La Iacmêna lo aveva iscritto alla scuola elementare, ma stava ancora riempiendo di aste e tondi i fogli del suo primo quaderno, quando lei si era accorta di essere di nuovo incinta, il sesto in arrivo in una famiglia dove già era difficile trovare da mangiare per cinque figli, nati a distanza ravvicinata nel tempo. E così Gianetto, il figlio maschio più grande, a sette anni appena compiuti aveva lasciato la scuola ed era diventato, come dal medioevo in avanti era successo in tutte le famiglie più povere, un “garzone” in casa d’altri. E loro poveri lo erano davvero e ben poco si erano allontanati da quella condizione di “miserabili” con la quale erano stati registrati  nell'archivio  della parrocchia poco dopo la metà dell’ottocento. La Iacmêna era una brava donna, attenta ai figli, e si era data da fare per trovare una buona famiglia presso cui far lavorare il figlio, una famiglia conosciuta, che non trattasse troppo male i suoi lavoranti e che li nutrisse adeguatamente.

Il cibo: anche Gianetto si era preoccupato di questo. Non aveva paura di faticare – tutti attorno a lui lo facevano - e andare a vivere fuori dalla famiglia era un’esperienza che condivideva con molti altri ragazzi conosciuti. Ma sapeva già cos’era la fame e a quella non era proprio capace di abituarsi. Così la mamma aveva preparato un piccolo fagotto di panni e lo aveva accompagnato in quella casa di campagna a qualche chilometro dal paese, con l’impegno che aiutasse nel lavoro dei campi avendone in cambio cibo e alloggio nel caldo della stalla. Si era adattato presto a vivere nella casa dei Pirsent e aveva imparato a lavorare, alzandosi prima dell’alba per guidare le bestie nei campi, pulire, compiere le svariate, rudimentali attività che il “garzonato” comportava. Bisognava essere a disposizione sempre e il suo corpo di bambino reagiva alla fatica cadendo in sonni senza sogni, profondi e insensibili a tutto ciò che non fosse il bisogno di dormire.

Era la mamma che lo andava a trovare di tanto in tanto, per verificare che tutto procedesse bene, e gli occhi si riempivano di lacrime quando lo trovava nella stalla, addormentato nella sua 'gorga', una grossa cesta di vimini, senza neppure uno strato di fieno ad attutire il contatto del corpo con i grossi nodi. Eppure Gianetto non si lamentava ed era contento di trovare in quella casa il cibo di cui aveva bisogno.

A scuola non era più tornato e aveva continuato a lavorare, diventando più forte e capace negli anni appena fuori dell’infanzia, trovando facilmente da faticare presso varie famiglie, sia pure sempre in maniera precaria, per periodi dell’anno, quando le stagioni lo permettevano e lo richiedevano. Lo Stato non lo aveva trovato per permettergli di avere un’istruzione, che pure la Legge Casati già dall’inizio dell’Unità d’Italia aveva dichiarato essere per tutti i bambini, ma si era ricordato di lui quando era stata l’ora di “coscriverlo” a 18 anni, obbligandolo all’addestramento militare. Era andato così per la prima volta fuori dal paese e la lontananza aveva accelerato un suo bisogno di impadronirsi di quella scrittura che sapeva utile strumento di miglioramento sociale. Il fratello più piccolo - che a scuola era riuscito ad andare - gli aveva allora insegnato le cose essenziali e in caserma qualche addestramento era stato fatto, in modo che al ritorno aveva portato con sé un suo piccolo bagaglio di strumenti per leggere e scrivere. A far di conto aveva comunque dovuto sbrigarsela già da tempo, sul lavoro, e si era trattato solo di tradurre in segni e numeri un sapere che gli era già venuto dall’esperienza quotidiana. La fame continuava ad accompagnarlo. Forse proprio la paura della fame si era iscritta nelle sue viscere e nel suo corpo. La voglia e il gusto del cibo, il bisogno di incamerarne il più possibile si erano registrati nel suo cervello e non si erano mai più cancellati, anche nei tempi migliori, anche quando le malattie hanno intaccato proprio quello stomaco e quelle budella che fin dall’infanzia avevano provato i tormenti dell’assenza di cibo.

