Liberi Dentro-Eduradio


E’ un grande piacere annunciare ufficialmente che i programmi di Eduradio da lunedì 19 aprile sono in onda, oltre che su Radio Città Fujiko 103.1 e Teletricolore 636, anche su Lepida TV al canale 118. Liberi Dentro - Eduradio ha iniziato a trasmettere un anno fa, il 13 aprile, e ha continuato sino al 4 ottobre. Poi la sosta, con la parentesi dello Speciale Natale del 24-26 dicembre, e la ripresa il 18 gennaio in partnership con ASP Città di Bologna. Ed ecco adesso un’ulteriore conferma dell’ottimo lavoro portato avanti in questo ultimo anno, con l’ufficialità della collaborazione insieme a Lepida TV per il prosieguo della trasmissione. Una nuova opportunità di partnership offerta generosamente dalle istituzioni della nostra Regione e che Liberi Dentro - Eduradio ha saputo cogliere immediatamente. Sessanta programmi ogni mese, messi in onda da Radio Fujiko 103.1 e Teletricolore 636, per un totale di 60 ore di trasmissione, senza interruzione giorno dopo giorno. Questo è stato reso possibile grazie soprattutto al coinvolgimento di realtà che da anni lavorano in carcere tra cui: AVoC, Poggeschi, Altro Diritto, Equipe sanitaria AUSL, Cantieri Meticci, Teatro del Pratello, Teatro dell'Argine, Coordinamento Teatro Carcere, Fomal, i gruppi vangelo della Cappellania, Eduradio Parma, cui si aggiunge Note Libere. A un anno di distanza dall'avvio del programma, Eduradio percepisce di essere ancora nella fase sperimentale, cercando di comprendere se davvero è possibile raggiungere le persone detenute nelle camere di detenzione. E proprio la trasmissione cercherà di rispondere alle tante domande che ci si pone nei prossimi mesi, avendo presente un obiettivo più ambizioso cui tendere: un servizio educational che coinvolga nella produzione le stesse persone detenute: Eduradio come soggetto attivo del progetto risocializzante. Non perdete dunque tutti gli aggiornamenti e le novità in materia di carcere sui canali social di Liberi Dentro - Eduradio, così come su Lepida TV, Teletricolore 636 e Radio Città Fujiko 103.1. Pubblicato martedì 20 aprile 2021

Nella puntata del 31 marzo di Liberi Dentro-Eduradio abbiamo appreso una notizia davvero unica nel suo genere. Si tratta dell’ascesa di cinque detenuti del carcere di Marassi (Genova) verso il palcoscenico di Italia’s Got Talent, uno dei programmi più in voga degli ultimi anni. Una possibilità che è stata data grazie soprattutto al percorso riabilitativo all’interno del carcere reso possibile dalla collaborazione con il Teatro dell’Arca. E’ nata proprio da questa esperienza la Compagnia degli Scatenati. Colpisce il fatto che proprio il lavoro quotidiano della compagnia teatrale sia stato di grande interesse per la produzione del programma tv, tanto da voler contattare i detenuti affinché partecipassero al programma, portando uno dei loro spettacoli di maggior successo: quello in cui i protagonisti dicono addio alle proprie famiglie. Questo avvenimento non ha precedenti nella storia di Italia’s Got Talent e ha una valenza ulteriore, perché simboleggia l’importanza assoluta che la riabilitazione può avere nei confronti delle persone recluse in carcere, rispetto al sistema punitivo troppo spesso invocato dall’opinione comune. Speriamo possa essere un buon esempio, per consentire alle tante attività promosse nelle carceri italiane di poter calcare i palcoscenici delle nostre città e rendere protagonisti tutte e tutti i nostri cittadini. Non dimenticate di seguire gli aggiornamenti di Liberi Dentro-Eduradio insieme a Caterina Bombarda e ai suoi ospiti anche sui social Facebook e Instagram! Pubblicato martedì 13 aprile 2021

