Sono nata nel marzo del ‘35 in una grande famiglia di contadini. I miei genitori facevano tanti sacrifici perché oltre a me c’erano tre sorelle e un fratello e oltre a noi mio padre dovette accudire ad altri sei fratelli e quattro sorelle di cui il più piccolo aveva solo tre anni. La campagna rendeva da mangiare a sufficienza, per noi ed anche per gli operai che ci aiutavano. Il lavoro degli adulti era molto faticoso, si lavorava la terra con vanghe e zappe. Noi figli andavamo a scuola e io ho fatto fino alla 5° elementare. Ma presto arrivò il periodo della guerra e fu molto brutto. Noi piccoli raccoglievamo le patate: le più piccole le bollivamo per i maiali e le più grandi le distribuivamo ai nostri amici che erano in difficoltà per mangiare. Il clima era teso e pesante. Vivevamo continuamente in allarme per paura delle bombe ed al suono delle sirene o all’arrivo degli aerei si scappava di corsa nel rifugio, al riparo.

Finita la guerra io non andavo più a scuola e aiutavo nelle faccende di casa o in campagna. Così mi dedicavo al lavaggio dei panni e per fare il bucato si bolliva l’acqua nel paiolo sul fuoco all’aperto, poi si metteva la cenere come disinfettante e sbiancante e per risciacquare andavamo in gruppo al fiume facendola diventare un’allegra ma faticosa festa! L’inverno era caratterizzato dall’uccisione del maiale per fare da mangiare per tutti, anche per chi ci aiutava. Quando arrivava la sera ci radunavamo tutti insieme, famiglia e vicini, nella stalla, dove si stava al caldo e filavamo la canapa per fare poi con il telaio, della biancheria per la casa, quella personale o per la dote di un futuro matrimonio.

Ho conosciuto mio marito all’età di quindici anni. Ero molto giovane e mio padre non era d’accordo che ci vedessimo. Solo quando arrivai all’età di quasi diciotto anni il mio allora fidanzato è potuto entrare in casa mia per conoscere i miei familiari. A diciannove anni il mio futuro marito prese in affitto un forno e io con due mie sorelle andai ad aiutarlo. Alle cinque del mattino si faceva fuoco con le fascine di legna comperate dai contadini e poi la gente arrivava da noi col pane fatto in casa e noi lo facevamo lievitare e poi lo cuocevamo, questo fino alle cinque di sera. Allora non abitavamo vicino al nostro forno e ci spostavamo sempre in bicicletta. Mi sono sposata che avevo quasi venti anni, dopo poco ho avuto il mio primo figlio e dopo quasi due anni siamo riusciti a costruire un casa con sotto il forno per lavorare vicini e così abbiamo continuato tutti assieme: io, mio marito e i nostri figli, così, tutti uniti, per circa cinquanta anni. All’inizio la gente portava il suo pane da cuocere, poi abbiamo cominciato noi ad impastarlo, cucinarlo e venderlo. Era un lavoro molto faticoso perché non avevamo mai un giorno di riposo. Ci alzavamo molto presto al mattino finché non abbiamo ottenuto il giorno della domenica come giorno di riposo. Inoltre, prima, si faceva tutto a mano e dopo ci hanno aiutato alcuni macchinari che avevamo comprato per fare meglio il lavoro, finché il lavoro l’abbiamo passato ai nostri figli che lo stanno portando avanti ancora oggi! Per me e mio marito è stato un pensiero grande, costante e gravoso sulle nostre spalle perché avevamo preso i soldi alla banca con tre famigliari che garantivano per noi, ed è stato un pensiero finché col tempo, con l’aiuto reciproco e col duro lavoro siamo riusciti a mettere una soluzione a tutto.    

Purtroppo porto in me il dispiacere di mio marito, venuto a mancare venti giorni prima della nascita di Diana, la nostra prima pronipote. Mi dispiace che non l’abbia potuta vedere e non possa godere di quello che ha seminato negli anni, della sua forza nell’aver tramandato ai figli ed ai nipoti il lavoro di fornaio, un lavoro artigianale che sta via via scomparendo. Ma nel mio cuore, so per certo, che sarebbe stato felice di tutti noi.

 

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