Era militare e parlava nelle sue rade cartoline postali dei “grassoli” che aveva ricevuto in un pacco nell’inverno, quando la famiglia aveva ucciso il maiale e lo aveva fatto partecipe a distanza della comune disponibilità di cibo. Quando gli era stato possibile inviare una sua foto vestito da soldato (un po’ scalcinato) si era messo in posa accanto ad un cannone, ma stringendo a sé una luccicante gavetta per il cibo. Dietro, una frase per il fratello: “Vedi se ti sembra una bella marmitta: il cannone o la gavetta?”

Era tornato e, andando dai parenti per le feste, faceva a gara a chi mangiava di più, una gara che allora piaceva molto a quelli, tanti, che come lui quotidianamente avevano dovuto e dovevano ancora lottare con i brontolii dello stomaco. Si narra che ad una delle feste parentali, in occasione di una santa patrona, fosse arrivato a sette piatti di cappelletti (prima di passare all’arrosto) e che un giorno avesse continuato tranquillamente a mangiare i sottaceti che aveva trovato nella casa in cui stata lavorando, anche se dal contenitore in cui erano conservati aveva tirato fuori, con una grossa manciata di peperoni, un rospo cadutovi dentro accidentalmente.

Durante il fronte della seconda guerra mondiale aveva provveduto a seppellire in una pignatta un buon numero di braciole di maiale affogate nel grasso per sottrarle ai tedeschi e garantirle alla famiglia: mai più ritrovate, sono rimaste un ricordo raccontato puntualmente in mezzo alle storie di quegli anni. E i luoghi in cui andava a lavorare diventavano anche occasioni di apprendimento per nuove forme di alimentazione. Dopo il periodo trascorso a Napoli, ad esempio, aveva scoperto che i pomodori, che in Romagna si mangiavano solo cotti o in salsa, erano buoni anche in insalata e lui aveva insegnato a parenti ed amici a mangiarli crudi, facendoli diventare nell’estate un cibo quotidiano e un’abitudine mai più abbandonata.

Ma da quella esperienza di ragazzo garzone non gli era rimasto solo un vorace e voglioso rapporto col cibo. La scuola non gli aveva regalato sapere, ma in compenso non era riuscita a togliergli la voglia, il gusto, l’interesse di sapere e di imparare. Anche la curiosità gli è rimasta per tutta la vita, con un piacere di scoprire il nuovo, di capire cosa stava succedendo, con un sentimento di stupore soprattutto davanti alla tecnologia che cambiava il modo di vivere, agli aerei che volavano, al cinema, al mondo delle comunicazioni. Era lui che in casa, fin dall’inizio, si era ingegnato a costruire la prima radio a galena, utilizzandola per ricevere informazioni e musica dal mondo. Sì, anche musica, soprattutto quella lirica, una sua grande passione che lo aveva portato ad imparare melodie e testi e a cantare volentieri le arie che più gli piacevano. La fatica gli aveva consegnato la voglia di migliorare e allora, subito dopo il militare, aveva imparato a fare il muratore e in questo mestiere aveva rapidamente fatto carriera, la carriera che era possibile fare in quel mestiere, arrivando a guidare cantieri in varie parti d’Italia, capace non solo di mettere un mattone sull’altro, ma di fare conti, progettare, individuare le migliori

soluzioni. Ma lavorare bene non bastava: forse quell’esperienza di bambino lavoratore gli aveva insegnato anche l’esistenza dell’ingiustizia e lo aveva ben instradato a cogliere gli elementi di riscatto presenti nelle proposte socialiste e comuniste che si andavano diffondendo. A quelle si era appena avvicinato quando il fascismo era arrivato a imporre nuove soluzioni e a dividere vicini e amici, mettendo a rischio, come per tanti, assieme alla libertà di espressione, la sua stessa possibilità di lavorare. Nel caso di Gianetto, la vicinanza alle idee socialiste e comuniste si era intrecciata anche con le esperienze d’amore, dato che la famiglia della morosa era di ben altri intendimenti e non era per niente contenta di dare la propria figlia ad uno che veniva cercato e minacciato dalle bande di giovani fascisti. Era riuscito a sposarla, quella ragazza piccola di statura, facendosi accompagnare nelle visite da un suo amico muratore in odore di fascismo e nascondendo ben bene dietro al bavero del cappotto la piccola “zecca”, la spilla che avrebbe testimoniato la sua fede politica. E a qualche mediazione di sopravvivenza era dovuto arrivare anche in seguito, iscrivendo la figlia tra le giovani fasciste e mandandola a scuola sempre con il berretto nero, comportamenti che tuttavia non gli avevano evitato difficoltà e fughe precipitose.