Un mito da sfatare inerente alla sfera carcere riguarda il mantenimento delle persone recluse durante il loro periodo di detenzione. Si tende spesso a credere infatti che i detenuti all’interno siano completamente mantenuti, quando invece la realtà dei fatti è ben diversa. Grazie al contributo di Massimo Ziccone, direttore dell’Area Educativa presso la Casa Circondariale Rocco D’Amato, vogliamo mettere ordine su questo aspetto e capire concretamente come funziona il sistema delle retribuzioni all’interno del carcere della Dozza a Bologna. Sistema di retribuzione in carcere: come funziona e cosa comporta per il detenuto La premessa doverosa è che il detenuto in carcere ha sì i pasti e un letto su cui dormire, che gli sono concessi senza alcuna spesa, ma ciò non esclude che possa avere dei bisogni di qualsiasi genere da soddisfare: pacchetti di sigarette, occhiali, sapone, vestiti, libri, oggetti di uso quotidiano ed essenziale ecc. Ciò che non tutti sanno è che tutte queste spese “extra” all’interno del carcere sono a carico dei detenuti, ciascuno dei quali possiede una sorta di conto corrente intestato a proprio nome dal quale può attingere per eventuali spese, come quelle suggerite in precedenza. Il conto corrente in questione funziona esattamente come un normale conto corrente, con la differenza che esso viene gestito dall’area contabile del carcere e non dalla persona intestataria. La domanda che dunque sorge spontanea è “in che modo una persona detenuta riesce a guadagnare se si trova in carcere?”. A questo proposito, Ziccone afferma che ciascun detenuto ha la possibilità concreta di lavorare, sia alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, sia alle dipendenze di aziende che lavorano all’interno del sistema carcere. In ciascuno dei due casi comunque la persona detenuta viene retribuita mensilmente, sempre seguendo le norme che si applicano a qualsiasi lavoro esterno al carcere. Il che significa, ad esempio, che il detenuto ha diritto alla previdenza sociale e la paga oraria è la medesima di quella che riceverebbe se facesse lo stesso lavoro esternamente alla Dozza. Legge Smuraglia: l’incentivo per i datori di lavoro ad assumere detenuti La condizione giuridica ed economica, in sostanza, è la stessa sia che la persona sia reclusa o che sia libera, questo per evitare che si verifichino episodi di sfruttamento di manodopera nei confronti delle persone detenute. Naturalmente questo ha causato una riduzione consistente delle possibilità lavorative per i detenuti in passato, ma, grazie alla Legge Smuraglia del 1975, sono stati creati dei forti incentivi ai datori di lavoro per assumere dei detenuti sia all’interno del carcere che all’esterno. Non a caso, tra i vantaggi che un datore di lavoro ha nell’assumere un detenuto rientra il fatto che quest’ultimo può costare anche la metà di una persona “libera”. Questo è permesso dalla Legge Smuraglia che considera la categoria dei detenuti ed ex detenuti fortemente svantaggiata nel trovare nuove opportunità lavorative senza un incentivo economico per il datore di lavoro. In che modo la persona reclusa può accedere al proprio conto in carcere Abbiamo parlato della possibilità per un detenuto di avere un proprio conto corrente all’interno del carcere, ma non è stata affrontata la tematica su come si possa accedere direttamente al conto per effettuare delle spese. In questo caso c’è da fare una distinzione tra due tipologie di fondi ai quali i reclusi possono accedere: - Fondo vincolato, dove per poter spendere i soldi presenti al suo interno il detenuto deve fare una richiesta specifica alla direzione del carcere - Fondo svincolato, ovvero una somma stabilita entro un certo limite, al quale il detenuto può accedere senza dover inoltrare una richiesta particolare e motivata per determinate spese Il concetto che Ziccone ci tiene a sottolineare riguarda proprio il fatto che la persona detenuta tutto può essere, fuorché mantenuta. Un’affermazione motivata anche da una quota speciale che ogni detenuto versa ogni giorno per il periodo della propria detenzione, e prende il nome di “quota di mantenimento”. Per cui, non appena il detenuto riesce ad avere dei soldi caricati sul proprio conto, sia che li abbia guadagnati da solo, sia che siano stati inviati da un famigliare esterno, una parte di questi soldi servono a pagare la retta giornaliera. Ci auguriamo di essere riusciti a fare chiarezza su un tema poco dibattuto e conosciuto, sfatando quei miti e pregiudizi che sono ancora molto presenti nella società. Non perdete dunque i prossimi aggiornamenti in materia di carcere, con notizie e articoli di approfondimento insieme ad ospiti e a contributi d’eccezione! Pubblicato mercoledì 7 aprile 2021

