Diverse settimane fa avevamo introdotto la figura dell’operatore Cefal, ovvero  chi nel carcere della Dozza si occupa  dei detenuti, cercando di aiutarli e sostenerli per un corretto reinserimento in società.
 
Questo obiettivo si può raggiungere mediante un percorso di inclusione lavorativa che avevamo solo accennato nel precedente articolo, ma che non avevamo approfondito nello specifico.
Ci preme ora andare più in profondità rispetto all'inclusione lavorativa in carcere, analizzando i settori più appetibili per le persone detenute e scoprendo, inoltre, come ciò può essere di grande aiuto per la comunità bolognese.
 
 
Il target di persone che ottiene maggiori risultati
 
I percorsi di inclusione lavorativa in carcere non sono a disposizione di ciascun detenuto, è bene specificarlo fin dall’inizio. Dentro le mura della Dozza, infatti, ci sono circa 700 detenuti e sarebbe praticamente impossibile riuscire a garantire un impiego per ciascuno di loro.
 
I percorsi, dunque, sono a numero chiuso e quando si apre  una possibilità d'inserimento all’interno di un percorso, basato su formazione in aula e 3 mesi di tirocinio, gli operatori Cefal chiedono sempre la disponibilità a più persone, individuando quelle maggiormente interessate e compatibili con i percorsi disponibili.
 
In generale è stato constatato che le persone anziane sono quelle più difficili da collocare e da inserire all’interno di tali progetti ,a differenza invece della fascia di adulti che va dai 30 ai 40 anni.
 
Le persone di questa fascia d’età, mediamente,sono quelle più motivate e più propense a svolgere invece percorsi di inclusione lavorativa . Si trovano infatti in una fase della loro vita particolare, durante la quale hanno capito l’approccio corretto utile  per potersi riabilitare all’interno non solo delle mura del carcere, ma anche al di fuori, quando rientreranno a contatto con la comunità bolognese.
 
Da non sottovalutare anchel’approccio delle donne all’interno del carcere. Pur essendo in netta minoranza, si rivelano sempre molto impegnate e motivate, soprattutto perché sentono la responsabilità dei figli e dei mariti a casa.
 
 
I settori più appetibili per le persone detenute
 
Quando si scelgono i settori più appetibili e le attività di maggior interesse per i detenuti, si tiene ovviamente conto delle loro passioni e delle esperienze pregresse che hanno accumulato negli anni.
 
In linea di massima, i settori che vanno per la maggiore tra i programmi di inclusione lavorativa per le persone detenute sono nell’ambito della ristorazione, quello del videomaking, della sartoria e del giardinaggio.
 
Un altro ambito che spesso viene proposto ma che non prevede un inserimento altrettanto facile da parte dei reclusi è quello dellepulizie. Quest’ultimo infatti è abbastanza difficoltoso per il tipo di lavoro che propone, dato che prevede turni complicati e un lavoro di squadra, caratteristiche  non sempre nelle corde delle persone detenute per il contesto in cui vivono.
Su tutti, i settori della ristorazione e del giardinaggio, invece, sono quelli che riscontrano il successo maggiore, nei quali l’impiego di persone detenute avviene con alta frequenza. 
Questo grazie ai corsi di formazione ad hoc, ma anche per la possibilità di trovare degli impieghi già durante il reinserimento in società. Non è raro il fatto che le persone, dopo essere state scarcerate, siano riuscite a farsi assumere in alcune aziende dello stesso settore.
 
Per le persone detenute è fondamentale quindi poter avere la possibilità di seguire questi percorsi lavorativi. Innanzitutto per attivare la propria volontà di lavorare continuativamente, ma soprattutto perché possono offrire una possibilità concreta di guadagno col passare del tempo.

Non ha alcun senso, dunque, lasciare le persone detenute abbandonate a loro stesse all’interno del carcere. Bisogna  concedere anche a loro la possibilità di trovare un'attività interessante, e magari un lavoro, come primo spiraglio per un pieno  reinserimento in società.
 
Pubblicato il 22 settembre 2020

 

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