, il buio e i cunicoli, il rumore dei martelli pneumatici e dei nastri trasportatori e infine la polvere di carbone che sembrava togliere il respiro. Nessuno aveva dato loro adeguate informazioni nonostante ciò fosse espressamente previsto dall’articolo 5 dell’accordo Italia-Belgio. Solo in un secondo tempo venne disposto che almeno i primi due giorni di lavoro fossero impiegati esclusivamente per conoscere la miniera e che ci fosse l’obbligo di fare pratica come manovale per almeno sei mesi prima di passare a lavori più impegnativi. Il lavoro si svolgeva su tre turni: dalle 06.00 alle 14.00, dalle 14.00 alle 22.00 e dalle 22.00 alle 6.00, per sei giorni alla settimana. I minatori lavorarono prevalentemente come manovali, manovali specializzati e minatori all’estrazione. Alcuni lavoravano al cosiddetto “avanzamento”. I manovali dovevano provvedere a caricare il carbone che cadeva dai canali di trasporto, a far giungere il materiale necessario per armare, a caricare la roccia fatta saltare nelle gallerie. I manovali specializzati dovevano completare il lavoro dei minatori del mattino e armare e disarmare in “taglia” spostando i canali di trasporto. Il minatore all’estrazione lavorava nelle “taglie” con il martello pneumatico per provvedere appunto all’estrazione del carbone. Il minatore inoltre doveva spingere il carbone con la pala e a volte con i piedi verso canali di trasporto e armare con piloni e puntelli man mano che si proseguiva nell’estrazione. Quando si trovava in taglie molto basse doveva lavorare per ore coricato. Il lavoro del minatore è un mestiere molto duro, rende gli uomini rudi e forti e li rende maturi prima del tempo. Non vi era giorno in cui non vi fossero degli infortuni sul lavoro e di tanto in tanto scappava anche qualche morto. Le vene del carbone sono di varia altezza ma solo quelle che vanno da 50 cm di altezza in su venivano sfruttate per la loro resa. Ogni vena comunica a monte con una galleria dove vengono convogliati tutti i materiali necessari per l’armatura di valle che deve esserci per la sicurezza. Da qui partono i carrelli che vengono mandati in superficie. Un altro pericolo era la presenza di un gas chiamato grisù, che fra l’altro era sempre presente nell’aria. “Tutti eravamo provvisti di una pila elettrica e di un elmetto per difenderci dalla caduta di sassi, ogni squadra di operai era munita pure di una lampada speciale appunto che misurava la quantità di gas presente e con il suo lampeggiare ci indicava quando la quantità di gas presente superava certi limiti e quindi poteva diventare pericoloso”. In caso di estremo pericolo, i minatori erano autorizzati ad abbandonare il posto di lavoro. In questo caso la direzione della miniera introduceva una forte corrente d’aria per espellere il gas presente. Per proteggersi dalla polvere di carbone, veniva fornita una maschera che però nessuno riusciva a utilizzare regolarmente per il fastidio che dava al viso con il sudore e per il fatto che si intasava quasi subito. Tutti i minatori, per diminuire gli effetti della polvere, ciccavano continuamente tabacco. Il minatore all’avanzamento lavorava nelle gallerie che portavano alle taglie. Man mano che proseguiva l’estrazione del carbone queste gallerie dovevano avanzare. Per fare ciò venivano fatte saltare delle cariche di esplosivo che frantumavano la roccia. Questa doveva essere spostata velocemente per armare subito la galleria. Il guadagno non era quello che avevano sperato prima di partire. Per i manovali la paga era oraria e con fatica restava qualche soldo da mandare in Italia alla famiglia. Per guadagnare di più dovevano chiedere di passare minatori all’estrazione o all’avanzamento. Qui il lavoro era di cottimo : tanti metri si facevano, tanto si guadagnava. Lo sfruttamento del lavoro dei minatori è evidente in tutta la sua dimensione. -Commenti:
E' notte, sto dormendo, mi sveglia un rumore, una specie di fruscio... è ghiaia lanciata contro la mia finestra. Il primo ad alzarsi è mio padre, che va a vedere cosa sta succedendo. Una voce maschile dice: “...scusate l'orario, ma sto tornando ora da Bologna: è accaduto un fatto gravissimo; a Reggio Emilia la celere ha sparato durante una manifestazione di operai edili e sono rimasti uccisi cinque lavoratori. C'è stato il Direttivo Provinciale che ha proclamato lo sciopero generale per oggi. Chiamate la Carla, è urgente! Mi vesto di corsa e corro fuori. Ad attendermi, c'è Bassi, il Segretario della Camera del Lavoro di Argelato che, senza tanti preamboli, mi dice: “Tira fuori la moto, devi fare il giro per le campagne, fermare immediatamente i contadini che stanno cominciando ad arare i campi: c'è lo sciopero generale, dobbiamo reagire con forza: il governo Tambroni sta esagerando!” Mi infilo i pantaloni che mi aveva fatto mia madre (allora, almeno al mio paese, non si trovavano in commercio pantaloni da donna), un fazzoletto in testa a fermare i capelli (...il casco dell'epoca!) e sono pronta. Col mio Morini, percorro via Canaletta, giro a destra e incontro i primi contadini nelle campagne di Casadio, procedo per la Venenta..il rombo della moto e la mia voce nel silenzio della notte, attirano facilmente l'attenzione dei braccianti che si stanno preparando per recarsi al lavoro. Procedo, direzione Malacappa: faccio in tempo a dare la sveglia all'intero borgo, poi via... Passogatti, Boschetto, le campagne del Trebbo, e arrivo a Corticella: gli operai della Vetrosilex sono sul piazzale per il cambio turno e si fermano, sgomenti per la notizia. Una notte di lavoro, per comunicare i fatti e organizzare lo sciopero e poi in ufficio a preparare i volantini. Ho ancora in mente i volti, cotti dal sole nelle campagne, stanchi dal turno di lavoro nella vetreria, lo sgomento che si trasforma in rabbia e voglia di reagire, tutti insieme, con le stesse emozioni, gli stessi obiettivi e la stessa grande solidarietà. Erano gli anni del lavoro senza diritti, delle lotte che portarono, dieci anni dopo, la Costituzione dentro i cancelli delle fabbriche. Era il luglio del 1960, era un altro secolo, e a ripensarlo oggi, nell'epoca dei telefonini, della comunicazione veloce, ma anche della solitudine in cui si chiudono i giovani per comunicare per ore in silenzio, con gli amici virtuali, mi rendo conto di quanto il mondo sia cambiato e di quanto, di quel secolo scorso andrebbe recuperato per rendere il presente più umano e più vero. -Commenti: Penso che in passato fosse molto diverso, perchè se adesso succedesse la stessa cosa i cittadini non reagirebbero allo stesso modo ma andrebbero al lavoro lo stesso. La scrittrice ricorda quel momento come un avvenimento bello e che ora nessuno potrebbe avere. Mi piace come viveva lei e mi piacerebbe provare la sensazione di vivere in una comunità così unita. Monica Hu
Quanta strada Quanta strada E quasi tutta in salita Non ricordo di aver mai provato una discesa Ma forse si nasce con una strada tracciata Ciclisti o pedoni Bisogna andare Al lontano traguardo Bisogna arrivare Pedalare sui sogni E guardare la strada Per non sbandare Ricordi Amo le rose Mi hanno seguita negli anni Con il loro profumo E le loro spine Domani Ci deve essere il modo Per riuscire a vedere Il sorgere del sole Anziché il tramonto del giorno -Commenti: 2 commenti
Erano i giorni della liberazione. Non ricordo quale giorno esattamente, forse il venti... Mio padre era andato a controllare gli alberi del suo frutteto. Il desiderio o la speranza di avere uno sprazzo di normalità forse l'avevo spinto. Ma il pericolo non era ancora cessato: un ordigno esplose poco lontano e una scheggia lo colpì, conficcandosi in una coscia. Nei miei ricordi, vedo mio padre disteso su una coperta, trasportato in casa da alcuni vicini, le lacrime di mia madre. Credo che io e mio fratello venissimo presi in custodia da un’anzianaO zia, che era venuta da noi per un po' di tempo. Ebbi una sensazione di paura. Sentivo che una disgrazia era avvenuta nella mia famiglia. Non so come in casa provvedessero alla ferita, ma capivo, nei giorni seguenti, che mio padre stava molto male. Mi raccontò poi mia madre che, oltre al dolore, gli era venuta la febbre altissima, quasi a 40°. Si doveva provvedere in qualche modo. Innanzitutto cercare il medico, ma a Mezzolara non si trovava o non c'era più. Venne consigliato a mia madre di andare a Molinella e chiedere all'ospedale, poiché là sicuramente i medici c'erano. Molinella: più di 10 km. di distanza da percorrere in bicicletta con il pericolo ancora costante di qualche bombardamento, di trovare in parecchi punti la strada interrotta e di riuscire a proseguire fortunosamente o di fare incontri pericolosi. La forza della disperazione aiutò mia madre, ma all'ospedale i medici le dissero che avrebbe dovuto portare il ferito, perché loro non potevano allontanarsi. Impossibile per lei riuscire in questo. Quando ormai tutto sembrava perduto, ecco accendersi una fiammella di speranza, debole, ma era la sola e si doveva tentare. Mio padre si ricordò che, presso un