"Il Matrimonio" del Centro sociale L'airone

 

 

Il matrimonio é stato uno dei primi argomenti trattati duranti gli incontri di “Vecchi Amici in Comune” tra una tombola ed una merenda. Le interviste hanno riguardato esclusivamente signore, dopo 1940, in prevalenza negli anni tra il 1946 e la prima metà degli anni '50. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Il matrimonio avveniva per lo più in età compresa tra i 22 e i 25 anni per la sposa e tra i 24 ed i 28 anni per lo sposo. Non mancano nel nostro piccolo gruppo alcune eccezioni. Una sposa 17enne arrivata alle nozze del tutto ignara, che credeva di dover rientrare a casa propria a dormire la sera delle nozze, un'altra 17enne, tiranneggiata per lungo tempo dalla suocera, e una sposa ultra trentenne, cittadina e più indipendente, unica a fare il viaggio di nozze con lo sposo in automobile (fino a che la stessa non venne loro rubata, insieme a tutte le valigie).

Ci si sposava prevalentemente in inverno, forse per non interferire con i lavori della campagna. Procedendo verso la fine degli anni '50 divenne tuttavia comune sposarsi anche nei mesi primaverili, Aprile in particolare, l’abito bianco si diffonderà solo verso la fine degli anni '50 e negli anni '60. Le nostre spose erano in prevalenza abbigliate con il “paletot”, il cappellino, la borsetta e, in qualche caso un “bouquet” di fiori. Il pranzo di nozze si teneva a casa della sposa, in alcuni casi si faceva festa poi anche a casa dello sposo.

Il corredo era quasi sempre ricamato, a volte anche tessuto a mano dalle future spose. Il minimo consisteva in due lenzuola da sopra, due da sotto, quattro federe e qualche asciugamano. Qualcuna aveva solo una coppia di lenzuoli, ma chi si sposò più tardi, verso la fine degli anni '50, ebbe corredi più consistenti (12 di tutto, ovvero 12 lenzuoli in totale, 12 federe ecc). C'è anche chi, sposandosi a guerra non ancora terminata, uscì dalla casa paterna con i soli vestiti che aveva addosso.

Nelle famiglie contadine era d'uso che la sposa andasse a risiedere presso la famiglia del marito, spesso in coabitazione con diverse altre coppie di sposi o con cognate e cognati ancora “single” e con la “suocera” .

I rapporti con quest'ultima erano a volte buoni, a volte cattivi o pessimi. In ogni caso della “sposa” ci si attendeva che lavorasse attivamente in casa o nei campi, senza percepire alcun compenso. Il denaro era gestito dai suoceri e ciò penalizzava le giovani coppie. Succedeva così che la sposa dovesse rivolgersi alla famiglia di origine, per acquisti importanti, se questa aveva i mezzi per aiutarla.

Una curiosità: ci è stata riferita un'usanza poco nota che le stesse spose non conoscevano: la prima notte di nozze la suocera entrava nella camera degli sposi a spegnere il lume, oppure in assenza della suocera, se non c'era più, era una cognata sposata a spegnere le candele agli sposi.

Questa usanza viene già citata nello scritto di un letterato friulano “Delle superstizioni volgari in Friuli” del 1859: Così devi evitare di spegnere il lume della prima notte di matrimonio: chi primo degli sposi lo spegne primo morirà; per questo i rustici usano che una terza persona vada a prendere la lucerna dopo che essi sono a letto.

Ci piace ricordare questa usanza che ha resistito centinaia di anni... prima di essere sconfitta dell'evento della luce elettrica.

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