Intervista a Chiara Finizio, operatrice Sportello SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati)
Il progetto territoriale di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo, gestito da ASP Città di Bologna, funziona grazie alla collaborazione tra Istituzioni e privato sociale. Chiara Finizio racconta le difficoltà e le sfide di un lungo percorso verso l'autonomia.
 
Secondo i dati EUROSTAT, nel secondo trimestre del 2013 l'Italia ha ricevuto quasi 6.000 richieste d'asilo. A farne richiesta, uomini e donne provenienti prevalentemente dal Pakistan, dalla Somalia e dall'Afghanistan, che - come ci racconta Chiara Finizio, operatrice dello sportello SPRAR gestito da ASP Città di Bologna - "scappano da povertà, persecuzioni, emarginazione, solitudine, problemi a livello psichico, mancanza di libertà: ostacoli che rendono impossibile una vita dignitosa nei loro paesi d’origine".  
 
Lo SPRAR - Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati è il progetto istituito dal Ministero dell'Interno e gestito in collaborazione con gli enti locali e le realtà del terzo settore per accogliere queste persone. A Bologna, il progetto territoriale SPRAR si inserisce all'interno del Servizio Immigrati dell'ASP e coinvolge una rete di soggetti differenti -oltre all'ASP Città di Bologna il Comune, l'Associazione MondoDonna e il Consorzio Arcolaio - che lavorano in sinergia per garantire interventi di accoglienza integrata.
"Una volta inserito nel progetto – spiega Chiara - il richiedente asilo viene accolto da un operatore che ha il compito di accompagnarlo in un percorso individualizzato verso l’autonomia. A ogni utente viene garantita l’assistenza legale per assolvere tutti gli adempimenti necessari al riconoscimento del suo status di rifugiato e, in generale, si forniscono le coordinate e gli strumenti per orientarsi tra i servizi e le opportunità che il territorio offre: come trovare un medico, ad esempio, come iscrivere i propri figli all’asilo nido oppure a chi rivolgersi per frequentare una scuola d’italiano.  
Per ogni richiedente asilo viene stilato un progetto individualizzato che include anche la possibilità di un inserimento lavorativo: “nell’ambito del progetto abbiamo a disposizione alcune risorse che ci permettono l’organizzazione di borse lavoro o tirocini formativi. A seconda della formazione che la persona aveva conseguito nel proprio paese di origine – spiega nel dettaglio Chiara - si decide se è possibile convalidare alcuni titoli, oppure, se emerge l’esigenza di sperimentarsi in un altro tipo di attività, si può stabilire di intraprendere nuovi percorsi che permettono di acquisire competenze e conoscenze in grado, nel tempo, di garantire l’autonomia della persona”. Un obiettivo difficile da raggiungere, soprattutto in un momento di crisi strutturale come quello che sta attraversando l’Italia: “il progetto SPRAR – sottolinea Chiara - non ci dà la possibilità di garantire a tutti una casa e un lavoro però permette alle persone di acquisire degli strumenti in più: una maggiore conoscenza dell’italiano (lo studio dell’italiano è un punto fondamentale), o un primo inserimento nel mondo del lavoro”.  Capita, dunque, che alcuni utenti, una volta finito il proprio percorso all’interno del progetto SPRAR, tornino a rivolgersi nuovamente allo sportello: “molte persone acquisiscono un’autonomia che però è temporanea – spiega Chiara - e spesso tornano per chiedere informazioni o per esprimere il loro disagio e la difficoltà nel trovare un lavoro stabile”. Non mancano le storie positive come quella di un uomo pakistano che, dopo essere uscito dal progetto, è stato assunto a tempo indeterminato in un albergo; da poco ha fatto richiesta di ricongiungimento familiare – moglie e figli vivono in Pakistan – e ha conquistato così tanto la fiducia del suo datore di lavoro che la moglie, una volta arrivata in Italia, lavorerà nello stesso albergo.
"Al momento - ci racconta Chiara - seguiamo circa 800 utenti (non tutti inseriti nel progetto SPRAR)"; tra questi ci sono anche donne sole con bambini: "in questi casi diamo innanzitutto molta importanza all’aspetto sanitario, ci prendiamo cura dei bambini che in molti casi non sono mai stati seguiti da un pediatra.  Lo SPRAR prevede dei posti per donne sole con bambini e per famiglie ma non è detto che tutte riescano ad accedervi. In questo caso si cerca di trovare un posto nella rete SPRAR di un'altra città e, quando questo non accade, proviamo a individuare sul territorio delle possibilità adeguate per rispondere alle loro esigenze. Cerchiamo di essere sempre in contatto con il privato sociale, che ci aiuta moltissimo nell’accoglienza e nella costruzione di percorsi di socializzazione".
 
Ciò che appare chiaro, ascoltando i particolari del lavoro quotidiano che Chiara svolge insieme ai suoi colleghi, è che chi si rivolge al loro sportello non è considerato un semplice utente ma una persona con alle spalle una storia spesso drammatica e con un futuro incerto e fragile da definire insieme: “le persone che si rivolgono a noi hanno subito traumi molto forti e, arrivati in Italia, affrontano spesso situazioni di solitudine e di emarginazione, di sospensione dei diritti.
Il nostro primo obiettivo è di vincere la loro diffidenza, di ascoltare per entrare in relazione con loro; solo una volta conquistata la loro fiducia possiamo iniziare a capire come valorizzare le loro risorse. La lingua è il primo ostacolo da superare, noi operatori parliamo varie lingue ma spesso i nostri utenti si esprimono in lingue poco diffuse e per questo possiamo contare sul supporto di mediatori culturali. A cadenza mensile abbiamo anche a disposizione uno spazio di supervisione offerto dal Centro di Salute Mentale che aiuta noi e i nostri colleghi che seguono gli utenti nelle strutture di accoglienza ad affrontare i casi più complessi.
Oltre al contatto diretto con gli utenti a Chiara e ai suoi colleghi spetta anche un intenso lavoro di back office che consiste non solo nella rielaborazione di dati e caricamento di banche dati e in una costante attività di formazione e aggiornamento ma anche nell'interazione con le realtà del privato sociale che rappresentano una rete di sostegno fondamentale per il progetto: "ci sono numerose risorse sul territorio che costantemente cerchiamo di esplorare. Un esempio è il laboratorio Abba, inventato, costruito e portato avanti dalla Cooperativa La Rupe che dà la possibilità ad alcune persone che seguiamo di svolgere lavori manuali retribuiti giorno per giorno.
"Bologna - conclude Chiara - può essere definita una città accogliente grazie all'impegno delle Istituzioni e alla presenza di un privato sociale vivo: ci sono molte associazioni disposte a sostenere queste persone, tante risorse e numerosi servizi dedicati. Per questo occorre continuare a fare rete, imparare a conoscersi partendo dal confronto tra gli stessi operatori, per evitare di frammentare gli interventi e per rispondere al meglio ai bisogni di chi si rivolge a noi". 
 
Tratto da Mosaico News - periodico di informazione dell'ASP Città di Bologna - n°1-2014 
 
 
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