L’uscita dal carcere da parte delle ormai ex persone detenute non sempre corrisponde ad un reinserimento all’interno della società. Capitano a volte situazioni per le quali ci siano nuovi problemi con la legge e ricadute, con il conseguente ritorno nelle carceri. Questo fenomeno è chiamato recidiva e in Italia il tasso di recidiva degli ex detenuti si aggira intorno al 70%, il che significa che più di 2 persone su 3, una volta uscite dal carcere, commettono ulteriori crimini e devono scontare un’altra pena in carcere.

 

Abbiamo voluto così parlare di questo argomento insieme a Claudia Clementi, direttrice della Casa Circondariale di Bologna, proprio per chiederle un parere in merito alla situazione nazionale degli ex detenuti. In particolare, soffermandoci sugli interventi fondamentali che si possono applicare per contenere i rischi di recidiva, non solo sul territorio bolognese, ma su tutto il panorama italiano.

 

 

 

 

Il carcere come momento di riflessione della propria vita

 

Prima di addentrarci all’interno delle misure da adottare per contenere il rischio di recidiva, è importante soffermarsi un attimo sul ruolo del carcere per le persone detenute. Claudia Clementi a questo proposito afferma come il carcere debba essere percepito dai reclusi non semplicemente come una pena detentiva, ma come un momento di riflessione della propria vita.

 

Seppur in un contesto altamente complesso quale quello del carcere, la persona reclusa si ritrova decisamente in contatto con se stessa, avendo la possibilità di usufruire del supporto di professionisti, volontari, insegnanti ecc.., in un processo di possibile empowerment pensando al momento della scarcerazione. 

 

Come contenere la recidiva negli ex detenuti: alcuni interventi da attuare

 

Il problema di fondo delle persone ex detenute che escono dal carcere è semplice: hanno difficoltà a trovare una sistemazione e un lavoro spesso a causa del background di provenienza, così come per la fedina penale compromessa. Di conseguenza, il rischio di commettere nuovamente dei reati per poter sopravvivere nella società è alto, proprio per poter provvedere alla propria sussistenza.

 

Per questo motivo, secondo Clementi, è fondamentale intercettare i bisogni primari delle persone detenute quando ancora stanno scontando la pena, in modo tale da garantire un rientro in società con alcune basi solide dalle quali poter ripartire.

 

Sono dunque necessari diversi interventi che vanno attuati in prossimità delle dimissioni dall’istituto penale della persona detenuta. Uno di questi si basa sul fornire l’opportunità alle persone recluse di svolgere dei periodi di tirocinio in aziende convenzionate con il carcere, per poi puntare ad una futura assunzione al termine della pena.

Un altro intervento di grande utilità è anche quello fornito dal “Progetto dimittendi” fornito dal Servizio Sociale Bassa Soglia (SBS), che consiste nell’individuare i dimittendi con maggiori difficoltà per intercettare i loro bisogni e aiutarli per tempo ad inserirsi nuovamente in società al momento del fine pena.

 

La recidiva in sostanza si può contenere creando tutti i supporti e le condizioni materiali  e psicologiche affinché le persone detenute, una volta libere, abbiano la possibilità di effettuare scelte di vita diverse da quelle che le hanno portate a scontare la pena in carcere. 

 

Ciò che spesso non viene compreso, conclude Clementi, è che la gestione della pena detentiva e di quello che ne consegue non è di competenza esclusiva dell’amministrazione penitenziaria, ma di una molteplice varietà di enti e figure istituzionali, oltre che della comunità esterna. Solo con una notevole sinergia tra le parti e una discreta lungimiranza si può davvero pensare di contenere il fenomeno della recidiva in termini non solo locali, ma a livello nazionale.

L’intera comunità sociale deve assumersi la responsabilità del reinserimento perché solo così si può realmente raggiungere l’obiettivo comune. 

 

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