suo cugino che abitava a Miravalle, si era nascosto, credo in un fienile, un medico. Aveva avuto rifugio essendo in pericolo, perché ebreo. Andarono a fare questa richiesta. Per noi, quel medico, fu un angelo salvatore. Acconsentì e, trasportato dal cugino di mio padre con il calesse, giunse a casa nostra. Constatò che la scheggia, che era rimasta nella coscia, gli provocava l'infezione (fortunatamente non aveva leso né l'osso, né i tendini) e si doveva toglierla. Mio padre altrimenti sarebbe morto. Disse subito di non disporre di attrezzi da chirurgo e, se mio padre avesse acconsentito, avrebbe operato con quello “ che si poteva”. Quello “che si poteva” era una lametta per la barba. Naturalmente mio padre accettò. Non conosco altro di questo intervento. In questi giorni la zia, che si occupava di noi, ci distraeva e non entravamo, tranne pochi attimi, nella camera di mio padre. Mi hanno raccontato che mio padre mise la testa sotto il guanciale e che qualcuno si offrì per tenerlo stretto... La scheggia venne estratta: era entrata nella coscia da una parte, uscì dalla parte opposta. Non ricordo come furono i giorni seguenti. Il medico aveva dato le istruzioni sul da farsi a mia madre. Era una situazione di emergenza, non sarà stato facile. Fortunatamente la tempra e la volontà di resistere avranno aiutato mio padre e anche mia madre. Credo che il mio medico sia tornato, almeno una volta, a controllare mio padre, che, pian piano, è guarito perfettamente. La pace è poi arrivata definitivamente e la nostra vita grazie a Dio, è proseguita normalmente. Noi abbiamo sempre considerato un eroe quel medico e l'abbiamo portato nel cuore ricordandolo con una gratitudine infinita. Passata la guerra, ha esercitato la professione a S. Martino fino alla morte. Il paese, in seguito, gli ha dedicato una strada: Via De Angelis. Evidentemente la sua vita era stata improntata al bene. -Commenti: Tramite l'ascolto o la lettura di questo testo si può immaginare o risuscitare ricordi ormai persi nei meandri della vostra mente, toccare corde talmente tanto sensibili da essere catapultati in quella dimensione ormai passata ma che ci tocca da vicino come l'ombra di un fantasma. LA GUERRA. Ricordi di Maria Luisa Baldi che ci fanno rivivere l'angoscia e la costante paura che attanaglia le viscere di questi poveri testimoni. Fatna Kanoui 3 commenti
Nella sanguinosa battaglia di El Alamein, morirono circa 13.500 Inglesi, 17.000 Italiani, 9.000 Tedeschi. All’inizio le forze in campo erano così composte: l’Asse aveva 80.000 uomini dei quali 27.000 tedeschi, 53.000 italiani, 200 carri e 345 aerei, mentre gli Inglesi contavano 220.000 uomini, 1.000 carri e 1.000 aerei; questa l’evidente sproporzione a favore dell’Ottava Armata comandata da Montgomery. Forse non si è mai dato il giusto rilievo a questo evento, nonostante l’immane tragedia. I ragazzi della Folgore, ultimi a cedere ai margini della depressione di El Qattara, resistettero per tredici lunghi giorni di aspri combattimenti, dal 23 ottobre 1942 fino al 4 Novembre, senza arretrare di un metro. Dei circa cinquemila eroici Paracadutisti partiti dall’Italia per la conquista delle terre d’Egitto, ne restarono trecentoquattro. Corrado fu uno di questi sopravvissuti. Aveva solo ventitré anni a quel tempo e così giovane fu chiamato a vivere un’esperienza devastante che lo avrebbe segnato per il resto della vita. Avrebbe, negli anni, ripensato spesso al commilitone morto al suo fianco, alla terra che tremava per i colpi incessanti di cannone, agli Spitfire inglesi che bombardavano senza sosta, ai campi minati, alla sete e alla fame implacabili. Allo sguardo del compagno, disperato e consapevole della morte imminente e alla paura che domani sarebbe toccata a lui. A battaglia definitivamente persa, diverse migliaia di uomini stremati e logorati si trovarono abbandonati in pieno deserto, con l’unica prospettiva di essere condotti nei campi di prigionia. Cominciò qui l’odissea per i superstiti della battaglia di El Alamein, 3400 Km di ritirata nel deserto. Corrado fu pietosamente caricato nel cassone di un camion, in preda a febbre altissima e dissenteria acuta. Ciò gli evitò morte sicura, non sarebbe potuto sopravvivere a una marcia così dura in quelle condizioni. Lo attendevano quarantadue mesi di prigionia da trascorrere, ancora nel deserto, nei pressi di Porto Said. La permanenza in questo campo fu altrettanto insopportabile per Corrado, ma il suo inguaribile ottimismo gli consentì di adattarsi al meglio possibile in questa nuova realtà, fatta di angherie e sofferenze. Avrebbe continuato a servire la Patria con onore, sacrificando ben sette anni della sua giovane vita. Accettò di collaborare e si rese disponibile a lavorare per gli inglesi come capocuoco nella mensa degli Ufficiali inglesi, scozzesi e ai loro alleati. Ciò rese più sopportabile la prigionia poiché poteva accedere ai viveri a suo piacimento e non fu cosa da poco. Il tempo trascorreva lento nell’attesa di notizie che, di quando in quando, giungevano dall’Italia e dalla corrispondenza che con una certa regolarità, gli veniva recapitata. Lettere che parlavano delle condizioni in cui versavano i suoi cari, le sorelle e i genitori che non vedeva ormai da anni, a cui rispondeva altrettanto regolarmente. Come ogni mattina, uscì dalla sua “gabbia” (così erano chiamate le baracche, “cages” dagli inglesi, camerate comuni ovvero rettangoli di cento metri per cinquanta ove all’interno vi erano le brande), per raggiungere la mensa ufficiali e prendere servizio. Il tragitto da percorrere era di qualche centinaio di metri, il caldo come il solito opprimente e a circa metà del percorso una sensazione stranissima colse Corrado di sorpresa. Improvvisamente le sue gambe si bloccarono, incapaci di sorreggerlo. Cadde a terra, immobile, la testa come separata dal collo, e un brivido freddo, intenso e prolungato lo immobilizzò. Accorsero alcuni commilitoni che lo raccolsero e lo ricoverarono in infermeria. Non gli fu riscontrato nulla di serio, fu abbondantemente reidratato e dimesso qualche ora dopo. Corrado aveva ottima salute, il suo fisico era integro, un episodio simile mai si era verificato e non ebbe a ripetersi nei giorni seguenti. Trascorsero i mesi, durante i quali ebbe modo di ripensare allo strano episodio e iniziò a farsi luce un cattivo pensiero supportato da notizie poco confortanti contenute nelle lettere che riceveva dalle sorelle. I bombardamenti su Bologna si erano intensificati e tantissime furono le case distrutte e le vittime fra i civili. Volle conoscere con esattezza il giorno in cui lo colse quel “malore”. Si recò in infermeria, dove chiese la data esatta del ricovero; gli mostrarono il registro e quindi il giorno: 25 settembre 1943, pochi giorni dopo la firma dell’armistizio. Corrado scrisse quindi questa lettera a casa: Cara mamma, care sorelle, qui i giorni trascorrono lenti, io sto bene e ancora la vita mi sorride. Vivo nell’attesa della fine di questa guerra per potervi riabbracciare e poter vedere la fine di questo incubo. Non vi chiedo notizie del babbo poiché ho saputo della sua terribile scomparsa nel mattino del 25 settembre u.s. Lui ha voluto rivolgermi l’ultimo pensiero, mi ha salutato e mi ha abbracciato tanto forte da togliermi il respiro. In questi mesi di vostro rispettoso silenzio per non causarmi dolore su dolore, ho avuto modo di pregare per voi e tanto per lui, con la speranza che non abbia sofferto più di tanto. Un abbraccio dal sempre vostro Corrado”. Pochi giorni dopo giunse la risposta dalle sorelle: “ Carissimo fratello, sii sincero, chi te l’ha detto?” Corrado, paracadutista del 187° Rgt. Folgore, era mio padre e mio nonno perì a seguito di un bombardamento fuori porta San Donato, quando 71 “Fortezze Volanti” arrivarono su Bologna senza essere avvistate; da lì si alzò in volo un angelo che planò sul deserto egiziano di Porto Said per compiere la sua amorevole missione. -Commenti: In questo ricordo Sante Serra racconta di suo padre Corrado, paracadutista della folgore, e di tutte le sue esperienze di guerra, di come sopravvisse alla cattura da parte degli inglesi e al suo salvataggio da parte dell'angelo del deserto. Da questo ricordo si può capire veramente in che condizioni vivevano in quel tempo dove la gente era costretta ad adattarsi per non morire! Mattia Amorosini 1 commento