In apertura di puntata di Liberi Dentro-Eduradio del 23 marzo, è stato introdotto un argomento molto delicato per quanto riguarda la sfera carcere: parliamo di come le persone transessuali affrontano la detenzione. Caterina Bombarda, conduttrice del programma radio e televisivo, ha posto l’accento su questa questione traendo spunto dall’articolo di Damiano Aliprandi sul settimanale “Il Dubbio”. In particolare si è posto l’accento sui problemi che le persone transessuali hanno durante il momento della detenzione e delle possibili azioni da intraprendere per risolvere queste dinamiche. La presenza di persone transessuali nelle carceri purtroppo ad oggi non è ancora del tutto supportata dal DAP (Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria) e questo fatto è stato denunciato dal Garante delle persone private della libertà personale della Campania, Samuele Ciambriello, che è andato personalmente in visita nel carcere di Poggioreale a trovare i detenuti transessuali. Proprio il Garante in questione ha infatti constatato la “doppia segregazione” nella quale sono costretti a vivere le persone transessuali nei reparti precauzionali, a causa dei numerosi sex offenders che abitano le carceri non solo di Poggioreale, ma di gran parte delle carceri italiane. Colpisce inoltre il fatto che in poche carceri del Paese (come Napoli, Roma, Belluno, Firenze e Rimini) siano previste delle sezioni dedicate esclusivamente ai detenuti transessuali. Sarebbe invece un provvedimento da attuare a livello nazionale, proprio per garantire una detenzione incolume e priva di disagi di natura psichica e fisica che invece sempre più spesso le persone transessuali sono costrette a subire. Una forma di discriminazione grave che viola anche il principio di uguaglianza previsto dalla Costituzione e che speriamo possa avere fine nelle oltre duecento carceri italiane ancora prive di sezioni ad hoc per persone transessuali. Se volete seguire gli aggiornamenti in materia di detenzione non perdete gli appuntamenti quotidiani con Liberi Dentro - Eduradio sia su Radio Città Fujiko, sia su Teletricolore 636, che sui social Facebook e Instagram. Pubblicato martedì 30 marzo 2021

Durante la puntata di Liberi Dentro-Eduradio andata in onda il 12 marzo si è affrontato un tema di cronaca bianca riguardante l’Emilia-Romagna. Parliamo della splendida iniziativa che è stata creata e promossa dalla cooperativa Giorni Nuovi a Castelfranco dell’Emilia (Modena) per dare lavoro alle persone all’interno del carcere. Un lavoro particolare e innovativo che riguarda la produzione di ostie e particole, che poi vengono utilizzate nelle messe da alcuni parroci sia modenesi che bolognesi. Si tratta di un progetto che vede la luce inizialmente nel 2015, quando cinque persone prestavano volontariato nel carcere modenese da circa dieci anni. In seguito, la spinta decisiva affinché diventasse un’opportunità di lavoro anche per le persone recluse è partita dalle istituzioni penitenziarie così come dal cardinale arcivescovo Matteo Maria Zuppi, i quali hanno finanziato l’acquisto di macchinari specifici donati poi al carcere per la produzione proprio di ostie e particole. In particolare, tra i macchinari appositi sono stati donati: un’impastatrice, una macchina per le cialde, un umidificatore e una taglierina. Insomma, tutto l’occorrente per iniziare a produrre le ostie a partire dalle materie prime, cioè la farina 00 e l’acqua. Le consegne, inoltre, vengono effettuate dalla cooperativa stessa con il furgone sul territorio, mentre invece gli ordini che arrivano anche da altre regioni vengono smistati attraverso i canonici corrieri. Davvero una splendida iniziativa che dà l’opportunità alle persone in carcere di poter lavorare proprio nella nostra amata regione Emilia-Romagna. Non dimenticare di seguire Liberi Dentro-Eduradio sui social Facebook e Instagram per non perdere alcun aggiornamento in materia di detenzione. Pubblicato martedì 23 marzo 2021