Subito dopo la guerra l’adesione al partito comunista aveva potuto diventare esplicita e trasparente, sorretta dalla formazione che le sezioni garantivano e dalla lettura quotidiana dell’Unità (era stato uno dei primi abbonati in paese, sempre lui che a scuola non era andato), rafforzata dalla violenta scomunica che Papa Pacelli aveva pronunciato nei confronti di chi fosse iscritto o votasse per quel partito. Una scomunica dura, che aveva segnato tutta la famiglia, che pure aveva visto al suo interno la nonna Lucia, molto devota, mettere tutta la casa sotto la protezione di una Madonna nera, troneggiante in una nicchia in cucina, e il padre Eugenio iscritto alla Confraternita di sant’Antonio. Fu in quell’occasione che la Iacmêna affermò che, se la Chiesa non voleva i suoi figli, neppure lei ci sarebbe andata e ci sono voluti anni e lutti a riappacificarla.

Sempre in quel dopoguerra di nuova liberazione, Gianetto aveva coniugato il desiderio di giustizia sociale con i sentimenti della solidarietà e della socialità condivisa per il bene comune, collaborando allo sviluppo della locale cooperativa di muratori, partecipando alla costruzione di quella casa del popolo che sarebbe stata fino alla fine veramente una seconda casa, luogo di formazione, di discussione, di gioco.

Il gioco. Forse anche questo aveva un legame con la sua esperienza di bambino lavoratore, che ben poco tempo aveva potuto dedicare a questa attività.

Gianetto aveva una particolare passione per i bambini, amava stare con loro, amava vederli sorridere e, proprio, gli piaceva giocare con loro. Tutti i bambini, non solo quelli della famiglia, tanto che era diventato “il dado”, inconfondibile e unanimemente riconosciuto come tale. Quando tornava da Napoli in corriera aveva sempre pacchetti di caramelle che distribuiva a tutti i bambini che abitavano nella strada, proprio a tutti in maniera indifferenziata, nonostante il disappunto, in realtà confessato solo molto più tardi, della figlia che avrebbe voluto essere la prima ad averle.

Gli piaceva insegnare i giochi di una volta via via ai bambini che nascevano, ma anche solo scherzare e chiacchierare. Gli piaceva portarli in giro in bicicletta e gli anni e i nipoti gli hanno permesso di godere di interi periodi di vacanza fatti di puro gioco.

Avevo quattro anni quando il dado, - mio zio, il fratello maggiore di mio padre - si è travestito per me da Babbo Natale e mi ha portato i doni. Ben più di mio padre e di mia madre si è fermato a giocare con me, mescolando il gioco agli apprendimenti, regalandomi giocattoli inusuali per una bambina di quei tempi. Una volta mi ha portato una piccola cazzuola da muratore e mi ha fatto giocare impastando la malta. Ha cercato anche, inutilmente, di insegnarmi a cantare pezzi di lirica e a distinguere baritoni, soprani, tenori. Quando a sei anni sono andata con i miei a vivere in una casa separata, ha preso a venirmi a trovare ogni sera, giocando con me a dama o a carte. Un’abitudine che è andata tanto avanti negli anni che già ero iscritta all’università e ancora, quando tornavo a casa nel fine settimana, veniva a fare almeno una partita con me. Giochi in comune che sono transitati solo pochi anni dopo in momenti giocosi con mia figlia Francesca, l’ultima bambina che ha affettuosamente coccolato, gioioso e sorridente, con gli occhi spalancati, come sempre quando stava con un piccolo. Quando tornava piccolo.

 

 

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