Sono nato nel 1938. Appena “ scoppiata” la guerra la mia famiglia “sfollò” subito in campagna presso un fratello di mia nonna che conduceva a mezzadria un podere a San Vincenzo di Galliera, un paese a metà strada fra Bologna e Ferrara. I miei ricordi cominciano là. La casa era grande, quadrata, a due piani. L’entrata accedeva a una loggia molto ampia: a destra la scala per salire al primo piano, di fronte lo “ stanzino “ dove erano ricoverati gli attrezzi, a sinistra la cucina. La cucina era molto ampia, a sinistra un camino che con il “cantone” in cui era ricoverata la legna: prendeva tutta la parete. Sul cantone era sistemata un una tavola di legno che vedeva la sera raccolti i bimbi ad ascoltare le favole spesso sdraiati e addormentati, in ciò favoriti dal tepore del camino. Di fronte la “spaltura” che conteneva la farina e il pane e una porta di accesso alla cantina dal cui soffitto pendevano prosciutti, salcicce e pezzi di “pancetta”. Un solo grande tavolo nel centro della cucina, in alto sul muro una Madonna di ceramica lievemente illuminata da una luce perpetua. Al primo piano diverse camere una dentro l’altra in quanto mancava il corridoio. Il capo famiglia aveva con il sacerdote un pessimo rapporto ma nonostante ciò io ricordo, di quella numerosa famiglia, un grandissimo senso di religiosità. In maggio con gli occhi imploranti verso la Madonna di ceramica si snocciolava a volte un rosario. E bimbi, quando andavano a letto, con il “prete” e con la “suora”, erano tenuti a dire una preghiera per invocare la fine della guerra. La chiesa esattamente di fronte alla casa dall’altra parte della strada aveva un campanile in cui i robusti e forzuti contadini, pur nella stragrande maggioranza mangiapreti, snocciolavano alla domenica formidabili “doppi”. Della chiesa ricordo un grande odore di incenso e una nebbia che a stento lasciava intravvedere il prete. Nella corte della casa si affacciava a sinistra la stalla al primo piano e il fienile nel piano superiore. Di fianco all’entrata della casa c’era un pozzo che serviva praticamente da frigorifero, più in là il pollaio e il forno per il pane. La chiesa di fronte vicinissima e la corte formavano praticamente un borgo. Ricordo bene e distinte le quattro stagioni. La primavera con le viole nei fossi e i nidi dei passeri che noi bambini dovevamo rigorosamente rispettare. Percepivo sia pur vagamente che le giovinette andavano in calore, mentre si infittivano le visite dei pretendenti. Poi arrivava l’estate. Un caldo terribile a mietere il grano sotto un sole implacabile. Io portavo con la bicicletta il vino nero “ annaffiato “ rinfrescato con una corda dentro al pozzo e venivo sistematicamente rimproverato in quanto mi si accusava di portare il vino “ buono “ solo ai padroni. Alla fine dell’estate arrivava nella corte una grande macchina a vapore che separava il grano dalle spighe. L’autunno piovoso e nebbioso era il periodo della semina e della concimazione fatta con il letame della stalla. In inverno i contadini si riposavano, ma non erano comunque mai con le mani in mano. A volte falegnami, sostituivano i pioli delle scale servite in autunno per la potatura, costruivano piccoli sgabelli da usare per la mungitura, sistemavano la scaletta del pollaio; a volte fabbri, si arrotavano le falci e i coltelli, aggiustavano parte di macchine agricole usurate e rotte ed erano capaci anche di saldare. Di sera dopo cena ci si andava a volte a scaldare nella stalla: i bambini giocavano o ascoltavano le favole, le donne filavano, entravano a volte dei giovanotti per corteggiare le ragazze. Per contro i giovani della casa erano altrove in altre stalle e gli uomini adulti in osteria. Il pane si cuoceva nel forno ogni due settimane, bianco, profumato. Passavano in quel giorno dei vicini a fare la provvista di pane che avrebbero poi essi stessi fatto e restituito qualche giorno dopo. Nel ricordo questo mi è sembrato un buon metodo per mangiare sempre il pane fresco. Le galline erano buonissime (da mangiare), la carne era saporita e consistente. Le uova fresche (che io andavo a “levare” ) avevano un tuorlo rosso intenso e un sapore altrettanto forte. Si mangiavano solamente polli e maiale. Il maiale era il salvadanaio sapientemente gestito dalla “arzdora”. Ricordo che il prosciutto si tagliava con il coltello, le fette erano grosse e si mangiava anche il grasso: nessuno parlava di colesterolo che veniva consumato con il lavoro nei campi. Il nonno moriva di una unica ed indeterminata malattia denominata “il colpo”. I matrimoni avvenivano fra abitanti di case vicine, al massimo di un paese a pochi chilometri di distanza. La figlia lasciava la casa e andava a vivere in una stanza della casa dei suoceri. Bastava un letto di ferro, una “brocca” per l’acqua e un catino. Ricordo a volte di aver sentito la sposa a colloquio con la madre vicino al camino per criticare le diverse abitudini della famiglia del marito. Mi sono sembrati tanto buoni i miei contadini ! Mi sembrava che non litigassero mai in famiglia e i vicini non erano rivali. Sapevano fare di tutto, sapevano aggiustare tutto. Conducevano una vita serena ed erano sicuramente più vicini al Signore… e gli animali a sant’Antonio. Alla fine della guerra sono ritornato in città La zona bassa e popolare, dalla parte opposta della collina, cominciò sia pure lentamente a popolarsi di contadini che abbandonato il lavoro dei campi cominciavano a inurbarsi occupandosi nelle fabbriche come operai. Pur abitando nel condominio mantenevano tuttavia quel calore e quella disponibilità che avevo conosciuto in campagna, ma la chiesa era lontana e il suono delle campane non era quello vero ma quello innaturale e gracchiante di altoparlante azionato da un disco. Gli appartamenti privi di riscaldamento facevano ancora percepire le stagioni. L’inverno rigido costringeva ad andare a letto ancora con il prete, ora diventato elettrico; mancava la suora con le braci accese che davano alle lenzuola un calore più forte e più gradevole. Dopo alcuni anni il mio impegno in una professione emergente mi ha consentito di andare a vivere sui colli e li ho conosciuto una civiltà diversa e sicuramente peggiore, diversità probabilmente accentuata dal confronto fra l’infanzia e la tarda età. La casa ora ha il riscaldamento e l’aria condizionata e così ho perso la presenza delle quattro stagioni. In inverno si va alle Canarie e d’estate sulle Dolomiti. In primavera non riesco a vedere un nido, le viole sono scomparse, mentre le piogge autunnali si superano viaggiando in automobile. Nel condominio la parola d’ordine è la privacy: se ti manca il sale si mangia la pasta asciutta insipida. I nonni non muoiono più con un “colpo” vicino al camino ma alla casa di riposo, da lì al cimitero su una bella Mercedes nera. Prima, durante la malattia si pratica la privacy ma alla morte del nonno il condominio non si tira indietro e l’amministratore fa pubblicare sul giornale la solita frase standardizzata: il condominio di via…. partecipa costernato… Ricordo i funerali di campagna con i figli o i nipoti che si caricavano sulle robuste spalle la cassa dimostrando a tutti la loro forza e il loro affetto e si incamminavano lentamente verso il cimitero mentre altri amici suonavano le campane, quelle vere. La religiosità è diversa e sempre peggiore: grande come quantità, scarsa come qualità. Per carità le chiese non mancano e il vip é capace di dare cento euro all’offertorio per cercare in questo modo di guadagnarsi il Paradiso. Quando si scrive un racconto, quando si é sopraffatti dalla nostalgia dell’infanzia può accadere che si sia portati anche alla immaginazione; ma qui non è il caso se dico ed è vero che nel raggio di cinquecento metri dalla mia casa sui colli si contano tre conventi di cui uno enorme occupa quelli che gli americani chiamano un blocco cioè quattro strade che si incrociano. Tutti questi conventi mi sembrano meno vicini a Dio di quella Madonnina di ceramica che non riesco a dimenticare in quella cucina della casa di campagna. La mancanza di manualità dei vip mi fa impazzire. Se brucia una lampadina ad altezza d’uomo la signora - manager del condominio si affaccia nelle scale e… “non va una lampadina, chiamiamo un tecnico?” Il tecnico arriva e poi manda la fattura: sostituita lampada, verifica impianto, chiamata con urgenza euro 350. Nel condominio non si vede un fiore, quei pochi che pianta il giardiniere muoiono senza l’amore di chi i fiori li ama. Per carità al cimitero i fiori ci sono sempre e belli freschi, ma li porta per contratto il fioraio. Ma siamo proprio sicuri che il nonno morto non si arrabbi per una cosa del genere ? Di potare non se ne parla, nessuno ne capisce niente, chiamare una ditta per la potatura è un costo che spesso neppure i vip possono sostenere Se nevica nessuno prende un badile in mano, si parte con il quattro ruote e si aspetta che il sole risolva il problema. Nella cantina comune c’è da anni una macchina sgombra neve ma nessuno lo sa mettere in moto: l’ingegnere è un commerciale e se gli chiedi di piantare un chiodo lo pianta dalla parte della cappella. Nel condominio non si sentono gli odori dei soffritti. Per contro si vedono davanti al cancello dei furgoni-frigo che consegnano prodotti surgelati. Cambierei con tanta gioia due laureati del mio condominio con due contadini e sono sicuro che la mia vita sarebbe migliore !..Solo a pensarci mi sembra di sentire il rumore dello sgombra neve. -Commenti:
Il Barbapedana era un vecchio clochard d'una Milano un tantino malsana Cantando per strada narrava le storie di vita dannata Invadeva il viale la voce stonata Nel gelo invernale di Milano alle porte Barbapedana ha incontrato la Morte La gente lo ha pianto poi l'ha seppellito Il suo raccontare è finito In questa mia vecchiaia, ancora vivace, interessata alle vicende umane e che vive alla giornata, evitando di fermare il pensiero sugli anni a venire (ammesso che mi siano concessi), muovo il passo, il pensiero, la volontà tenace, fra amicizie, conoscenze, approcci di vario genere, sempre attenta alle esigenze altrui. Anni fa, dopo la morte del mio compagno, ho abbandonato l'appartamento di via Milano, a Bologna, per trasferirmi in un paesello dell'hinterland bolognese. Qui ho generato il mio futuro di donna carica d'anni e di ricordi. Quale donna? Come io sia, come gli altri mi vedano, non so dirlo di preciso. L'indagine che conduco da anni su di me è inconcludente. Conoscere l'intima, profonda entità della propria persona è molto difficile. A volte impossibile. Anche la rimembranza del passato, le avventure vissute, sofferte, godute negli anni della giovinezza e della maturità, poco rivelano di noi stessi. Ci si torna col pensiero solo per ritrovare l'emozione del passato, il suo essere stato un sé d'altri tempi. Sono nata a Milano nel lontano 1927. In una famiglia dalle origini di vari luoghi: un nonno piemontese, un altro fiorentino, una nonna bresciana e l'altra francese. Babbo e mamma milanesi. Milano, ai tempi della mia fanciullezza era una città un tantino paesana. Spesso nei cortili delle case gli inquilini creavano l'orticello. L'analfabetismo era piuttosto diffuso. Nel caso fosse superato, non si poteva dire che fosse intervenuta una cultura appena accettabile. Io e i miei genitori abitavamo al quinto piano di un caseggiato che, di piani, ne aveva otto. Su ognuno erano insediati quattro appartamenti, con due gabinetti comuni e un ballatoio che dava sul cortile. La comunione dei gabinetti era uno dei tanti motivi per battibeccare. Entravi, piegavi le ginocchia e ti preparavi alle funzioni corporali, quando da fuori, qualcuno bussava vigoroso e una voce insistente urlava: Dai! mouvet, che la me scappa . Veniva una rabbia che, all'uscita da quello che veniva chiamato cesso o latrina portava ad essere scortese con colui o colei che entrava. Però bastava una serata in comune sul ballatoio o nella casa dell'uno o dell'altro e un bicchiere di barbera, per sanare il piccolo diverbio. Il caseggiato nel quale abitavo coi miei era nel rione di Porta Volta, dove troneggiavano i Bastioni e correva il Naviglio. Gli appartamenti erano costituiti da due grandi stanze che ogni famiglia arredava o divideva a piacere. Mio padre ne aveva ricavato quattro camere: cucinina, salottino, camera da letto per i genitori e la mia cameretta: un lettino, un piccolo armadio, il tavolino e una seggiola di legno con cuscino. Un'ampia finestra permetteva al mio sguardo curioso di vagare sulla piazzetta che stava di sotto dove, anche in piena notte, arrivavano a me le urla e i canti sguaiati di qualche ubriacone insediato nell'osteria e il rumore delle seghe nella falegnameria. Per fortuna prendevo sonno ugualmente. Alle sei o poco più del mattino, papà provvedeva per tempo a comprare il pane fresco e il latte nei due negozi di Via Volta che aprivano a quell'ora. Il babbo era un uomo speciale: intelligente, abbastanza acculturato, tollerante, manualmente e intellettivamente capace. Pieno di buon senso e di altrettanta educazione. In mezzo alla folla di uomini dei dintorni, volgarotti, a volte maneschi con moglie e figli, era quasi un'eccezione Mentre mamma, cardiopatica e sofferente, aveva un temperamento ostile verso la famiglia e, in particolare, verso di me. Alle elementari venivo considerata un genietto. La mia insegnante mi adorava. L'unica materia nella quale ero alquanto scadente era il cucito che allora faceva parte delle materie insegnate. Io avrei desiderato andare nel settore maschile della scuola dove si insegnava una materia che mi pareva molto interessante: la falegnameria. Oggi, alla mia fiorente età, taglio la legna per il camino con l'elettrosega e mi piace farlo nonostante lo ritenga pericoloso. Per arrivare alla scuola dovevo attraversare i Bastioni di Porta Volta che erano grossi rialzi di terra e sassi, sui quali, durante l'inverno, si stendeva una coltre di ghiaccio. Camminandoci sopra con la pesante cartella nella mano, si rischiava sovente di cadere. L'edificio, diviso in due sezioni, una femminile e una maschile, portava il nome dell'ospedale vicino: Fatebenefratelli. Nella mia classe, all'inizio di ogni anno c'erano, più o meno, ventiquattro bimbe che poi diradavano e alcune non ci venivano più. Era in voga, come dicono gli inglesi, il dropout, cioè la fuga dalla scuola. Avveniva soprattutto fra gli studentelli maschi. L'italiano era un popolo dove, in generale, la mancanza di reale cultura regnava sovrana. Anche i meneghini non si allontanavano da questa quadra. Tanto che la mia mamma, avendo una cultura modesta, ma di certo superiore al suo vicinato, sia femminile che maschile, era chiamata: la Maestra . Papà, di nome Giuseppe, dal momento che sapeva guidare la macchinona della sua ditta, che parlava correttamente l'italiano e riusciva a fare a memoria calcoli anche complessi, era nominato il signor Pino. Là dove il termine signore era dato solo ai potenti e alle persone ricche. E lui non possedeva nessuna delle due qualità. Come dicevo, nella scuola ero considerata una ragazzina di ottima intelligenza. Ciò non era dovuto solo a mie capacità personali, ma anche, e sopratutto, alla severità della mamma. Nel fare i compiti o nello studiare le lezioni lei mi stava accanto, pronta a “sberlottarmi” qualora fossi distratta o incapace. Più avanti, in altri studi dove lei non era all'altezza, me la cavai al limite dell'accettabile. Nei quattro anni delle elementari vinsi sempre il premio per i ludi letterari fascisti, chiamati Juveniles. Venivo premiata con oggetti utili, come lampadari, tazze, piatti decorati o posate di ogni genere. Premi che io non apprezzavo. Avrei voluto dei giochi. Quando iniziavano le vacanze scolastiche mamma ed io partivamo per le vacanze al mare ligure, dove papà ci raggiungeva ogni domenica. Pagavamo l'affitto per una stanzetta situata nell'appartamento di una signora genovese. Ogni mattina ci alzavamo verso le otto e, dopo esserci preparate, raggiungevamo un vicino bar dove consumavamo una cioccolata con biscotti. In spiaggia mia madre si accasciava sulla sdraio, sotto l'ombrellone, e si metteva a leggere qualcosa. Io ne approfittavo per allontanarmi e farmi un bagno dove lei non mi vedeva. Il bagno mi era proibito poiché soffrivo di dolori reumatici. Quando tornavo ero asciutta e mi portavo appresso l'aria innocente della persona che aveva obbedito. Nel rientro a Milano riprendeva il tran tran solito. Oltre al dover studiare con tanta buona volontà, mi sentivo spesso molto sola. Mamma era possessiva e non voleva che io mi mescolassi in cortile o per strada coi monelli che vi giocavano. Io spiavo dalla finestra i ragazzi che urlavano di sotto, rincorrendosi e accapigliandosi. Se arrivava una macchina che voleva passare, si trovava costretta a suonare il clacson numerose volte. Delle bellezze artistiche di Milano ricordo, in modo particolare, il Palazzo Sforzesco e il Cimitero Monumentale, vicino a casa mia. Il primo aveva un reparto che suscitava in me, tra brividi di paura e d'ansia, anche una strana voglia di tornarci sempre. Era quello delle mummie. Poi c'erano tanti esemplari d'arte antica che mi affascinavano. Il secondo non lo vedevo come un camposanto. C'erano delle edicole piccole e graziose dove venivano sistemata le tombe. Erano appaiate a costruzioni più grandi, stipate di statue bellissime e copie di quadri d'autore. Chiedevo al babbo: Papà, ma chi ci finisce li dentro?. I morti, bambina, Sì, lo so. Ma che morti sono? È tutto così bello! Sono personaggi importanti: scienziati, politici, scrittori noti e così via. Hai visto le tombe? Proprio artistiche e portano epigrafi straordinarie. Era tutto straordinario. Nell'atrio di casa mia c'era la portineria. La portinaia Giovanna era una persona speciale: laboriosa, generosa e pronta a porgere aiuto. Tutti conoscevano la sua storia. Era stata sposata ad un uomo che la picchiava e la disprezzava. Quando, all'arrivo della guerra in Etiopia (anno 1936) lui partì per l'Africa, lei sperò che morisse, magari da eroe. Fece un'offerta a Sant'Ambrogio, pregandolo di liberarla dal suo torturatore. Purtroppo il Santo, per il momento, non fece il miracolo. L'uomo tornò più cattivo di prima. Ma, qualche mese dopo, uscendo da una casa di tolleranza dove era un habitué, ebbe un ictus e ci lasciò la pelle. Poiché era un personaggio noto per la sua fedeltà al fascio, gli fecero un funerale coi fiocchi e alla vedova inconsolabile diedero la custodia della portineria del mio palazzo. La donna, il giorno stesso del funerale, andò in chiesa per ringraziare Sant'Ambrogio. Per lei iniziò finalmente un periodo di vita sereno. Un giorno le accadde un fatto che, in un primo momento, rasentò