Prima dell’esistenza del Covid 19 e dell’avanzare della pandemia, a Bologna erano alquanto significativi gli incontri che venivano organizzati tra gli studenti universitari del polo bolognese con le persone detenute nel carcere della Dozza. Da più di un anno gli incontri in carcere sono stati sospesi, ma durante la puntata del 9 marzo di Liberi Dentro-Eduradio, la conduttrice Caterina Bombarda ha parlato di questa pratica insieme a Ilaria Avoni, dell’associazione Il Poggeschi per il carcere, analizzando insieme i vantaggi di questa tipologia di incontri. L’incontro con un’altra persona in situazione di svantaggio, come accade appunto agli studenti che entrano alla Dozza, permette di contrastare i pregiudizi e gli stereotipi che tendono a radicarsi man mano che si diventa adulti. D’altronde, se si tende a non mettere mai in discussione alcun pensiero, ma si ragiona solo per luoghi comuni e preconcetti non si percorre molta strada purtroppo. Il fatto che i giovani incontrino personalmente chi proviene da percorsi di vita difficili, da contesti e ambienti diversi, riesce a scalfire tutta quella serie di pregiudizi che spesso vengono instillate nelle persone fin dalla tenera età. Bastano infatti fugaci momenti di laboratorio per far sì che gli studenti capiscano quanto in realtà i detenuti all’interno del carcere non siano solo reclusi che devono scontare una pena, ma prima di tutto persone. Persone che hanno compiuto atti più o meno gravi in passato, che hanno difetti ma anche risorse , come qualunque altra persona che vive la propria vita fuori dal carcere. Incontri di questo genere permettono agli studenti di andare oltre la semplice apparenza e il semplice stereotipo del criminale in carcere, ma concede una chiave di lettura più ampia per poter capire in maniera più approfondita la personalità di chi vive in carcere. Il nostro augurio è quello di poter continuare la pratica degli incontri tra studenti e detenuti non appena sarà possibile riprendere in sicurezza. Vi invitiamo a rimanere sintonizzati con Liberi Dentro - Eduradio, sia sul sito che sui canali social per non perdere alcun aggiornamento in materia di carcere a Bologna e in tutto il Paese. Pubblicato martedì 16 marzo 2021

Nel corso della puntata di Liberi Dentro - Eduradio, andata in onda giovedì 4 marzo, Caterina Bombarda ha posto l’attenzione su una questione di cui si sente parlare troppo poco spesso. Parliamo della detenzione femminile nelle carceri d’Italia. Durante la puntata in questione è stata messa in luce una tematica pubblicata su Donna Magazine, quotidiano d’informazione online, che sottolineava gli stereotipi e le discriminazioni che purtroppo esistono nelle carceri femminili. Nonostante le recluse rappresentino solo il 4% della totalità delle persone ristrette in Italia, le discriminazioni di genere esistono eccome e si verificano in diverse modalità. Gli abusi, le violenze e il sessismo infatti esistono anche dietro le sbarre e le donne devono conviverci quasi tutti i giorni. Si tratta di discriminazioni che riguardano la disparità durante la custodia cautelare, o il fatto che gli istituti che riguardano esclusivamente la detenzione femminile in Italia siano solo cinque. E anche se esistono le strutture alternative, come gli istituti di custodia per le madri, queste sono comunque troppo esigue: tre in tutto il Paese. Senza contare il fatto che in Italia esiste il pregiudizio culturale secondo cui quando si pensa ad una donna reclusa in carcere si associa subito questa donna ad una prostituta, oppure alla cattiva madre o cattiva moglie che ha bisogno di essere rieducata in carcere per poi tornare al suo ruolo “originario”. Essendoci appena stata la festa della donna ci sembra giusto ricordare quanto questi siano pregiudizi e rappresentino comportamenti assolutamente privi di fondamento nella grande maggioranza dei casi, e di come l’integrità di una donna non si possa misurare in base alla propria condizione di reclusa o alla pena che deve subire. Vi invitiamo a rimanere sintonizzati con Liberi Dentro - Eduradio, sia sul sito che sui canali social per non perdere alcun aggiornamento in materia di carcere a Bologna e in tutto il Paese. Pubblicato martedì 9 marzo
