Cosa si intende per “rieducazione”? Per anni questa parola è stata utilizzata con l’intento di prescrivere le giuste condotte, di correggere e di sancire addirittura la pericolosità sociale. 

Abbiamo analizzato il volume " Adultitàfragili, fine pena e percorsi inclusivi " a cura di Luca Decembrotto,  Professore a contratto e Assegnista di ricerca del Dipartimento di Scienze Dell'Educazione "Giovanni Maria Bertin".

Oggi, però, l’Ordinamento Penitenziario immagina un trattamento rieducativo strutturato in maniera differente, ovvero che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale dei condannati

Il tutto tramite un trattamento pedagogico-risocializzante che si pone obiettivi ben precisi e delineati. Analizziamoli insieme in questo articolo.

Legislazione penitenziaria italiana: come si è evoluta negli anni

Un primo tassello che va menzionato per inquadrare la situazione riguarda ciò che cita la Costituzione italiana, ovvero che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. 

Un concetto sacrosanto, che sta alla base dei diritti dei reclusi, ma che, nonostante tutto,  non è stato sempre messo in pratica fin da subito.

Basti pensare che fino al 1975 la legislazione penitenziaria italiana è rimasta quella del regime fascista, ovvero il regolamento Rocco del 1931. Esso sanciva infatti la rigida separazione tra il mondo carcerario e la realtà esterna, prevedendo l’isolamento dei detenuti all’interno degli istituti penitenziari. 

É dal 1960 che iniziano i primi tentativi di riforma del sistema penitenziario italiano, anche se questi ultimi dovranno attendere 15 anni, ovvero il 1975, per essere attuati all’interno del nuovo Ordinamento penitenziario (in vigore da 45 anni). 

 

Rieducazione in carcere oggi: quali sono gli obiettivi da perseguire

Nel corso degli anni è dunque cambiato il modello di riferimento, passando da rieducazione etica a vera e propria rieducazione sociale

Si é cominciato a dare maggior importanza agli strumenti formativi presenti nell’impostazione rieducativa, con l’obiettivo di valorizzare il processo di ritorno alla vita sociale libera e alla comunità.

Infatti oggi, l’azione educativa in carcere serve a promuovere un cambiamento: non coercitivo, non correttivo, ma di opportunità

Ci sono numerose condizioni che pregiudicano ogni progettualità socialmente strutturata e inducono le persone più vulnerabili a tornare in situazioni già conosciute (o paradossalmente apprese in carcere) di micro criminalità. Tra queste le più frequenti sono le seguenti:

- Uscire dal carcere e non sapere se si potranno continuare le cure mediche non emergenziali

- Non avere reti sociali di riferimento sul territorio

- Vivere una condizione di deprivazione abitativa, fino a rischiare la vita in strada

- Non poter contare su un reddito

- Non avere possibilità di un accesso dignitoso al mondo del lavoro

- Interrompere un ciclo scolastico

 

Progettualità inclusiva oltre la detenzione

Per strutturare un percorso di inserimento sociale a favore delle persone recluse è dunque fondamentale rimuovere innanzitutto le cause sociali, culturali ed economiche che contribuiscono a generare queste situazioni.

Un’ottima soluzione può essere, ad esempio, quella di affrontare, per quanto possibile, anche le componenti biologiche, psicologiche e relazionali personali che costituiscono i principali fattori di rischio. 

La direzione è quella di creare le condizioni per poter individuare e sviluppare con la persona un progetto di vita che tenga conto sia dei diversi contesti in cui questa si trova o si troverà in futuro a vivere, ma anche delle richieste che la persona pone e porrà ai/nei diversi contesti (lavorativo, familiare, sociale ecc.).

Il fine ultimo di un recluso, perciò, sarà quello di aumentare la consapevolezza di se stesso e il potere decisionale personale, collettivo e comunitario, rafforzando i processi decisionali e quindi anche la partecipazione sociale come pratica di libertà e di riconoscimento reciproco. 

Gli enti locali, tra cui il Comune di Bolognae ASP Bologna, hanno un ruolo determinante negli esiti di tali orientamenti, proprio per assicurarsi che i progetti di inclusione lavorativa e sociale possano portare a dei miglioramenti concreti nella vita delle persone recluse alla Dozza.

Nelle prossime settimane continueremo a raccontare iniziative e attività in merito a queste tematiche, per cui non perdere i nuovi sviluppi e gli ultimi aggiornamenti!

 

Pubblicato il 29 settembre 2020

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