"La canapa “La canva”… Lavoro duro e faticoso" del Centro sociale ricreativo culturale Il Mulino

La terra doveva essere arata in novembre e poi tra la fine di febbraio e la prima metà di marzo si effettuava la semina: i contadini spargevano i semi contenuti in un canestro, “AL PANIR”, mentre altri lavoratori li ricoprivano prima con la zappa poi con il rastrello per spianare il terreno.

Le seminatrici meccaniche stentavano  a diffondersi per i costi eccessivi tutti a carico del mezzadro che per contratto doveva possedere gli attrezzi da lavoro.

 Gemma

Una volta si coprivano i semi anche con le frasche.

 

Maria Pasqua

Una volta seminata, quando era ancora piccoletta, la si 'roncava': con il ronchetto si toglievano le erbacce cattive, così le piantine crescevano bene. Poi non si doveva più lavorare tanto; le piante diventavano così alte che non lasciavano entrare la luce e l’erba non cresceva…

 

Luciana

All’inizio d’agosto (o fine luglio a seconda della stagione) si tagliava la canapa. Una volta, prima dell’avvento della falciatrice, si tagliava a mano con un attrezzo chiamato “TRAIEN”, una sorta di falcetto con un manico lungo circa un metro.

 

Gelsa

Nel ferrarese noi lo chiamavamo “FALZINELA”, veniva legato con una corda fissata alla spalla per dare più forza e fare meno fatica. La canapa era bella dura! Nel campo rimanevano gli “SPROCC”, le radici con il pezzo di fusto tagliato, che poi raccoglievamo per bruciarli nel camino.

 

Maria Pasqua

La canapa tagliata veniva messa per terra in un modo particolare, a “GRIZA”: si disponevano le bracciate di canapa a lisca di pesce, per far sì che si asciugasse meglio, che non toccassero terra. Dopo tre o quattro giorni, quando la pianta era seccata, si sbatteva, sempre nelle ore più calde, per fare sì che la foglia si staccasse meglio. Che caldo! Poi veniva messo in piedi, una prima volta a forma di “PRILLA” (una sorta di capanna indiana) e quando era ben secca si appoggiava su un “BANCALE” e andava divisa in “MANELLE” a seconda della lunghezza; più le piante erano altre e più avevano valore. Questa operazione si chiamava “TIRER LA CANVA”… Rimanevano per ultimi i “PATOZZ”, i pezzi di canapa più corti, gli scarti che venivano legati e portati al macero. Da questa canapa più scadente si otteneva la stoppa. Le “MANELLE” venivano raccolte in fasci e poi la canapa veniva “SVETTATA”, si tagliava la cima.

 

Ida

Per fare un fascio servivano dodici “MANELLE”, messe una in un verso e una nell’altro. I fasci poi venivano legati fra loro per formare i “PUSTON” (sorta di zattere) che venivano messi nell’acqua del macero e affondati grazie al peso di grandi sassi.

 

Maria Pasqua

Per mettere i sassi eravamo sempre almeno in sei o sette e ce li passavamo uno a uno, ci si rovinava le mani! E spesso in mezzo ai sassi si trovavano delle bisce! Mia sorella non aveva paura, le prendeva e faceva degli scherzi a chi aveva paura.

 

Renata

Chi non era esperto “BECCAVA”, prendeva su i sassi dal mucchio per allungarli agli altri perché metterli sul “POSTONE” non era facile, andavano disposti in modo da mantenere l’equilibrio.

La canapa veniva lasciata immersa a macerare 7 o 8 giorni. Veniva controllata più volte e poi, quando era pronta, si toglievano i sassi, si legavano i “PUSTON” e si procedeva alla lavatura delle “MANELLE”…

 

Maria Pasqua

Era brutto mettere i sassi ma era brutto anche quando li tiravamo via, era un lavoro pesante! Io stavo sempre in fondo al macero…

Ma la cosa bella che mi ricordo è che mia madre, quando lavavamo la canapa, faceva dei grandi gnocchi fritti! E ancora mi ricordo con che piacere mangiavo lo “gnocco”. A volte, se il lavoro non era finito, io mangiavo là in fondo al macero…

 

Ida

Anch’io mi ricordo che al macero la “ZDOURA” ci portava una colazione molto ricca; una grande paniera piena di pane e prosciutto, melone e tante buone cose che alleggerivano la fatica.

Una volta lavata la canapa veniva riportata a riva e con il carro, simile ad una slitta “ALZIN”, guidato dai buoi, veniva portata nei campi o nell’aia ad asciugare, stesa a ventaglio, formando di nuovo le “PRILLE”.

 

Maria Pasqua

Quando avevi finito di stenderla, se arrivava il vento si rovesciava tutto… e bisognava ricominciare da capo!