Nell’arco del periodo di detenzione, c’è un momento in particolare della vita di una persona reclusa che vogliamo approfondire in questo articolo. Parliamo di come si sentono le persone quando la pena da scontare si sta esaurendo e il rientro nella società è sempre più vicino. Un momento, questo, che non è così scontato da affrontare e sul quale ci siamo confrontati insieme al direttore dell’area educativa del carcere della Dozza, Massimo Ziccone, per avere alcuni chiarimenti in merito. Cosa prova il detenuto a fine pena Quando si fa riferimento a ciò' che prova un detenuto poco prima di uscire dal carcere, bisogna innanzitutto fare una premessa ed è la seguente. All’interno del carcere vive una grossa fetta di società che è prevalentemente quella svantaggiata, a prescindere dal fatto di aver commesso reati. Sono molteplici le situazioni che comprendono persone con disagi economici e sociali da quando sono nate, tanto che si può dire che un buon 80% dei detenuti ha un background di questo genere. Questa premessa serve per far capire che la maggior parte delle persone ristrette, purtroppo, non ha ben idea di quali siano le problematiche quotidiane da affrontare una volta uscite dal carcere. Ziccone sottolinea infatti che capita frequentemente di assistere a detenuti capaci di badare a loro stessi all’interno del carcere, ma sprovvisti della giusta lungimiranza per capire quali sono i fattori da considerare una volta rientrati a pieno nella società. Come interviene l’ordinamento penitenziario per aiutare i detenuti nel processo di fine pena In questo contesto di spaesamento delle persone recluse interviene l’ordinamento penitenziario, proprio per venire incontro ad esse e assisterle nella delicata fase che precede la fine della pena e la conseguente scarcerazione. In sostanza, man mano che si avvicina l’uscita dal carcere, si cerca di far capire al detenuto che una fase sta finendo e ne sta per cominciare una nuova e completamente diversa, in modo tale che la persona in questione cominci ad entrare nell’ottica di chiedersi cosa succederà una volta che uscirà. Può sembrare un ragionamento scontato, ma in realtà non lo è affatto. Ci sono detenuti che tendono ad avere la cosiddetta “mentalità da carcerato” fino all’ultimo giorno, nel senso che sono concentrati sul fatto di uscire il prima possibile e non hanno idea di come sarà la loro vita fuori dal carcere, oppure un’idea ce l’hanno, ma è molto vaga, nebulosa e spesso poco realistica. L’ordinamento penitenziario, invece, ha come obiettivo quello di provare a far capire ai detenuti quali sono le problematiche da affrontare una volta usciti, tra cui: problemi di abitazione, sostentamento, lavoro e a volte reingresso in famiglie problematiche. La presa di realtà richiede anche un intervento particolare e l’ordinamento penitenziario prevede proprio un programma specifico a partire dall’ultimo anno di detenzione. Questo per creare le condizioni ottimali per l’uscita dal carcere, dato che è da questo momento in poi che si determina se il programma di trattamento effettuato all’interno del carcere darà esiti positivi o meno. Se esso funziona, si hanno delle alte probabilità che non ci siano nuovi reati e quella persona, finita la sua pena, non tornerà più in carcere. In caso contrario il tasso di recidiva è destinato ad aumentare e sarebbe un fallimento del sistema, ma è ciò che non si augura nessuno e, fortunatamente, tra le due appena descritte è la situazione che si verifica meno. Non perdete i prossimi aggiornamenti in materia di carcere e detenzione. Torneremo a parlare di questi argomenti con altri attori protagonisti sia all’interno che all’esterno del carcere! Pubblicato martedì 2 Marzo 2021