l'aneddotica, poi divenne motivo di risate e ammiccamenti. In portineria arrivò un ragazzotto claudicante. Rivolgendosi alla Giovanna disse: “Gentile sciora, cì è da portare questa lettera al Monti. Gliela vuol consegnare lei, per favore. Subito, che ci vuole la risposta”. “Dalla qua... ribadì la donna , “che ce la do quand lŭ al vegn giò”. “No,no! Ce la deve dare subito. Ce la porti lei. Quello lì sta all'ottavo piano. Io non posso fare le scale che mi duole la gamba”. E la guardava con uno sguardo invocante. Giovanna borbottò qualcosa, poi si mise uno scialle sulle spalle e partì verso la meta. Giunta alla porta del Monti, un vecchietto malandato, suonò. Lui venne fuori, prese la lettera e la lesse inforcando gli occhiali. C'era scritto in dialetto meneghino: 'Portinara ven de bass che la sveglia a la va a spass'. Quando la Giovanna si precipitò di sotto, il ragazzo se ne era andato portandosi appresso la sveglia. Un furto che la donna aveva mal sopportato (a quei tempi anche una vecchia sveglia aveva il suo valore), ma che non incise negativamente sul suo carattere generoso. Nella Milano d'allora si facevano scherzi di ogni genere. Durante la dittatura fascista Mussolini mise in atto parecchie cose che migliorarono un poco l'esistenza miserella di molti italiani. Diede vita all'Opera Nazionale maternità e infanzia che provvedeva a porgere aiuti alle famiglie numerose in difficoltà. Rese produttiva l'agricoltura, una delle economie italiane che dava buoni introiti. Fece sanare intere zone putride e pantanose, rendendole abitabili. E altro ancora. Queste migliorie, per il popolino malmesso, sembravano quasi miracoli. A Milano si diceva:”El Duce el sarà, come disen, vun monta sù (sarà, come dicono,un prepotente) ma lŭ al fa di rob che van ben”. (fa cose che vanno bene) Quando l'avventura africana dell'Italia portò Francia e Inghilterra a considerare vergognosa l'invasione dell'Africa, dove, sul promontorio di Amba Aradam vennero usate armi chimiche e gas asfissianti, al popolo italiano furono imposte le sanzioni che, per la verità, non furono eccessive e durarono poco. Ne approfittò Mussolini per inventare l'autarchia, secondo la quale si dovevano consumare e usare solo prodotti italiani. Le poche automobili in circolazione viaggiavano ad alcool etilico che sostituiva la benzina all'ottanta per cento. Su ogni negozio dovevano essere appesi cartelli con la scritta: qui si vendono solo prodotti italiani. Vicino a casa mia vendevano esclusivamente una pasta del Sud, chiamata La Siciliana . Mi venne da chiedere al babbo a cosa serviva quel cartello, vista l'indubbia italianità del prodotto. Lui mi rispose: “Mettere quella dicitura è obbligatorio. E agli obblighi si deve obbedire”. L'autarchia invase anche il linguaggio. Ne fu promotore il gerarca Achille Storace, al quale venne affibbiato il nome di: Il Prode Achille . I termini di origine straniera venivano cambiati con parole della nostra lingua. Il pullover, divenne il farsetto; la chiave inglese, chiave morsa; cognac, arzente; ferry_boat, battello; e via dicendo. Milano trovò la cosa piuttosto buffa. Quando il solito Prode Achille decise che il lei , essendo spagnolo, doveva essere sostituito dal voi , le risate invasero la città. Non c'erano solo le risate, ma anche i mugugni. Soprattutto da parte delle donne emancipate. Io, anche da ragazza, lo ero. Mi seccava molto che il Fascismo considerasse il genere femminile meno intelligente di quello maschile e quindi meno adatto a studi di una certa rilevanza. La donna rappresentava, nelle varie ottiche, la prostituta, la moglie sottomessa o la fattrice, che veniva messa alla stregua delle mucche da riproduzione. Donna, serva di Dio, dell'uomo e della Patria. L'inizio della mia avversione al Fascismo avvenne la prima volta che dovetti partecipare ad una adunata oceanica . In una zona centrale di Milano. Era stato posto, sul tetto di un palazzo, un enorme altoparlante, attraverso il quale giungeva dal balcone di Piazza Venezia a Roma, il discorso del Duce che arringava le folle. Io non ci volevo andare. Ero una ragazzetta che ancora non si interessava di politica e che, a sera avanzata, aveva solo voglia di leggere qualche racconto interessante stando a letto. Ma papà mi diceva: Ninni, ci dobbiamo andare. Il fascista che abita sotto di noi fa caso a chi manca al dovere di essere presente. E dopo, sono rogne. Io ribattevo: Ma la mamma non ci va E lui: Lei è esonerata perché malata. In quel momento avrei voluto essere malata anch'io. Il discorso del Duce non mi interessava e mi veniva sonno. Dormicchiavo in piedi. Sobbalzavo ogni volta che la folla ammassata gettava l'urlo: A noi! Viva il Duce! Sei tutti noi! Crescendo, le motivazioni per non amare coloro che governavano la mia Patria si moltiplicarono. Mi allontanai anche dalla Chiesa che chiamava Mussolini l'uomo della Provvidenza e ne condivideva la poca considerazione della femminilità. Tutta questa rumba durò fino a che intervenne le seconda guerra mondiale che Mussolini definì, con un aforisma, guerra lampo . Durò cinque lunghi anni. L'Italia vi partecipò più tardi di altri Stati. Ma quando il Duce la dichiarò, alleandosi alla Germania, contro Francia e Inghilterra, Milano fu tra le prime città italiane a subire i bombardamenti nemici. Non ci volle molto per ridurla ad un cumulo di macerie, fra le quali, donne e uomini, simili a fantasmi, giravano alla ricerca di qualcosa di utile, soprattutto cibo. La terra meneghina era andata proprio a ramengo. Precedentemente le cantine delle case erano state ripulite e disinfettate per farne dei rifugi. Coloro che provvedevano alla disinfestazione ogni tanto finivano al Pronto Soccorso, intossicati dal prodotto che usavano. Nel 1943 ci fu l'invasione tedesca dell'Italia per punirla d'aver stipulato l'armistizio con gli Stati nemici. E nasceva la Repubblica Nazionale Fascista. Fu distribuita alla popolazione la carta annonaria con la quale era possibile comperare cibo in quantità minime e insufficienti a nutrire. Venne in auge la borsa nera ovvero la vendita di prodotti alimentari a prezzi molto alti. Era un commercio clandestino, permesso solo alle tasche più capaci e sopportato dai nuovi fascisti e dagli invasori. A volte, sebbene raramente, poteva capitare di essere messi al corrente che un negozio, magari lontano da casa, avesse del pane da acquistare a prezzi accettabili e senza annonaria. Allora si partiva, la lancia in resta, diretti là, dove miracolosamente si poteva mangiare. Ci si metteva in fila. A me capitò, come ad altri, di arrivare finalmente davanti alla bottega e vedere la saracinesca che scendeva, mentre il proprietario diceva: Kaput Tutto finito! I presenti, dopo qualche minuto d'indecisione, si allontanavano a muso lungo e ancora affamati. Dall'inizio della guerra, fino al '43, mamma ed io rimanemmo a Milano sotto i bombardamenti. Appena, di sera (accadeva ormai ogni sera), suonava la sirena che avvertiva dell'arrivo dei bombardieri, tutti gli inquilini di casa correvano per raggiungere il rifugio. Papà mi faceva lasciare il letto dove si dormiva vestiti, e via, giù per le scale con mamma ansimante e spaventata. Spaventati lo eravamo un po' tutti. In cantina c'era chi pregava, chi piangeva, chi fingeva di dormire, sobbalzando ad ogni colpo che veniva dal cielo. Casa mia fu risparmiata per tutto il tempo della guerra. Ma non furono risparmiate le finestre e le porte scardinate. Si rimediava mettendo i cartoni alle finestre e raddrizzando alla bene meglio le porte. Di giorno bisognava aprire bene le orecchie per avvertire l'arrivo dell'aereo che chiamavamo Pippo. Arrivava inaspettato e mitragliava chiunque stesse passando di sotto. Alla fine di quell'anno mamma ed io sfollammo nel Varesino. Il babbo dovette nascondersi nella cantina dei suoi padroni ad Arona. Era inceppato in una stupidaggine che, se non si nascondeva, poteva spedirlo in un campo di concentramento tedesco. Verso sera di un inverno nevoso, ad Abbiategrasso, fuori Milano, era stato mitragliato un treno. Era accaduto questo: papà, obbligato ad entrare nell'UNPA (Unione Nazionale protezione antiaerea) doveva provvedere ai feriti e alla raccolta dei morti. Anche quella volta lo fece cercando di non vomitare. Il sangue, sparso copioso, gli procurava il vomito. Vide una donna che sporgeva le braccia dal finestrino. Ne aveva uno privo dell'avambraccio. Un'altra donna era chinata urlante sul figlioletto ucciso. Un uomo, avanzante verso di lui, aveva il volto distrutto. Si mise a tremare convulsamente. Di cose così orrende ne aveva viste troppe. Erano al di là della sua sopportazione. Un compagno lo trascinò nel Comune dove avevano preparato, per i sopravvissuti, qualcosa di caldo da mangiare. Gli disse: “Vieni Pino, sembri anche tu un cadavere”. Papà si lasciò trascinare ed entrò nell'atrio del Comune dove c'era una grande tavolata sulla quale fumavano i piatti contenenti una brodaglia. Mio padre, rimanendo in piedi, volse lo sguardo alla foto del Duce che campeggiava sul