Anche le piante di canapa tenute per la semente (i “CANVAZZ”) venivano tagliate; una volta essiccate si tenevano i semi e poi venivano fatte macerare come il resto della canapa…

 

Maria Pasqua

Noi non vedevamo l’ora di tirare i “CANVAZZ”. Quando anche i CANVAZZ” erano fatti, allora una sera a casa da uno, una sera a casa dell’altro si mangiava, si beveva e si faceva festa… e si ballava!

 

Gelsa

Mi ricordo che da bambina giocavo a fare finta di andare in bicicletta a cavallo di un “CANVAZZ”.

Ora la canapa era bianca e una volta ben asciutta era pronta per essere separata dalla parte legnosa “STEC”…

Questa lavorazione un tempo la si faceva a mano con un attrezzo detto gramola, o in dialetto “GRAMET”… All’inizio del secolo scorso, per risparmiare sulla manodopera vennero messe a punto delle macchine a vapore che facevano andare un macchinario per la gramolatura, c’erano macchine di terzisti che andavano a fare i lavori dai piccoli proprietari… o si continuava a fare il lavoro a mano! I contadini dopo la gramolatura, raccoglievano la canapa in “MAZZOLE” e le portavano al Consorzio. Buona parte del prodotto veniva portato all’estero e usato per le vele e soprattutto per il cordame delle navi, per i grandi velieri.

A Bentivoglio la canapa si è coltivata fino alla fine degli anni 50. una parte rimaneva in Italia e veniva lavorata nei canapifici. Una piccola parte veniva trattenuta dalla famiglia contadina per i propri bisogni. La canapa che la famiglia tratteneva veniva prima pettinata dal “GARZULER”, che pettinava la canapa con un attrezzo chiamato “GRAFI”: una sorta di pettine di metallo. Il filo pulito e pettinato veniva raccolto in matasse che poi venivano filate. Le ragazze filavano nelle stalle durante l’inverno; questo era un momento di incontro. Mentre le ragazze filavano, i ragazzi “facevano loro il FILO”, da qui l’espressione “FILAREN”, non solo per gli attrezzi che venivano usati, ma per chi amoreggiava e faceva la corte…

 

Norma

A volte i ragazzi con un fiammifero bruciavano il filo, così si spezzava, le ragazze non filavano più e avevano tempo per loro, ma quando se ne accorgevano i genitori erano guai…

 

Ida

Nella stalla, quando una ragazza filava, di fianco c’era il suo filarino.

 

Gemma

Per me era diverso! Non eravamo braccianti, non avevamo la stalla, filavamo in casa. Eravamo in tante famiglie e ci ritrovavamo in una stalla o nell’altra a filare insieme. Intanto ci raccontavamo le nostre cose. Mia madre diceva: “BEDA LE’ CON CAL MAN”.

 

Luciana

“SOTTA LA LOZA” (nell’ingresso) veniva fatto l’ordito, doveva essere di dieci metri e mezzo… serviva una “LOZA” bella lunga! Si facevano i teli per un lenzuolo; per ogni lenzuolo servivano tre teli da tre metri e mezzo. Il telo lungo veniva diviso in tre, venivano cuciti insieme nella larghezza. Anche cucirli insieme era dura… e ora ho tante lenzuola, ne avrò sedici, che non ho più usato.

Ida

Io li uso ancora adesso per coprire i materassi, anche se faccio una gran fatica quando devo lavarli e stenderli perché la tela di canapa è molto più pesante della tela di cotone.

 

Luciana

Mia madre ha fatto una fatica da matti. Eravamo tre sorelle e per tutte tre ha fatto la dote che comprendeva quattordici lenzuola, le federe, gli asciugamani col pizzo, quelli con le frange e le pezzuole… Poi ricamati con le iniziali… quanto si lavorava!

 

Gemma

Anche la stoppa si filava; veniva un filo più grossolano che si usava per la tela, per i lenzuoli da sotto (che grattavano non poco!) e poi se ne rimaneva un pezzetto si facevano gli asciugamani, gli strofinacci per i piatti e quando si consumava si usava come straccio per pulire. Non c’era mica lo SCOTTEX!

 

Anna

I pezzi piccolini si utilizzavano per i pannolini “I PISON” per i bambini… ed era meglio dei pannolini di adesso, assorbivano molto e lasciavano respirare la pelle!

 

Luciana

Prima della tessitura, il filo veniva passato con la farina di granoturco, per renderlo più scivoloso, più facile da tessere. I telai erano molto belli e anche molto complessi… c’erano veramente dei bravi falegnami! A quei tempi c’erano pochi soldi, ma molto ingegno.

 

Pasqua

Quando si faceva la tela, noi contadini, una volta finita, prima di usarla, la si stendeva in cortile per farla imbiancare, farle prendere la rugiada e il sole!

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