La puntata di Liberi Dentro - Eduradio, andata in onda giovedì 11 febbraio, si è aperta con una notizia davvero splendida portata alla luce dall’articolo di Matteo Vercelli sul quotidiano l’Unione Sarda che parla dell’entusiasmo dei detenuti nei confronti dei corsi universitari in carcere proprio in Sardegna. Caterina Bombarda, conduttrice del programma radiofonico, ha posto subito l’accento su questa tematica sottolineando come addirittura oltre il 5% dei detenuti in Sardegna frequenta corsi accademici, contro la media nazionale che si aggira intorno all’1,4%. Un fenomeno assolutamente significativo e positivo, tanto da poter considerare la Sardegna come la regione capofila per la progettualità dei corsi accademici all’interno del panorama nazionale. In questo senso appare fondamentale l’impegno da parte dell’Università nelle carceri per aiutare le persone detenute ad avere accesso a questi corsi, dato che la maggior parte di loro, purtroppo, non riuscito nella vita ad avere accesso a questa possibilità a causa di vari fattori come l’analfabetismo o le scarse risorse economiche. Però è importante che l’Università offra la possibilità di accedere al diritto allo studio anche alle persone ristrette per una crescita non solo personale, ma anche per rendere il carcere davvero una possibilità di ri-educazione. Così come per poterle farle crescere nella cultura e nella stima di se stessi, perché autostima e cultura sono strettamente legate fra di loro ed è giusto che tutti abbiano la possibilità di accrescere il proprio livello culturale, anche coloro che per un motivo o per un altro hanno dovuto scontare una pena in carcere. Non dimenticate di seguire l’appuntamento quotidiano con Liberi Dentro - Eduradio su Archive e continuate a supportare il progetto della radio di chi vive il carcere per il carcere sui social di Facebook e Instagram. Pubblicato martedì 23 febbraio 2021

Durante la puntata di Liberi Dentro - Eduradio, andata in onda martedì 9 febbraio è stato affrontato un argomento di grande attualità che riguarda la sfera del carcere, in particolare le donne detenute che hanno figli a carico. Un problema spesso sottovalutato e poco discusso, ma che è stato fonte di dibattito durante il consueto appuntamento con il programma radio per chi vive il carcere quotidianamente. Caterina Bombarda, conduttrice, e Ignazio de Francesco, ospite fisso e volontario AVOC, hanno colto l’occasione per affrontare questa tematica prendendo spunto da un articolo uscito su La Repubblica di Flavia Carlorecchio, che ha fatto una disamina delle strutture in Italia che affrontano la tematica delle donne madri con figli piccoli in carcere. Purtroppo le misure alternative rappresentate dagli Istituti di Custodia Attenuata per le Madri, chiamati ICAM, e le case famiglia protette ci sono, perché esistono, ma sono molto esigue. Non a caso, infatti, gli ICAM sono soltanto cinque distribuiti in tutta Italia, mentre le case famiglia protette sono addirittura meno: due. Se lo scopo della legge 62 del 2011 era quello di favorire gli arresti domiciliari e la creazione di case famiglia, ciò non è stato possibile, poiché la soluzione più utilizzata è stata quella di sfruttare proprio gli ICAM come istituzioni carcerarie a tutti gli effetti. Bisognerebbe trovare dunque una soluzione alternativa e diversa, per favorire una maggiore tutela delle madri recluse con figli piccoli, in modo tale da evitare situazioni nelle quali i bambini piccoli si trovino in strutture per niente adatte alla loro condizione. Non dimenticate di seguire l’appuntamento quotidiano con Liberi Dentro - Eduradio su Archive e continuate a supportare il progetto della radio di chi vive il carcere per il carcere sui social di Facebook e Instagram. Pubblicato il 15 febbraio 2021