Abitualmente trascorriamo una grande parte del nostro tempo a progettare, definire, modificare, affinare quanto quotidianamente mettiamo in campo a favore dei nostri ospiti, ma il nostro grande obiettivo, forse neanche troppo inconscio, è immaginarci una società da regalare ai nostri figli senza CIE, CARA, CPA, CDA, CP…….. e senza SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati).

Sostituire gli acronimi e ciò che rappresentano tecnicamente, ma soprattutto rimuovere  l'ingiustizia sociale che concettualmente li genera, è il sogno che vorremmo continuare non solo a sognare.

Anche noi sistema SPRAR siamo parte di questa dipendenza che scompone, classifica e ricostruisce percorsi e vite che hanno avuto la sfortuna di svolgersi in luoghi e momenti sbagliati. Storie spesso piene di sofferenza, che ci vengono consegnate da donne e uomini in fuga, ed assumono, appunto, nella nostra società il valore di accesso a quei contenitori codificati, determinando il  loro essere “out” o “in”.

Solo quando saremo in grado di riconoscere la persona nella sua interezza, fatta di esperienze, di cultura , di diritti e l’avremo resa consapevole dei propri doveri, potremo non avere più bisogno di inserirla in categorie predefinite al solo scopo di centellinare risorse che dovrebbero essere disponibili per tutti.

Pur essendo parte di tutto questo, è qui in questa terra di mezzo fra passato e presente della persona, che ci collochiamo noi operatori dello SPRAR: accompagnatori su quelle strade che dovrebbero portare ad un’integrazione nella società. Consapevoli della conoscenza dei sentieri da percorrere ma con una sempre rinnovata curiosità verso le persone che sosteniamo.

E’ nella scelta di costruire percorsi sostenibili che va ricercato il fondamento della distinzione fra lo SPRAR e gli altri sistemi di accoglienza rivolti ai richiedenti protezione internazionale ed ai beneficiari della stessa.

Sono trascorsi più di venti anni da quando Bologna ha iniziato a realizzare interventi di accoglienza a favore di persone migranti; siamo passati attraverso fasi progettualmente strutturate ed altre alquanto confuse, entrambe marcate quasi sempre da un approccio generalista ed emergenziale nella ricerca delle soluzioni. Abbiamo considerato tutti i migranti appartenenti ad un unico grande percorso, spesso rifiutandoci di cogliere la specificità di ogni singola storia, negando aspettative e bisogni individuali che sono stati troppo frequentemente riassorbiti dal grande contenitore “immigrazione”. Purtroppo ancora oggi sono principalmente “immigrati”.

L'esperienza di adesione alla rete nazionale dello SPRAR ha giocato un ruolo fondamentale nella costruzione e nell'affinamento di scelte diverse; le linee guida ed i canoni del programma SPRAR ci hanno portato a considerare una prospettiva differente dominata dal principio: una persona, una storia, un progetto. Questo è stato il passaggio fondamentale da cui abbiamo derivato il concetto di inserimento sostenibile, divenuto da alcuni anni la strada maestra su cui costruire gli interventi che realizziamo all'interno del nostro progetto. Tutto ciò che viene costruito deve avere una sua sostenibilità, deve tenere conto delle potenzialità della persona ma anche dei limiti; bisogna creare/ricercare le condizioni individuali perché vengano mantenute le proprie conquiste e possano essere  implementate secondo le proprie possibilità, evitando fallimenti che andrebbero a configurarsi come ulteriori perdite nella vita della persona.

Questa è la sfida che abbiamo deciso di raccogliere. Ben piantati nella quotidianità ma con lo sguardo rivolto verso il miglioramento delle nostre azioni. 

Negli ultimi anni il welfare bolognese ha subito una serie di trasformazioni che hanno portato ad una nuova organizzazione i servizi sociali cittadini ed alla collocazione operativa del progetto territoriale SPRAR dentro il Servizio Immigrati dell'ASP Poveri Vergognosi – oggi ASP CITTA’ DI BOLOGNA, dando vita con le sue articolazioni ad un vero e proprio servizio cittadino rivolto alle protezioni internazionali. Questa prima strana articolazione, in cui l'ente locale titolare del progetto non coincide strettamente con il soggetto che operativamente ne governa lo svolgimento e lo sviluppo ha fatto sì che l'ASP – anch'essa ente pubblico -  si collocasse come gestore intermedio nella filiera tradizionale ente locale titolare/ente gestore, dando vita ad una sperimentazione peculiarmente amministrativa, ma prima di una serie che hanno caratterizzato anche il lavoro progettuale delle organizzazioni coinvolte: ASP, Comune, Associazione MondoDonna e Consorzio Arcolaio.

Fondamentale in questo percorso di progressive sperimentazioni è stato il tenere sempre presente  due concetti determinanti: vulnerabilità e resilienza. La vulnerabilità, che le riflessioni avviate nella rete nazionale hanno portato oggi ad un auspicato superamento come categoria progettuale distinta, è servita a far emergere e a renderci consapevoli di una particolarità che, a prescindere dalla condizione psico-fisica soggettiva, costituisce il substrato traumatico di tutti asilanti. La resilienza, cioè la capacità di resistere a traumi senza spezzarsi, è stata invece la grande sfida nel rapporto operatore beneficiario per  l’identificazione della parte “viva” della persona su cui innestare ed innescare i processi di ripresa e ricostruzione,

E’ partendo da questi due concetti che si sono originate le scelte che hanno portato a servizi dedicati come l’accoglienza per persone vittime di violenze e torture, madri sole con figli, persone con problemi sanitari gravi ma anche le evoluzioni dello Sportello protezioni internazionali di ASP e dello sportello di orientamento al lavoro – oggi Area Orientamento e Lavoro – che ha costituito la sfida più complicata, assumendo la funzione di orientamento e supporto ad inserimenti lavorativi in quell’ottica di sostenibilità costantemente ricercata.

Oggi, in un Paese che si ostina a voler rincorrere l’evoluzione, ci troviamo ancora una volta di fronte ad un cambiamento veloce ed imponente della realtà degli asilanti che ci obbliga ad interrompere la percezione dell’estemporaneità del fenomeno e ci  pone davanti alla sua trasformazione strutturale. Solo attraverso la costanza di “un'illusione generativa” che tenga vivace la nostra attenzione e ci obblighi a sperimentare continuamente, rifiutando la semplice constatazione dell'esistente, potremo accogliere i nuovi cambiamenti  e passare dagli inserimenti sostenibili alla desiderata integrazione..

 

 “.....non ci siamo stancati di dire che bisognava nello stesso tempo agire 
e che l'organizzazione si crea nell'azione”

  Giorgio Amendola

 

 

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