"Una storia di classe. Liliana che desiderava il primo banco" del Centro sociale L'Airone

 

 Sono nata a Bologna nel 1927 ed ho abitato per molto tempo in zona Andrea Costa, dove frequentai le scuole elementari Ernesto Masi, di viale Vicini. La mia maestra, la Signora Rosa, ci insegnava con slancio i valori fascisti, un po' per obbligo, un po' perché forse davvero ci credeva.

A quell'epoca c'era grande rispetto per l'insegnante. In classe, quando non si scriveva, si stava ben diritte, con le braccia dietro la schiena, per parlare occorreva prima aver alzato la mano ed aver ottenuto il permesso.

I banchi più prestigiosi erano quelli della prima fila, i più vicini alla cattedra. Le compagne che li occupavano non erano necessariamente le migliori in termini di profitto, ma avevano altre “qualità”; nella mia classe in prima fila c'era la figlia di un gioielliere, la figlia di un ottico e la sorella (o cugina) di quello che sarebbe poi diventato un famoso chirurgo bolognese. Chi sedeva nel primo banco aveva privilegi: per es. ricordo che dopo l'intervallo non era più permesso andare in bagno, ma le alunne della prima fila facevano un cenno con la mano e potevano andare. Se c'era il dettato, la maestra lo sospendeva finché non erano rientrate. Durante una rievocazione della Marcia su Roma, una mia compagna alzò la mano e disse che anche suo padre vi aveva partecipato. Anche lei ebbe poi l'onore del primo banco.

Io non lo ebbi mai, benché lo abbia fortemente desiderato. Come tutte le bambine della scuola, ero una “piccola italiana” della 42° legione. Andavo ai raduni con la mia divisa, gonna nera a pieghe, blusa di piquet bianco, entrambe cucite dalle mie cugine sarte. Il problema sorse con la mantella di panno, da acquistare in un negozio di via indipendenza, che si era sempre chiamato OLD ENGLAND, ma che venne poi ribattezzato NUOVA ITALIA.

Per l'acquisto della mantella, molto costosa, mia madre dovette chiedere soldi a prestito ai parenti di mio padre. La mantella venne poi rivenduta alla fine della 5a elementare, quando non serviva più.

Con grande dispiacere della maestra e mio, non potei proseguire gli studi. All'età in cui si va in prima media mia madre mi mandò in una sartoria da uomo ad “imparare un mestiere”, come già avevano fatto le mie cugine maggiori, entrambe sarte per vocazione. Io non avevo alcuna passione per il cucito e avrei preferito, di gran lunga,  fare la commessa, ma all'idea di vedermi con il grembiule nero, che si usava allora per le commesse, le donne di famiglia inorridivano e così dovetti adeguarmi alla volontà della maggioranza. Sono diventata camiciaia e almeno ho avuto per anni il piacere di vestire marito e figlio con camicie su misura, sempre perfette.


Joomla SEF URLs by Artio