muro e urlò: “Crappun! ti te sbafet i bistèch e numm la sbobba”. (tu mangi le bistecche e noi la sbobba) Bastava molto meno per essere arrestati. Fortunatamente l'amico lo trascinò fuori e gli disse: “Scappa e nasconditi. Là c'erano dei fascisti che ti hanno sentito”. Lui se la diede a gambe. Arrivò a casa, prese un po' di soldi, baciò me e la mamma mormorando: “Porca la miseria! Ho aperto la bocca e le ho dato aria. Ma non era l'aria giusta”. Noi due rimanemmo di sasso. Qualche giorno dopo lasciavamo Milano. A Velate, il paese varesino che ci ospitò in una stanzaccia priva di comfort, mia madre si ammalò di brutto. Dovette abbandonare il paese e venne accolta in casa d'amici a Vimercate, nell'hinterland milanese. Io rimasi sola, con la tessera annonaria e qualche soldino che arrivava di nascosto dal babbo. Denaro messo insieme con un lavoretto fatto nella cantina dov'era nascosto. Non bastava per pagarmi la scuola e trovare un po' di mercato nero. Frequentavo le magistrali superiori in una scuola di Varese. Quando dissi alla mia insegnante di italiano che non potevo più frequentare la scuola per mancanza di soldi, lei provvide: mi fece assumere come correttore di bozze al giornale locale, La Prealpina. Il redattore si stupì:”Ma cosa ce ne facciamo di questa piccoletta? Sembra una bimba”. Avevo compiuto i sedici anni, ma parevo molto più piccola. L'insegnante replicò: “Provatela e vedrete che è brava”. Rimasi fino alla fine della guerra. Al giornale mi pagavano la scuola, qualche libro e mi davano qualcosa da mangiare. In classe, dalle otto fino alle tredici, poi al lavoro fino alle diciannove e infine la salita di due chilometri e mezzo per arrivare a casa. Qualcuno potrebbe pensare che io soffrissi per tutta quella fatica, ma non è stato così. Mi piaceva essere indipendente e l'atmosfera giornalistica mi faceva sentire adulta. Di sabato e di domenica ero libera. Quando era la stagione andavo a funghi e raccoglievo sempre della legna per il mio camino. Inoltre davo qualche lezione di cultura ai ragazzi del paese che mi pagavano, per lo più, a patate e polenta. L'otto maggio 1945, al compimento dei miei diciotto anni e la guerra terminata in tutta Europa, papà, finalmente libero, mi venne a prendere per riportarmi a Milano. Lasciare Velate mi addolorò parecchio. Mi ero innamorata di quel paese anche se in esso mi ero sentita un poco emarginata. La gente del luogo non era propensa a stringere amicizie con gli sfollati. I contadini di quella terra avara erano rozzi anche nella parlata che era un meneghino volgarizzato. Però il posto era incantevole. Purtroppo c'erano le vipere e bisognava stare molto attenti quando si girava nei boschi. Lungo un sentiero che saliva irto verso la montagna erano distribuite le quattordici cappelle del Sacromonte. Mettevano in mostra statue di grandezza naturale dedicate ai misteri del rosario. In cima, un museo religioso. Il luogo, che oggi è considerato un bene dell'umanità, aveva intorno il Parco del Campo dei Fiori, boschi profumati, un costante vento bizzarro che muoveva nuvole colorate, l'ululato dei lupi e il silenzio delle notti incantate. Fu un addio colmo di lacrime. Nella Milano, dove i palazzi rubavano il cielo, ritrovai la mia casa rabberciata alla meglio e una città in pieno assetto ricostruttivo. Dalla Sicilia erano arrivati i muratori che la dovevano sanare dalle enormi ferite dovute al conflitto. Ci riuscirono. Dopo un anno o poco più, molte zone avevano ripreso a vivere sotto la spinta del nuovo e la volontà meneghina che ritrovava il suo valore. Io volevo fare giornalismo, ma la mamma non volle. Disse in modo spiccio: Non è un lavoro che renda subito del denaro e noi ne abbiamo bisogno. Ai Telefoni di Stato cercano telefoniste. Stipendio e posto sicuro. Ci vai e ti fai assumere. Ě sufficiente avere un diploma e tu ce l'hai. Ti faranno alcune domande alle quali cerca di rispondere a dovere. Poi ti proveranno l'udito, che hai buono. E ti faranno leggere qualcosa, assicurandosi che tu abbia capito ciò che hai letto. Stai attenta e non fare cavolate. Te ne pentiresti. Fui assunta. Cinque anni dopo chiedevo e ottenevo il trasferimento a Bologna dove mi attendeva l'amore. Qui ho costruito una nuova famiglia, marito, due figlie bravissime e la suocera con la quale imparai a stringere un rapporto solido ed affettivo. Lei curava la casa e le bimbe, io facevo carriera diventando vice capo ufficio. Quando nonna morì e le ragazze ci lasciarono per far la vita loro, io e il mio compagno, ormai pensionati, scarpinavamo per le montagne, le valli italiane e straniere, zaino sulle spalle e voglia di vivere. D'inverno lui aveva hobby di ogni genere, io mi interessavo di politica e del sociale. Una brutta epatite C me lo ha portato via. Per sanarne, almeno in parte, il dolore, ho iniziato a scrivere romanzi, racconti e poesie, usando il computer. Tre anni fa, di primavera, sono tornata a Milano per rivedere la città natia. Nel viaggio in treno ho cercato di immaginare come potesse essere cambiata. Ovvio che lo fosse. Dovevo sentirmi preparata a trovarla molto diversa, ma pur sempre mia. Eppure, arrivata nel rione di Porta Volta dove avevo vissuto un lungo periodo della giovinezza, mi trovai in un luogo quasi sconosciuto. Il palazzo nel quale c'era la portinaia Giovanna non aveva più la portineria e sembrava un altro. Ci avevano messo anche l'ascensore. La strada sotto casa era invasa dalle automobili e priva di ragazzi vocianti. Scomparsi gli incontri fra donne nell'ora della spesa. Solo passanti frettolosi col cellulare attaccato all'orecchio. I più parlavano a voce così alta da far sapere, agli eventuali passanti, tutti gli affari loro. Un rumore assordante invadeva l'aria. E il cielo, un tempo limpido in quella stagione, era ingrigito dallo smog. Non ebbi tempo di visitare, come avrei desiderato, i luoghi che, in un tempo lontano, mi avevano incantata. Se il destino me lo concederà, ci tornerò. Nel frattempo, da alcune amiche milanesi, ho avuto notizie fresche sulla città. Ho saputo che la megalopoli lombarda si è dotata di una tecnologia avanzata per la quale è possibile una sua gestione più efficiente, che si può ottenere attraverso l'innovazione informatica. Sono nate molte opere di beneficenza, sia laiche che religiose, aventi lo scopo di aiutare i disperati. Inoltre il comune ha cercato di iniziare un controllo efficiente nelle periferie, allo scopo di renderle più vivibili. E quant'altro di utile e umanizzante. Mi hanno anche raccontato delle loro visite all'Expo, l'esposizione universale vertente sull'alimentazione e il modo di renderla sana e gustosa. Vi hanno partecipato Stati di tutto il mondo. Questo ha reso la città meneghina un centro d'attrazione per tutti. A Milano stanno anche tentando di raggiungere un traguardo difficile: dare maggiori diritti alle famiglie in difficoltà. Un traguardo che incontra problemi di ogni genere. Se i cittadini verranno coinvolti con le loro idee e i loro desideri, ritengo che sarà possibile raggiungerlo. O almeno lo spero. Fra i tanti ricordi di cui ho parlato, ne spicca uno particolare. Certe fantastiche parole di mio padre: Credimi Ninni. governare è molto difficile. Lo è anche in famiglia. Occorre una buona dose di altruismo, di interesse sincero per la generalità dei cittadini, il coinvolgimento degli stessi nelle scelte chi li riguardano. Ci vuole fede nella giustizia, nel bene comune. E anche modestia e coscienza di sé. Grande, grande papà mio! Sono tornata a casa ripensando a quella moderna Milano che mi era divenuta forestiera. E della quale, nascoste dentro di me, ritrovo le tante rimembranze. Ciò che è stato. Tutto ciò che di giusto o di ingiusto ho vissuto intensamente. Danzante nella culla dei sogni. -Commenti:
Sono nata nel 1943 in una notte di bombardamenti in piena seconda guerra mondiale. Questo deve avermi segnato, perché è tutta la vita che mi sento in guerra con tutto ciò che ferisce. La prima battaglia è stata contro la fame: dividere quel poco che c’era con i miei fratelli, mangiare tutto fino all’osso; la frutta non mi sognavo di spellarla perché la buccia toglieva la fame e, come ho letto dopo, faceva anche Pinocchio. La nonna a volte comprava in un negozio del centro, a poco prezzo, delle paste dolci rotte perché non si sarebbero più vendute: “le briciole delle paste” e ce le portava. Io prendevo la mia porzione e andavo a mangiarla in solitudine; masticavo piano e trattenevo a lungo il boccone per gustarne tutti i profumi e i sapori. La sera a volte mangiavamo un po’ di farina di castagne compattata e messa a cuocere direttamente sulla stufa; purtroppo non riuscivo a deglutire quel pastone e dicevo che non mi piaceva, col risultato di andare a letto senza cena. Intorno ai dieci dodici anni, cominciammo a mangiare un po’ di carne e la fame che mi aveva perseguitato per tanto tempo, si attenuò. Il 1956 fu un inverno freddissimo, con tanta neve. Una mattina vidi un fenomeno inconsueto. Voci concitate di gente spaventata ci fece uscire velocemente per vedere cosa accade”. Guardavano tutti il cielo e vidi che era di mille colori, strisce di luce verdi e viola si rincorrevano: una tavolozza di colori che affascinava. Quando uscì anche mio padre disse subito “E’ l’Aurora Boreale”, e increduli fissammo a lungo il fenomeno in atto. La nostra casa era molto fredda, l’unico ambiente riscaldato era la cucina e noi ci riunivamo intorno all’unica stufa. A dispetto di ciò, fino a dopo l’adolescenza non ho mai avuto né raffreddore né tosse. Ora invece, con le case riscaldate, le influenze imperversano e l’aria è carica di smog, polveri sottili e quant’altro. Allora, chi aveva fatto le scuole medie, poteva trovare un buon lavoro se si dava da fare; in seguito molti iniziarono ad andare all’università. Il lavoro era quasi assicurato per i bravi giovani che in seno alle Aziende erano anche tutelati. Abitavamo in un’estrema periferia della città di Bologna, dove c’era ancora la campagna e il suo profumo e quello delle rose ci inebriavano quando tornavamo dal Rosario del mese di maggio. Col calare della sera si sentivano i grilli che con il loro cri-cri rompevano il silenzio e le lucciole che ci danzavano attorno: una vera magia! Come rimpiango il silenzio! Le calde sere d’estate ci si radunava fuori dal caseggiato e le nonne portavano ognuna la propria sedia. I nonni non erano tanti come adesso; quelli che c’erano non andavano all’Ospizio, rimanevano nelle famiglie ed erano rispettati. Quando morivano, nella casa c’era la veglia funebre e noi bambini li andavamo a vedere: non ho mai avuto paura! Ritornando alle sere d’estate, noi piccolini eravamo affascinati dal buio; giocavamo a nascondino, facevamo corse pazze per le strade; auto non ce n’erano, contavamo le stelle che erano più luminose e qualche volta andavamo a sentire i discorsi dei grandi che raccontavano aneddoti della vecchia Bologna e storie varie della guerra che non erano mai volgari. Si faceva senza la TV. La notte, quando eravamo a letto, sentivamo rientrare i ragazzi più grandi che cantavano, fischiavano e ciò ci faceva compagnia. Sembra che adesso le cose siano migliorate ma tante altre mi mancano. Ho imparato a navigare su Internet, a scrivere con il computer, ma è come correre dietro al fulmine. La tecnologia è in continuo evolvere e non credo in futuro, anche per l’età, di poter stare aggiornata. Tanti sono stati i cambiamenti di questi ultimi ottanta anni e credo, in buona parte, di averli vissuti. -Commenti:
Nel passato, la cucina, si componeva di cibi poveri come la polenta, che veniva mangiata tutti i giorni, il pane fatto in casa, minestre e zuppe; da non dimenticare i borlenghi ed i castagnacci due buonissimi piatti tipici delle nostre montagne. I castagnacci, vengono detti anche 'ciacci' e si preparano con pochi ingredienti ovvero 200g di farina di castagne, mezzo bicchiere di latte, mezzo bicchiere di acqua, un pizzico di sale, un pizzico di bicarbonato. Si mescola tutto insieme ottenendo una pastella morbida e soffice. Poi, con la cotica del prosciutto, si unge una padella antiaderente e si fa scivolare la pastella facendo in modo che assuma l’aspetto di una piccola frittata, poi si cuoce cinque minuti da una parte ed altri cinque minuti dall’altra. Per renderlo maggiormente gradevole al palato, si può riempire con salumi o stracchino, mentre un tempo si potevano soltanto mangiare vuoti in quanto le famiglie erano povere. La preparazione della polenta, comportava l’utilizzo di una calderina in rame o alluminio che veniva riempita per metà di acqua, si salava con sale fino, poi si metteva dapprima la farina di grano grossa ed in seguito quella di grano tenero più sottile quindi dopo venti minuti circa veniva aggiunta infine si mescolava lasciando cuocere il tutto per almeno un’ora. I borlenghi venivano preparati con 200g di farina, mezzo bicchiere di latte, due bicchieri di acqua, un po’ di sale. Si mescola il tutto sino a quando non avremo ottenuto una pastella molto liquida per terminare si fa cuocere in padella antiaderente riempiendola con salumi, uno spicchio di aglio, rosmarino facendo cuocere a parte mettendovi un po’ di forma al termine della cottura. Successivamente, venivano richiusi come se fossero crepès. Altri cibi da non dimenticare erano le tigelle e le crescentine fritte raramente i biscotti che venivano fatti assieme alle torte per la festa del paese. -Commenti:
In quella casa, di quel quartiere popolare, di quella città padana c'era un gran movimento di gente in attesa. Tutti correvano, non come erano soliti fare precipitandosi giù per le scale verso la cantina al primo urlo di sirena, ma da una stanza all'altra, allorquando Ina smarrita si affacciò da un pertugio. Gli astanti esultarono accogliendola con corale ovazione: Finalmente ! Ana, primogenita, l'aspettava da nove anni ed ora si avvicinava curiosa e timorosa per osservarla e toccarla; papà Aldo la strinse al petto progettando di darle al più presto tavola di legno,martellino e chiodi, mentre mamma Mara sorrideva compiaciuta alla vista di quella testolina piena di capelli neri meditando come raccoglierli con i nastri da lei stessa ricamati. La piccola manifestò subito la sua innata propensione a giocare col tempo e già si affannava a rincorrerlo sgambettando e poppando con frettolosa avidità. A poco più di un anno correva con i suoi scarponcini alti alle caviglie (necessari per correggere un piedino storto) traballando ed agitando le braccia per mantenere l'equilibrio, salvo poi cadere a volo d'angelo seduta per terra; subito si rialzava corrucciata con il fiocco dei capelli scomposto, ma in cuor suo sorrideva, sognando di indossare scarpette da ballerina. Era tanto vivace da essere soprannominata Mercuria o Argento vivo e con la sua iperattività voleva depistare un animaletto, il tarlo del tempo, che ogni dì la provocava. Ina crebbe nel rigore post bellico del secondo 900, ma con quella carica emotiva insita nella ricostruzione. Nelle strade del quartiere (La Cirenaica) circolavano poche automobili, qualche motorino, tante biciclette e carretti. Così dalla nebbia mattutina spesso compariva un grande carro fumante trainato da cavalli, guidato dal ruscàrol (netturbino) che provvedeva alla raccolta delle immondizie (il rusco), oltre a ripulire, con scopa di saggina e paletta, le strade dal pattume e dagli escrementi degli operosi cavalli. Il suono di una trombetta stonata annunciava l'arrivo trionfante del sulfanèr che con un ciclo/carro raccattava dalle cantine ferro, roba vecchia e vendeva scope, battipanni, piumini. Dalla Fabbrica del Ghiaccio di via Rimesse ogni giorno usciva un carrettino per raggiungere le vie del quartiere dove massaie e bambini festosi accoglievano il giazàrol: schiamazzando lo accerchiavano per raccogliere e succhiare schegge di ghiaccio, poi ne prendevano un pezzo più grande da portare a casa, per la conservazione dei cibi, avvolto in un canovaccio per non bruciarsi . Stare ferma per ore sui banchi di scuola, seppure con profitto, per Mercuria era una vera costrizione, per cui non mancava all'appuntamento quotidiano con gli amici nei grandi cortili delle case di risanamento (di via Bentivogli e via Fabbri) per correre e nascondersi tra panni stesi o negli anfratti e porte delle abitazioni circostanti; altre volte scorrazzava su e giù dai vagoni fermi nella Piccola stazione ferroviaria (La Veneta), oppure si lanciava con i pattini a rotelle o con la bici dalla discesa del ponte di via Libia, allora poco movimentato. La corte delle case popolari di via P. Fabbri aveva al centro uno stabilimento, punto di riferimento per molte persone del quartiere le cui abitazioni non erano dotate di vasca da bagno o docce. Figuriamoci se la nostra protagonista, amante dell'acqua, trascurava questa opportunità, riuscendo a trasformare un disagio in piacere: all'angusta tinozza domestica, alimentata da secchi d'acqua, Ina preferiva sguazzare nelle più ampie docce o vasche pubbliche: asciugamano e ricambio biancheria sotto braccio, era diventata un'assidua frequentatrice dei bagni pubblici, pensando forse di recarsi in piscina! Scarabocchiare fogli con matite colorate Giotto accanto al papà che, nel tempo libero, dipingeva grandi cartelloni pubblicitari o aiutarlo a modellare statue e bassorilievi raccogliendo secchielli di fango dal greto del fiume Savena, all'epoca balneabile e ben attrezzato con lido e balera per gite fuoriporta, per la bimba costituivano divertimenti irrinunciabili. Altra meta assai frequentata erano i Giardini Margherita: esteso parco pubblico e quasi unico polmone verde adiacente le mura medievali. I pochi giardini del centro cittadino, nascosti all'interno di case patrizie, in corti delimitate da pareti affrescate a trompe-l'oeil con alberi, fiori per aumentarne l'illusione ottica di maggior estensione, erano piccoli intimi gioielli architettonici riservati ai proprietari residenti. Allora Aldo sistemava la piccola sul cannone della bicicletta, con le manine ben salde sul manubrio e Ina serena, sicura tra le sue braccia, nastro all'indietro tra i capelli al vento, sorrideva inebriata dalla velocità , poi giunta sul pontile del laghetto, estraeva dalla tasca del vestitino della festa un sacchettino di briciole di pane per condividere la sua felicità con le papere che accorrevano schiamazzando lasciando scie spumeggianti sull'acqua; Quando poi riusciva ad andare in barca mentre il papà vogava: che piacere che bellezza! Il grande lago, così appariva ai suoi occhi, era contornato da conglomerati di gesso che brillavano nelle giornate di sole; lo stesso luccichio Ina l'aveva notato nei basamenti delle torri, di alcuni palazzi del centro o sulle colline durante le passeggiate in dì soleggiati, ancora non riusciva a collegarne la stessa provenienza dalla vicina Cava a Filo dei Gessi Bolognesi, ma qualche domanda la poneva al papà a tal proposito. L'unica nota triste del parco era Remo: la vista del leone che girava avanti e indietro in una piccola gabbia la turbava,così giunta nelle vicinanze, cambiava strada. Nel quartiere la bimbetta dagli scarponcini alti si muoveva con curiosa disinvoltura, ogni passo era una scoperta, una conquista. Non sapeva né leggere né scrivere, ma imparò presto a fare i conti giocando a far la spesa. In assenza di frigorifero, ogni giorno Ina entrava ed usciva dal fornaio (la Luisa),salumiere/droghiere (F.lli Tonelli), lattaio,macellaio, munita di lista e di soldini necessari per pagare, attenta a riportare a casa le provviste ed il resto del denaro corrispondente al conto, senza sbagliare. La tappa alla bottega del cavallaio si presentava un po' problematica: dall'alto di un bancone di marmo, protetto da un vetro, un uomo gigante fischiava, intento ad affilare un grande coltello ed a tagliare tranci di carne su un ceppo di legno, la nostra piccola non riusciva a porgergli il biglietto,ma era fiduciosa che gentili signore,al suo turno, l'avrebbero aiutata. La vetrina del cartolaio di fronte alle scuole Giordani (in angolo tra via Libia e Sante Vincenzi) era una tentazione irresistibile e Ina,passando e ripassando, un dì fece un blitz: entrò e chiese a credito una stadera che da giorni puntava. Il bottegaio conoscendola gliela diede, sicuro che la famiglia avrebbe pagato. Arrivata a casa con la sua bilancina Ina cominciò a pesare foglie, fagioli, pasta, la mamma notò subito il nuovo giocattolo e chiese informazioni. La bimba nel suo candore disse di aver lasciato da pagare e la risposta di Mara fu immediata: Ah sì?! Bene oggi gliela riporti indietro! A nulla valsero le sue rimostranze: lei sempre ligia a consegnare ogni spicciolo rimanente dal conto della spesa,trovava ingiusta quella reazione all'unica volta che si era presa una libertà ; niente da fare la mamma fu irremovibile Ina umiliata, con la coda fra le gambe, restituì al bottegaio la bilancina, ma per la Befana sotto la cappa del camino trovò come regalo la sua stadera. Così andò, anche se al momento non capì, la bimba ricordò la lezione per tutta la vita: il denaro non era solo una questione di conti, di numeri, ma rappresentava un valore; in quel momento comprese che i soldi non piovevano dal cielo, ma andavano guadagnati e spesi oculatamente come facevano tutti in famiglia. Allora la cinna cominciò a frequentare con soddisfazione il chiosco sotto casa (da Anselmo di fronte all'attuale cine/teatro Dehon) per confezionare gelati di grande effetto: enormi sopra, vuoti sotto per non rompere la cialda; meno rischiosa e da lei preferita era la preparazione delle tavolette, si trattava di riempire semplicemente uno stampino di ferro con biscotti e gelato. In cambio della prestazione beneficiava di ottimi frappé, granite, ghiaccioli (Cof), caramelle di tamarindo e liquirizia (more) ed ovviamente gelato in quantità. In seguito si adoperò a vendere latte travasandolo, con mestoli ed imbuti, dai grandi bidoni in alluminio alle bottiglie in vetro portate dai clienti. Ormai grandicella, anziché bere troppo latte, la ragazzina abbandonò il baratto ed accettò un compenso in denaro così, senza pesare sul misurato bilancio familiare, avrebbe potuto spenderlo, per entrare al mitico cinema Vittoria e durante la proiezione del film sgranocchiare a volontà brustolini (semi di zucca), burdigoni (caramelle di liquirizia raffiguranti animaletti). Una sala fumosa, poco arieggiata e scarsamente riscaldata, accoglieva gli spettatori in inverno,mentre in estate il grande schermo era allestito in un cortile adiacente circondato da case i cui abitanti dalle terrazze si vedevano lo spettacolo gratis in cambio del disagio sonoro e delle repliche. La corsa verso l'autonomia e l'indipendenza economica fu irrefrenabile, tanto quanto il piacere di leggere, di scrivere e far di conto. Seguì quindi il periodo dei bambolini di celluloide presi nudi da una vicina fabbrica: l'intraprendente ragazzina a casa impegnava tutta la famiglia a cucire sottanine col punto a filza e ad attaccar bretelle per riconsegnarli vestiti all'opificio e ritirare il lauto compenso di due lire al pezzo. Crescendo, la fanciulla si industrializzò: imparò ad usare la macchina da cucire e confezionava reggiseni a dieci lire al pezzo; lavoro comunque sempre secondario alla scuola, che continuava a frequentare con buoni risultati. Accaddero poi tragici eventi che cambiarono il corso della vita della ragazzina: la morte del papà la costrinse ad interrompere gli studi per lavorare a tempo pieno. Lei non si spaventò, era già abituata , si trattava di invertire l'ordine dei fattori, ma il risultato cambiò assai! Passarono gli anni Ina si sposò, nacquero figli,mentre il tarlo del tempo continuava ad insinuarsi ogni dì tra il lavoro fuori casa e quello domestico. Dopo parecchie stagioni, un autunno, la nostra donna decise di frequentare una scuola privata serale per recuperare quattro anni scolastici. Per nove mesi, finito l'orario di lavoro, studiò in ogni momento libero rubando tempo al sonno ed alle soste, finché a luglio..... Superato l'esame di stato con 50/60 conseguì il diploma magistrale. L'entusiasmo esplose, Ina mise le ali ai piedi, trasformando le corse in voli pindarici non privi di turbolenze, tempeste ed uragani e proseguì il suo viaggio di educazione permanente, anche dopo la laurea spinta dall'innata curiosità, ma pure dalla consapevolezza socratica acquisita (sapere di non sapere). Quando il pubblico presente si ridusse ad un'esigua platea, Ina si accorse che la sfida col tempo sarebbe stata impari: lui era più veloce! Per anni si era affannata a correre, arrivando puntualmente in ritardo. Il vecchio tarlo, seppur grasso per aver rosicchiato tante energie, si accingeva ora a vincere la competizione finale cantandole ogni dì un ritornello “Correre, correr, corre, cor... correrai dietro la bara gridando: Aspettami sto arrivando Allora capì che era giunto il momento di nascondere calendari, agende, orologi ed ascoltarne il tic tac, senza contare, né scandire ore e giorni. Doveva continuare a giocare, fermando la moviola al presente. Portò la mano raggrinzita e storta sulla punta del proprio naso e facendola vibrare sussurrò al tarlo obeso: Non avere fretta, arriverò quando sarà il mio momento, non riuscirai più a mangiarmi il presente; ti metterò a dieta, qui ed ora! Aprì la cassapanca dei ricordi, liberò dallo scrigno dell'eternità l'eco della voce degli assenti,che neppure l'ultimo respiro aveva ridotto al silenzio e volse lo sguardo al tempo perduto, per crogiolarsi in ricordi materializzati,in odori e colori di un'infanzia serena, di un'adolescenza non consumata e di una gioventù passata troppo in fretta. Si era appena fermata per abbandonarsi ad un tempo dilatato, scandito da armonie musicali, da letture illuminate dalla luce del sole e non soffocate nel buio della notte, dalla scrittura lasciata al fluire di parole misurate da ritmi biologici, senza imporsi di allinearle frettolosamente mozzandone spesso la coda. Si stava cullando nell'idea di risvegliare tra i giovani, con i suoi racconti, valori assopiti o non conosciuti come solidarietà, fiducia, determinazione, speranza, nell'illusione di restituire loro il desiderio della scoperta e conquista, usurpato e soffocato da eccessive ed inadeguate offerte di protezione, quando Leonardo, in procinto di uscire, si alza dalla sedia, saluta la nonna e le chiede: Stai bene? E' un periodo che sei spesso in casa inchiodata al pc! A proposito, ora vado all'allenamento di rugby, rientrerò verso le 18, avrei bisogno del computer, pensi sarà disponibile o dovrò fermarmi in mediateca? . Veramente ho qualche problema al metatarso (risponde la nonna) e stavo solo cercando alcune informazioni sulla Banca del Tempo, tu ne sai qualcosa? Poi mentre l'accompagna alla porta, Ina butta l'occhio allo scarpone n. 44 del nipote e ripensando ai suoi scarponcini n. 20, immagina quanta strada lui potrà fare camminando più lentamente; infine si solleva sulla punta dei piedi, si allunga per abbracciarlo e sorride sbirciando l'immagine riflessa nello specchio dell'ingresso. -Commenti: