Contrasto grave emarginazione adulta


Per l’anno 2020/2021 il Piano Freddo come sempre è stato organizzato da Asp Città di Bologna, per conto del Comune di Bologna e gestito dalle cooperative sociali del consorzio L’Arcolaio. Ha previsto nel concreto, dal 1 dicembre al 31 marzo, l’accoglienza notturna delle persone fragili che vivono in strada, sfruttando l’incremento dei posti letto nelle strutture già esistenti e l’apertura di strutture ex-novo per garantire il necessario distanziamento fisico previsto dai vari DPCM. Quest’anno, in particolare, il Piano Freddo è stato realizzato anche grazie al finanziamento del Fondo Lire U.N.R.R.A. del Ministero dell’Interno, classificandosi 4° nella graduatoria dei 15 progetti approvati dall’Avviso Pubblico, in ambito nazionale. Vogliamo ora delineare una panoramica dei risultati che sono stati ottenuti in questi mesi, soffermandoci inoltre sugli obiettivi futuri, con uno sguardo in particolare ai Servizi che continuano a garantire accoglienza alle persone senza dimora. Che cosa è stato il Piano Freddo 2020-2021 Durante il Piano Freddo è rimasta attiva la mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. document.getElementById('cloak4b79197d7e7c96c1141e77dff1f9e77c').innerHTML = ''; var prefix = 'ma' + 'il' + 'to'; var path = 'hr' + 'ef' + '='; var addy4b79197d7e7c96c1141e77dff1f9e77c = 'instrada' + '@'; addy4b79197d7e7c96c1141e77dff1f9e77c = addy4b79197d7e7c96c1141e77dff1f9e77c + 'piazzagrande' + '.' + 'it'; var addy_text4b79197d7e7c96c1141e77dff1f9e77c = 'instrada' + '@' + 'piazzagrande' + '.' + 'it';document.getElementById('cloak4b79197d7e7c96c1141e77dff1f9e77c').innerHTML += ''+addy_text4b79197d7e7c96c1141e77dff1f9e77c+''; , gestita dagli operatori di Città Prossima - Help Center. L’e-mail, attiva durante tutto l’anno, di cui vi avevamo già parlato in precedenti articoli, è lo strumento messo a disposizione dei cittadini per segnalare ai Servizi le persone che vedono in strada con l’obiettivo di fornire loro assistenza. Sulla base delle segnalazioni, gli operatori di Help Center si sono recati in loco per intercettare la persona e, in base alla valutazione effettuata, hanno assegnato il posto letto fornendo tutte le indicazioni utili ad individuare la struttura prescelta. Questa modalità ha consentito agli operatori di mantenere un confronto stretto e costante con la cittadinanza, di monitorare la città in maniera diffusa e di venire a conoscenza di situazioni di fragilità non ancora note ai servizi. Ecco nel dettaglio quali sono state le strutture utilizzate durante il Piano Freddo, con i rispettivi posti letto: - Villa Serena, via della Barca 1 - 25 POSTI - Sottocoperta, via del Lazzaretto, 15 - 30 POSTI - Beltrame Piano Freddo, via Don Paolo Serra Zanetti, 2 -20 POSTI - VIS, via Dino Campana, 3 - 30 POSTI - Casa Willy, via Pallavicini 12 - 50 POSTI - Fantoni, via Fantoni, 15 - 23 POSTI Come ogni anno, un grande impegno è provenuto da alcune parrocchie della città che hanno gentilmente ospitato in tutto 15 persone. Le parrocchie sono state le seguenti: - S. Bartolomeo Beverara - Santa Rita - S. Girolamo dell’Arcoveggio - S.Donnino - Sant’Egidio Nel complesso, dunque, il Piano Freddo 2020-2021 ha accolto, nell’arco dei 4 mesi, 315 persone, di cui: - 39 donne - 276 uomini - 82 italiani - 233 stranieri - 11 persone over 65 - 245 persone 64-31 anni - 59 persone 30-18 anni Dopo il Piano Freddo: quali sono i servizi che garantiscono accoglienza Dal 31 marzo l’accoglienza non è certo terminata e l’attività dei servizi di Contrasto alla grave Emarginazione Adulta non si ferma, tutt’altro. A partire dal 1° aprile è ripartito l’assetto ordinario dei Servizi, che quest’anno prevede ulteriori 100/105 posti che si aggiungeranno ai 350 dell’accoglienza ordinaria delle persone già seguite dai servizi. Ecco nel dettaglio le strutture aperte dal 1° aprile, che garantiranno questi posti aggiuntivi: - VIS, via Dino Campana, 3: 28-30 POSTI uomo per accoglienza breve, rinnovabile - Casa Willy, via Pallavicini 12: 50 POSTI uomo e donna sia per accoglienze brevi che rinnovabili - Fantoni, via Fantoni, 15: 23 POSTI per uomini lavoratori e per accoglienze brevi, rinnovabili Questa organizzazione permette di dare dunque continuità di accoglienza alle persone accolte nel Piano Freddo valutate come più fragili dal punto di vista socio-sanitario. Inoltre, i criteri utilizzati per la valutazione della fragilità delle persone inserite in questa ulteriore accoglienza riguardano la compromissione sanitaria; i lavoratori che necessitano di un posto letto con scarsa capacità economica (contratti a chiamata, ecc.); e le persone con percorso in essere con servizio. Come concordato in task force covid vulnerabili presieduta dall’AUSL di Bologna, sono organizzati i tamponi rapidi alle persone in ingresso dal 1 Aprile che si sono sottoposti in tempo utile al cambio struttura. Infine, verrà comunque mantenuta la collaborazione con Sanità Pubblica anche nei mesi a seguire, per permettere a tutte le persone in ingresso nelle strutture di eseguire tampone rapido nella sede del punto di effettuazione presso via Boldrini la mattina successiva all’ingresso. Nelle prossime settimane continueremo a parlarvi del Post Piano Freddo, con ulteriori novità in materia di Grave Emarginazione Adulta. Non perdetevi gli aggiornamenti attraverso articoli e post sui social! Pubblicato martedì 6 aprile 2021

Qualche settimana fa abbiamo parlato del progetto pilota Canile Rifugio, un servizio di ASP gestito da Open Group per il Consorzio L'Arcolaio accennando alla sua storia e agli obiettivi che si pone nei confronti delle persone senza dimora che possiedono un cane. Oggi entriamo più nello specifico del progetto, per capire nel concreto come funziona questo spazio di accoglienza pensato appositamente per chi ha un cane e non si trova in un contesto abitativo stabile. Ne abbiamo parlato con Mirco Tesini, coordinatore e supervisore del progetto, che ci ha illustrato in maniera esaustiva il progetto in questione a 360°. Chi sono le persone che usufruiscono del Canile Rifugio e come possono chiedere assistenza Il progetto del Canile Rifugio è nato a ottobre 2020 ed è stato proprio pensato per aiutare a dare accoglienza ai cani delle persone senza dimora. Queste ultime sono infatti tutte persone che vengono da contesti di vita non semplici e che hanno un passato (e spesso un presente) fatto di vita di strada. Le persone che utilizzano questo servizio sono quasi tutti uomini tra i 30 e i 50 anni, sia italiani che stranieri e che vengono a conoscenza del Canile Rifugio tramite i vari servizi sociali con cui hanno relazione giornalmente. Anche se non mancano i cittadini con dimora che usufruiscono di tre cucce messe a disposizione dal Canile per lasciare il proprio migliore amico nei momenti in cui devono assentarsi. Solitamente la prassi per richiedere accoglienza per il proprio cane è molto semplice. Le persone senza dimora che necessitano di questo servizio si rivolgono all’Unità di Strada e all’Help Center per fare esplicitamente domanda. Da quel momento il Canile Rifugio viene contattato e si impegna per garantire assistenza alla persona in questione e al suo cane, con grande cura. Norme da seguire all’interno del Canile Rifugio Una volta che si prendono accordi con il Canile Rifugio ci sono alcune regole che vanno seguite e rispettate per il corretto comportamento all’interno della struttura e variano a seconda della tipologia di persona che fa richiesta. Nello specifico: I cittadini senza dimora che vivono all’interno della struttura limitrofa al Canile Rifugio hanno libero accesso al canile e possono accedervi i in qualsiasi momento ad eccezione degli orari notturni I cittadini senza dimora che invece vivono in un'altra struttura hanno delle limitazioni di orario, ovvero devono portare il cane al Canile Rifugio entro le 9 del mattino e andarlo a ritirare entro le 19 di sera Per i cittadini con dimora le norme sono uguali a quelle di chi vive in un'altra struttura, l’unica differenza sta nella possibilità di portare il cane fino alle 22. In ogni caso le regole fondamentali da seguire sono le seguenti: tenere la cuccia del cane e le zone limitrofe sempre pulite; dare da mangiare al cane due volte al giorno; portare fuori il cane dalle 9 alle 17 se ci sono le condizioni climatiche favorevoli, altrimenti può restare nella cuccia. Ogni mese viene organizzata inoltre una riunione mensile con tutte le persone senza dimora per analizzare insieme l’andamento e il comportamento dei cani . La convivenza tra gli ospiti e i loro cani Un aspetto molto significativo del Canile Rifugio sta nel fatto che gli ospiti hanno un buon rapporto tra di loro, tanto che alcuni di essi si occupano di portare a spasso anche i cani degli altri, o di dare loro da mangiare quando è possibile. Le persone senza dimora hanno dunque instaurato un buonissimo rapporto e il tutto viene vissuto con grande serenità. Le uniche difficoltà che talvolta si sono riscontrate riguardavano i cani di una certa taglia, poiché cani molto grandi o molto muscolosi sono difficili da contenere specialmente quando tentano di saltare dalle proprie cucce e uscire dal Canile Rifugio. Ma è un piccolo problema che viene affrontato insieme come del resto tutto ciò che comporta la vita in comune. Il Canile Rifugio rappresenta uno splendido progetto di innovazione e di integrazione, non solo fra gli ospiti che ne usufruiscono, ma anche tra gli stessi cani, aspetto non banale se si considerano gli screzi che possono nascere in qualsiasi momento in un contesto di convivenza. La speranza per il futuro è quella non solo di migliorare esteticamente il canile, ma anche e soprattutto di poter coinvolgere maggiormente i cittadini del quartiere, così da avere le tre box destinate ai cani dei residenti sempre occupate. Questo è il vero sviluppo futuro del progetto ma ve ne parleremo meglio prossimamente perché ci si sta lavorando proprio in questo momento ! Non perdere i prossimi aggiornamenti di ASP Città di Bologna, con nuovi articoli ricchi di spunti interessanti riguardanti i temi più disparati della sfera sociale bolognese. Pubblicato il 22 marzo 2021

Nel cuore della Bolognina, area oramai sempre più rigenerata, si trova il Polo Albani, un complesso di più edifici poco distanti fra loro, che include quattro differenti servizi: il Servizio Mobile di Sostegno (SMS), il Servizio Bassa Soglia (SBS), Help Center e Happy Center, tutti gestiti dalla Cooperativa Piazza Grande. E’ all’interno del Polo Albani che a partire dall’anno scorso, in piena pandemia, si è deciso di sviluppare un progetto basato sul lavoro di comunità sia insieme alle persone senza dimora che con i cittadini. E'per questo che vogliamo approfondire proprio questo aspetto, soffermandoci sulle dinamiche e i vantaggi che hanno permesso la realizzazione di tale progetto. Lavoro di comunità nel Polo Albani: nascita del progetto Ciò che ha portato ad una riflessione e ha determinato la svolta decisiva per la nascita del lavoro di comunità come progetto è stata proprio l’emergenza sanitaria causata dalla pandemia del 2020. Le persone senza dimora infatti, non avendo più luoghi pubblici in cui recarsi e dove poter coltivare relazioni sociali a causa delle norme vigenti, hanno cominciato a vivere Help Center e il servizio SBS come luoghi canonici di ritrovo, pur non avendo quella funzione. Gli operatori dei servizi in questione si sono ritrovati a lavorare in un contesto di piena emergenza e di affollamenti, così hanno capito che urgeva un cambio di rotta. Da questo bisogno si è deciso nell’autunno 2020 di intraprendere un approccio di comunità che includesse tutte le persone del quartiere, senza distinzioni tra senza dimora e con. In questo senso,dunque, la vera svolta è stata quella di cambiare il modo di lavorare con le persone, portando l’ottica del Polo Albani basata sul lavoro di comunità anche al vicinato e dunque alla cittadinanza. L’inizio del progetto ha visto gli operatori organizzare riunioni di vicinato per puntare su un mirato lavoro di vera e propria mediazione tra le persone. Grazie all'aiuto di una bacheca le persone avevano la facoltà di scrivere i problemi che riscontravano all’interno del vicinato così da delineare una panoramica e capire quali linee d’azione si potevano intraprendere per risolverli. Nel concreto, l’obiettivo primario per gli operatori era dunque quello innanzitutto di presentarsi al vicinato, poi di farsi conoscere e infine di trovare le soluzioni alle problematiche emerse agendo su due livelli: quello emergenziale, che appianava i problemi nell’immediato, e sul lungo periodo con proposte che andasse a migliorare il modo di vivere all'interno del condominio L’importanza di Happy Center: il centro del Polo Albani Tra i quattro servizi elencati in precedenza che formano il Polo Albani, Happy Center è indubbiamente il punto di riferimento e fulcro del progetto basato sul lavoro di comunità. Questa struttura infatti è concepita proprio come un laboratorio di comunità aperto a tutta la cittadinanza ed è inoltre un luogo che si connette con le differenti realtà della Bolognina, tanto da diventare un luogo di ritrovo e di socialità per le persone del quartiere. All’interno di Happy Center vengono sviluppate diverse attività, tutte in sicurezza, che molto spesso non vengono solo proposte dagli operatori, ma anche dai partecipanti stessi, con l’obiettivo di scambiarsi competenze e lavorare sul gruppo, non sulle singole persone. Alcune delle attività che riscontrano più successo e partecipazione sono le seguenti: - Laboratorio di conversazione italiano-inglese - Laboratorio di pasta fresca - Laboratorio musicale - Laboratorio di restyling Il riscontro del vicinato: ecco i vantaggi del lavoro di comunità Ciò che si è rivelato davvero sorprendente è stato il fatto di vedere così tanta partecipazione da parte della gente del vicinato. Individui che non si erano mai conosciuti hanno finalmente avuto l’occasione di condividere situazioni e problemi, cercando insieme delle soluzioni per risolverli. E’ nata la possibilità di un confronto che prima non esisteva e che adesso si è rivelata una ventata di freschezza , poiché fornire l’occasione di poter discutere insieme di tematiche comuni è molto utile ai fini di una sana relazione nel vicinato Le situazioni di violenza, degrado e sporcizia sono le problematiche più ricorrenti che sono state affrontate dagli abitanti della comunità e che, attraverso un processo di integrazione e conoscenza reciproca, sono in procinto di essere appianate nel corso dei prossimi mesi, non appena termineranno gli stop imposti dalla situazione sanitaria. Infatti sono in programma alcuni interventi mirati, come ad esempio la cura delle aree verdi o la creazione di una compostiera a disposizione di tutto il Polo Albani Il progetto in sostanza mira a costruire e a creare strumenti di dialogo per garantire il senso di comunità tra le persone del vicinato. L'obiettivo finale del lavoro di comunità nel Polo Albani è quello di trovare risorse e soluzioni insieme alle persone del Polo stesso, che presuppone tempo e un discreto carico di lavoro, ma che nel lungo periodo offre specialmente due vantaggi: - La partecipazione e la presenza degli abitanti del Polo scoraggia determinate attività non lecite, come il deturpamento delle corti, delle aree verdi e atti di violenza - Grazie al coinvolgimento attivo delle persone i servizi del Polo assumono un valore sociale diverso perché vengono percepiti come opportunità non più come imposizione, creando quindi unione tra servizi e cittadini Vedere come anche in un contesto complicato a causa della pandemia le persone di un quartiere riescano a interagire tra loro e a risolvere conflitti e problematiche è a dir poco ammirevole. Siamo convinti che con il passare dei mesi il progetto legato al lavoro di comunità possa solo migliorare, trovando sempre più consensi e adesioni da parte delle persone del Polo Albani. Vi invitiamo a non perdere i prossimi articoli di ASP Città di Bologna, per restare sempre aggiornati su tutto ciò che riguarda il servizio della Grave Emarginazione Adulta. Pubblicato lunedì 15 marzo 2021

L’8 marzo è oramai diventata in tutto il mondo la data emblema per quanto riguarda la celebrazione della donna: una data che simboleggia la giornata internazionale della donna a 360 gradi, o almeno così dovrebbe essere. Ci sono donne però che troppo spesso vengono sottovalutate e lasciate ai margini della società, persino in un giorno così importante per il genere femminile: parliamo delle donne senza dimora che subiscono violenza. Ed è proprio nella giornata dell’8 marzo 2021 che a Bologna si è deciso di inaugurare un nuovo progetto pilota basato esclusivamente sulla difesa delle donne senza dimora vittime di un vero e proprio “genocidio di genere”: Shelt(H)er. Quali servizi vede coinvolti e a chi si rivolge il progetto Il progetto in questione vede coinvolte nello specifico tre entità che lo hanno reso possibile: l’Associazione MondoDonna Onlus, capofila del progetto; Società Dolce, partner operativo, e ASP Città di Bologna come soggetto coinvolto. L’auspicio di questo progetto pilota, nel tempo, è quello di riuscire a coinvolgere a livello trasversale tutti i servizi territoriali che si occupano di violenza, maltrattamenti e di donne senza dimora, coinvolgendo anche la cittadinanza attraverso interventi educativi a partire dai bambini, fino ad arrivare agli anziani. Per questo è necessario sviluppare un reale pensiero attraverso la sensibilizzazione, la formazione e l'informazione sia degli addetti ai lavori che dei cittadini Ciò che deve essere sviluppato nel tempo consiste in un programma politico e culturale nel quale va messo al centro il dialogo, il rispetto, la capacità delle donne di non subire e degli uomini di ascoltare, affinché la questione della violenza di genere trovi una reale attenzione nelle agende politiche di questa città e di questo paese Come accennato in precedenza, tale progetto si rivolge essenzialmente alle donne senza dimora che sono vittime di violenza, dove per violenza però non si intende esclusivamente quella fisica. Esistono purtroppo ben altre sfumature di violenza che non sempre sono facili da capire e denunciare, tra queste le violenze verbali, ricattatorie e psicologiche, solo per citarne alcune. Obiettivi del progetto pilota Il tema della violenza di genere è una questione che nel sistema della Grave Emarginazione Adulta era tenuto in considerazione ma non aveva ancora un focus e un’attenzione particolare. L’idea di questo progetto pilota è nata proprio dalla voglia di creare un’azione progettuale riguardo una sfera assai fragile: quella delle donne senza dimora vittime di violenza che vivono una situazione di grave rischio. Per quanto le strutture operative siano attente e funzionali, a volte esse non hanno tutti gli strumenti per cogliere le sfumature della violenza che le donne accolte subiscono.. Il problema di fondo è dunque quello di individuare nel più breve tempo possibile gli indicatori di una possibile violenza, lavorando a stretto contatto con le equipe e i servizi territoriali per capire quali donne hanno bisogno nell’immediato di un aiuto. L’obiettivo primario del progetto è quello di partire dagli ultimi, o meglio, dalle ultime, andando a scandagliare le situazioni di strada e di prossimità, poiché è proprio da queste situazioni che spesso partono e si consumano veri e propri drammi. Si cercherà dunque di sostenere le donne senza dimora vittime di violenza attraverso tre azioni: - Sviluppo di una metodologia innovativa - Sperimentazione di un modello di intervento multidisciplinare per la prevenzione ed emersione tempestiva - Presa in carico di donne vittime di violenza che si trovino in uno stato di grave vulnerabilità a causa dell’estrema deprivazione economica e sociale in cui sono costrette a vivere Le azioni progettuali messe in campo dagli attori protagonisti di Shelt(H)er Grazie alla consolidata esperienza nei rispettivi ambiti di intervento, ovvero contrasto alla violenza di genere e supporto alle vittime di violenza (MondoDonna) e contrasto alla grave emarginazione adulta (Società Dolce), si intende sperimentare un modello di intervento pluri-professionale basato sulla condivisione e rispettiva contaminazione delle competenze tecnico-professionali da parte delle équipe di operatori in capo alle due realtà partner. Nello specifico sono cinque le azioni che verranno finalizzate: - Coordinamento e monitoraggio delle azioni da parte di MondoDonna, con i preziosi contributi di Società Dolce e ASP Città di Bologna, Ente erogatore individuato dal Comune di Bologna - Realizzazione di una preliminare ricerca-azione che permetta la mappatura dei luoghi e dei servizi di accoglienza/di prossimità e l’analisi dei bisogni e delle necessità, con riferimento alle donne senza dimora che sono o sono state vittime di maltrattamenti e di qualsiasi altra forma di violenza - Formazione e aggiornamento delle competenze degli operatori pubblici e privati. L’azione porrà le basi sul precedente lavoro di reciproco scambio tra le équipe delle due realtà partner: da un lato sui temi della violenza di genere contro le donne, dall’altro sulla presa in carico di donne senza dimora, per condividere metodologie e azioni in essere per l’assistenza di donne senza dimora e di donne vittime di violenza - Sperimentazione di uno sportello mobile antiviolenza presso centri di accoglienza temporanea GEA, offrendo alle donne uno spazio di ascolto privo di giudizio in cui trovare accoglienza e comprensione da parte di operatrici formate - Realizzazione di materiale di informazione e sensibilizzazione per una capillare diffusione delle informazioni fondamentali per l’accesso ai servizi di aiuto per donne sul territorio Ci auguriamo vivamente che questo giorno possa rappresentare un punto di svolta in materia di prevenzione alla violenza contro le donne senza dimora. Non perdete dunque i prossimi articoli su ASP Città di Bologna, così da restare sempre aggiornati su questo argomento che ci sta particolarmente a cuore. Pubblicato lunedì 8 marzo 2021

Il fine principale del Servizio Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta è mettere a disposizione le risorse idonee a favorire la riabilitazione e il re-inserimento all’interno del tessuto sociale di persone senza dimora in condizione di povertà e marginalità estrema, presenti stabilmente o temporaneamente sul territorio della città di Bologna. Ogni anno si cerca sempre di migliorarsi e di porre nuovi traguardi da poter raggiungere nell’arco dei 12 mesi. In questo articolo analizzeremo i 12 macro obiettivi che ci si propone di concretizzare entro la fine del 2021. Com’è composto l’attuale impianto dei Servizi Gli interventi che compongono il Servizio Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta sono molteplici e caratterizzati da una specifica tipologia di approccio, basato sulla centralità della persona e sulla sua capacitazione. La persona, valorizzata per la sua libertà e autonomia di scelta, è considerata il centro dell’intervento educativo. L’accento posto su questi aspetti permette infatti di favorire l’assunzione di responsabilità, la fiducia e la stima di sé della persona coinvolta nella relazione di aiuto. Vediamo dunque come è composto l’attuale impianto dei servizi: 1) Servizi di prossimità, finalizzati all’intercettazione delle persone in strada, alla valutazione del bisogno e all’inserimento in percorsi di riabilitazione e reinserimento sociale 2) Servizio Sociale Bassa Soglia (SBS), servizio sociale specialistico di presa in carico dedicato a persone senza dimora, persone non residenti sul territorio di Bologna e persone con residenza fittizia 3) Servizi dedicati all’accoglienza alloggiativa, i quali si dividono in: strutture a bassa soglia di accesso, volte a garantire un periodo di sollievo dalla strada e una prima risposta ai bisogni primari; e strutture di accoglienza ordinaria, con accoglienza h12 e h24 4) Strutture Housing Led e Programma Housing First, basati sulla centralità della “casa” come diritto umano di base ed elemento fondante del percorso di riabilitazione sociale della persona 5) Laboratori di Comunità e per il reinserimento lavorativo: ovvero spazi diurni aperti alla cittadinanza con e senza dimora basati sull’approccio del welfare community 6) Servizi dell’area esecuzione penale, i quali attuano attività di coordinamento, monitoraggio e sperimentazioni di interventi volti al reinserimento sociale e lavorativo di persone detenute presso la Casa Circondariale Rocco D’Amato di Bologna, persone in misure alternativa e persone in uscita dal carcere 7) Aree Sosta, servizi per l’accoglienza e interventi educativi rivolti ai nuclei e agli adulti singoli di etnia sinta presenti all’interno delle tre aree sosta (di cui una in transizione verso due micro-aree) autorizzate del Comune di Bologna 8) Programma “Piano Freddo” del Comune di Bologna, che prevede, dal 1 dicembre al 31 marzo,l’accoglienza notturna delle persone che vivono in strada, attraverso l’incremento dei posti letto già a disposizione e l’apertura di ulteriori strutture. I 12 macro obiettivi previsti per il 2021 Vi abbiamo parlato di quali possono essere gli interventi mirati nell’area di contrasto alla Grave Emarginazione Adulta ed è arrivato il momento di vederli nel dettaglio. Ecco di seguito i 12 macro obiettivi che sono stati stilati per il 2021: 1- Integrazione tra servizi - Miglioramento e crescita di competenze finalizzate a sviluppare la missione di Servizio orientata al benessere della comunità, di cui fa parte, in sinergia con le altre agenzie del sistema di welfare locale (Azienda AUSL di Bologna, Terzo Settore, privato sociale) 2- Consolidamento della collaborazione tra i servizi alla persona di ASP Città di Bologna sui temi che riguardano l’inclusione attiva, la formazione e l’inserimento lavorativo. 3- Specializzazione - Qualificazione del Servizio affinché questo assuma sempre di più un’identità specialistica, diventando così punto di riferimento sui temi della grave marginalità ed esclusione sociale afferente al target della popolazione adulta (18-65 anni) 4- Supporto al “Servizio Sociale Bassa Soglia” ed “Help Center” e ulteriore loro qualificazione nell'accoglienza e presa in carico di cittadini di paesi terzi, attraverso le risorse provenienti dai programmi FAMI (Fondo Asilo Migrazione e Integrazione) 5- Ottimizzazione della presa in carico specialistica di persone senza dimora attraverso la valorizzazione del criterio dello stile di vita, oltre che al criterio della residenza 6- Capillarità - Propensione del servizio ad essere presente all’interno dei principali tavoli di riflessione, programmazione e coordinamento promossi dal sistema di Welfare a livello locale, regionale e nazionale 7- Integrazione socio-sanitaria - Sviluppo di strategie collaborative tra il Servizio Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta e l’Azienda AUSL di Bologna, in particolare con i Centri di Salute Mentale (CSM), il Servizio Dipendenze Patologiche (SerDP) e il Programma Integrato Dipendenze Patologiche e Assistenza alle popolazioni Vulnerabili del DSM-DP (Dipartimento Servizio Mentale- Dipendenze Patologiche) per intervenire in modo efficace a favore dei soggetti più vulnerabili che implicano una presa in carico e una gestione condivisa 8- Costruzione di un documento condiviso all’interno del sottogruppo della Conferenza Territoriale Sociale Sanitaria inerente la residenzialità per adulti vulnerabili e multiproblematici, al fine di individuare modalità operative e tipologie di accoglienza dedicate a persone adulte con patologie organiche e/o psichiatriche che presentano un livello di non autosufficienza incompatibile con la permanenza delle strutture per persone senza dimora. 9- Avvio di azione di assistenza domiciliare a favore dei soggetti più fragili attraverso il Progetto di Promozione della Salute per persone accolte nelle strutture del Servizio Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta 10- Riduzione del Danno - sviluppo di azioni rivolte alle persone senza dimora tossicodipendenti in strada basate sulla metodologia e sull’approccio tipico della Riduzione del Danno, attraverso la sempre maggior specializzazione dei servizi della rete Grave Emarginazione Adulta 11- Lavoro di Comunità - consolidamento dell’integrazione con il territorio in cui i servizi della rete Grave Emarginazione Adulta sono insediati. La cura di rapporti positivi con il vicinato e le contaminazioni con le realtà formali e informali che animano i Quartieri diminuiscono la percezione negativa che i cittadini generalmente hanno dei servizi e della popolazione senza dimora che vi gravita intorno e favorisce la nascita di collaborazioni e progettualità condivise e “miste” tra cittadini con e senza dimora 12- Comunicazione - Sviluppo di strategie comunicative innovative e appetibili, orientate a stimolare una maggior conoscenza dei servizi e un confronto proficuo intorno ad ess Continua a seguire ASP Città di Bologna per non perdere nessun aggiornamento in materia di contrasto alla Grave Emarginazione Adulta. Pubblicato lunedì 1 Marzo 2021

In materia di assistenza domiciliare ASP Città di Bologna ha iniziato il 2021 con il piede giusto, andando a sviluppare una novità importante: parliamo del “Progetto di promozione della salute nelle strutture di accoglienza della Grave Emarginazione Adulta”. Andremo ad analizzare nel dettaglio le sfumature di tale progetto, con un occhio di riguardo alla figura dell’Operatore Socio Sanitario (OSS), un ruolo delicato ma di grande rilievo nella sfera dell’assistenza domiciliare. Cosa si intende per SAD (Servizio di Assistenza Domiciliare) e a chi si rivolge Prima di addentrarci nell’analisi del progetto in questione, ci teniamo a porre l’accento sull’assistenza domiciliare, cercando di far capire in che cosa consiste esattamente. L’assistenza domiciliare è un servizio previsto dai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) ed è pensato per dare risposta ai bisogni di salute, anche complessi, delle persone fragili in generale, cioè degli individui non autosufficienti (come ad esempio anziani e disabili), ai fini della gestione della cronicità e della prevenzione della disabilità. In particolare, il bisogno di assistenza viene esaminato tramite specifici strumenti e scale di valutazione multiprofessionali e multidimensionali che consentono l’eventuale presa in carico della persona sia nelle sue necessità sanitarie che in quelle sociali. Questo avviene attraverso la definizione di un Piano Assistenziale Integrato (PAI). Il servizio di assistenza domiciliare ha lo scopo dunque di consentire alle persone anziane (con più di 65 anni) con limitazioni dell'autonomia e alle persone con meno di 65 anni valutate necessitanti da parte dei Servizi sociali, di rimanere al proprio domicilio. Il servizio assicura l'aiuto necessario per la cura e l'igiene della persona, per la cura dell'alloggio e la gestione del menage quotidiano, per l'integrazione sociale, il supporto per attività di segretariato sociale in un'ottica di mantenimento o ripristino delle capacità funzionali e della vita di relazione. Il servizio, inoltre, si pone anche l'obiettivo di assicurare supporto ai caregiver. Dentro al Progetto promosso da ASP Città di Bologna Da quanto appena detto risulta chiaro cosa significhi gestire la non autosufficienza di una persona senza dimora quando il suo domicilio è una struttura di accoglienza e non una casa. Il “Progetto di promozione della salute nelle strutture di accoglienza della Grave Emarginazione Adulta” interviene proprio in questi casi prevedendo l’accesso di personale socio-sanitario all’interno dei centri di accoglienza del Servizio di Contrasto alla Grave emarginazione adulta di ASP Città di Bologna. Il progetto nasce dall’esigenza di garantire agli ospiti delle strutture che presentano problematiche riconducibili alla non autosufficienza alcuni interventi di assistenza domiciliare, come per esempio la richiesta e la consegna del pasto ed altri interventi di tipo assistenziale previsti nel servizio in questione. Inoltre, un'altra ragione che ha contribuito alla nascita di questo progetto consiste nel fatto che, negli ultimi anni, si è registrata una maggiore accoglienza di persone non del tutto autosufficienti nello svolgimento delle azioni di vita quotidiana e, talvolta, nel controllo degli stimoli. Al momento, per la scelta delle strutture più idonee, il progetto prevede solo il Centro Beltrame-Sabatucci e il Centro Rostom perché sono le strutture in cui è presente il maggior numero di persone che presentano elevate compromissioni anche sul fronte sanitario. L’ambizione, però, è quella di estendere il progetto a tutte le strutture della rete, sulla base del fabbisogno. L’importanza dell’OSS (Operatore Socio Sanitario) in questo progetto La gestione di persone con tali difficoltà e fragilità all’interno dei centri di accoglienza della rete GEA stava diventando estremamente complessa da gestire da parte del personale impiegato in tali strutture, in quanto di formazione esclusivamente sociale e non sanitaria. Si è pertanto costruito questo progetto con la partecipazione e la presenza dell’OSS tutti i giorni della settimana su entrambe le strutture per un certo numero di ore. Durante queste ore di presenza sono così calendarizzati una serie di interventi (prevalentemente doccia, igiene, pulizia stanza e lavatrici) a favore degli ospiti che ne hanno necessità. Nello specifico, abbiamo notato quello che ci eravamo immaginati: cioè che una presenza costante e continuativa ha permesso l’avvicinarsi di persone che fino ad oggi non accettavano alcun tipo di supporto. Il fatto di abituarsi a vedere gli stessi OSS quotidianamente, infatti, ha portato delle aperture da parte di alcuni ospiti ed un loro avvicinamento ad alcuni interventi che, naturalmente, hanno un certo grado di invasione dell’area personale (pensiamo ad esempio ad un supporto durante la doccia). Altro effetto indiretto molto positivo è che si sono ridotti i conflitti interni che nascevano proprio per motivi legati all’igiene, agli odori, alla cura degli spazi e del sé. Nei prossimi articoli continueremo ad affrontare il discorso legato all’assistenza domiciliare, per cui non perdete tutti i successivi sviluppi in merito a questa delicata tematica. Pubblicato Lunedì 22 febbraio 2021

Diverse volte abbiamo parlato delle varie tipologie di strutture d’accoglienza presenti a Bologna, dedicate il più delle volte a persone senza dimora, famiglie, ex detenuti, anziani e disabili. C’è però una categoria ben precisa della quale non abbiamo mai parlato ancora: si tratta dell'accoglienza di persone senza dimora che vivono insieme al proprio cane. Proprio per aiutare queste persone ecco che è stato ideato il progetto pilota “Canile Rifugio”, la struttura di accoglienza perfetta per ospitare chi possiede un cane e non ha una dimora stabile nella quale vivere. Perché nasce “Canile Rifugio” e quali sono gli obiettivi da perseguire Il Rifugio Notturno della Solidarietà di Bologna è una struttura di accoglienza notturna per persone senza dimora che offre non solo 28 posti letto, ma anche un sostegno alla cura personale, i pasti caldi, ascolto e accompagnamento all’inserimento sociale e ai servizi dedicati. Il progetto pilota si inserisce in questo contesto e nasce dall’incontro tra la numerosa disponibilità di cucce e la volontà di offrire alle persone senza dimora, ma anche alla cittadinanza un servizio ad oggi molto richiesto. Il servizio in questione, infatti, è stato ideato non solo per le persone senza dimora che possiedono un cane, ma dal 1 ottobre 2020, in accordo con ASP Città di Bologna, l’Equipe della struttura ha deciso di avviare il progetto pilota per permettere anche a normali cittadini di poter usufruire delle cucce. Tale apertura all’esterno risponderebbe alla necessità della comunità circostante; inoltre la presenza di cittadini esterni potrebbe anche permettere una conoscenza del target di riferimento accolto e consentire la costruzione di relazioni significative e circostanze di cooperazione nella relazione e mantenimento dell’animale. Adiacente alla struttura è presente dunque un’area esterna adibita a canile con 11 box (di metri 3,10 x 2,50), fornite di tettoia, copertura impermeabile e rimovibile per il contenimento delle rigide temperature. All’interno di ogni box sono presenti inoltre cucce in plastica rigida di varia misura per l’accoglienza dei cani, nonché una piccola area verde recintata e cortile adattata allo sgambamento degli animali. Le 11 cucce messe a disposizione dal progetto pilota sono suddivise in questo modo: - 8 dedicate ad animali di ospiti/persone senza dimora facente parte della rete Grave Emarginazione Adulta (sia interni al dormitorio che esterni - 3 agli animali dei cittadini che necessitano, per periodi concordati, di appoggio per il loro animale. Una volta al mese l’educatore responsabile del progetto riunisce gli ospiti coinvolti per discutere dell’andamento della turnistica, di eventuali problemi di gestione, di potenziali conflitti verificatesi con i proprietari dei cani, della manutenzione e richieste. Chi coordina e monitora il progetto pilota “Canile Rifugio” L’attività del “Canile Rifugio” viene monitorata dall’Equipe ma è coadiuvata da un’intensa attività di volontariato. La gestione del canile è difatti affiancata da una rete di volontari facente parte dell’associazione Gruppo Idea Animalista, attraverso questa collaborazione è possibile attivare numerosi servizi tra cui: - collaborazione stabile con un veterinario (per le vaccinazioni, gli esami del sangue, la prescrizione di cure e interventi sia a domicilio che in ambulatorio) - acquisto medicinali a minor prezzo (con contributo previsto dall’ospite); - distribuzione gratuita di cibo secco e in scatola. Oltre ad assistenza veterinaria e distribuzione di prodotti antiparassitari l’associazione adotta un approccio multidimensionale dove il sostegno al proprietario del cane determina migliori condizioni di vita per l’animale e per la persona stessa. Proprio per tali ragioni si rende necessario un costante allineamento e raccordo con Idea Animalista nell’organizzazione di attività di supporto agli ospiti e agli animali. Tra l’altro, oltre alla cura del cane, il progetto prevede un monitoraggio dell’aderenza progettuale da parte del proprietario dell’animale, che deve obbligatoriamente seguire il regolamento comunale di mantenimento degli animali domestici e le direttive AUSL. Infatti, in casi di maltrattamento e/o abbandono la situazione verrà segnalata alle autorità competenti. Nelle prossime settimane entreremo più nel dettaglio di questo progetto pilota, affrontando questa tematica da varie sfaccettature. Non perdete dunque gli aggiornamenti sul sito e sui social di ASP Città di Bologna! Pubblicato lunedì 15 febbraio 2021

Dal 2017 Naufragi affianca e supporta i servizi per l’inclusione che realizza ASP Città di Bologna, insieme ad enti del terzo settore, nello sviluppo di attività formative e istituzionali, proponendosi come laboratorio permanente nel quale confrontarsi a livello culturale sul lavoro di comunità e nell’ambito della grave marginalità adulta. La storia dell’Associazione Naufragi ha inizio oltre dieci anni fa dalla convinzione di alcune cooperative sociali ed associazioni (oggi Società Dolce, Arca di Noè, Open Group, Mondo Donna, La Piccola Carovana, Piazza Grande e Arc-en-Ciel) che fosse necessario superare ogni steccato e unire le forze per costituire una piattaforma culturale nell’ambito dell’inclusione sociale. L’impegno di Naufragi nel favorire le condizioni per un efficace lavoro di comunità, promuovendo la partecipazione di cittadinanza e territorio, si è concretizzato con la realizzazione di eventi e festival e con la creazione di occasioni di scambio e confronto tra enti del terzo settore, comunità, Università, imprese, e altre realtà, con il pieno coinvolgimento dei destinatari di servizi. Gli obiettivi dell’Associazione Naufragi Tra gli scopi sociali dell’Associazione Naufragi vi sono: - Co-progettare e realizzare eventi di divulgazione della cultura del sociale, con particolare riferimento all'ambito dell'esclusione sociale e dell'emarginazione; - Costituire un laboratorio permanente per l'elaborazione creativa di strategie e politiche di inclusione in grado di dialogare fattivamente con i decisori pubblici; - Attivare reti di azione e di rafforzamento reciproco tra privato sociale e Istituzioni, sia a scala cittadina sia tra realtà di città italiane ed estere. Le attività recenti di Naufragi: 3 esperienze significative Naufragi nasce dall'idea e dalla necessità di esplorare il territorio con sguardo diverso. Un'idea, quella del naufragio, lontana dalla sconfitta ma che prelude, anzi, all’approdo ad un porto sicuro , quello dell'Accoglienza-Inclusione e della Partecipazione-Responsabilizzazione. Alcuni delle recenti attività che hanno visto coinvolta l'associazione sono: - Nel 2019 Naufragi insieme a diversi enti del terzo settore sul territorio bolognese organizza e promuove il festival Bologna Di-Tra-Verso - Durante l'arco del 2020 si occupa, tra le altre cose, della formazione sul divario digitale destinata a operatorə sociali sulla base di una mappatura capillare tra strutture. - La partecipazione a dicembre 2020 al convegno Abitare i confini: cosa fare con la marginalità urbana? , presentando per conto di Asp i tre settori: Grave emarginazione adulta, Protezioni internazionali e Transizione abitativa. Il promuovere occasioni di scambio e confronto tra enti del terzo settore, comunità, Università, altre realtà, con il coinvolgimento dei destinatari di servizi, può passare oggi anche attraverso nuove modalità e tecnologie digitali. Per questo l’Associazione Naufragi ha di recente avviato una collaborazione per contribuire allo sviluppo e alla promozione di un importante strumento online come Bologna ti Dà, del quale parleremo in maniera più approfondita nelle prossime settimane con articoli dedicati. Pubblicato in data lunedì 8 febbraio 2021

Il tema del carcere è da sempre un argomento delicato da affrontare, specialmente quando emerge nel contesto di Bologna, come città del benessere. Questo perché, come spesso accade, i cittadini tendono a considerare il carcere come un luogo distaccato dalla propria città, solo come una sorta di “contenitore di criminali”. Abbiamo parlato di questa tematica con diversi attori protagonisti tutti i giorni sulla scena del carcere, sia al suo interno che all’esterno, per porre loro una semplice domanda: “cosa diresti a un cittadino scettico riguardo alla percezione che ha del carcere?”. In questo articolo abbiamo raccolto diversi commenti a riguardo, a seconda delle varie aree di competenza, con la speranza di poter avvicinare la comunità bolognese nel percepire il carcere in un’ottica nuova ed educativa. Ecco dunque i 3 motivi per cui il carcere della Dozza fa parte della città di Bologna. L’importanza del sistema rieducativo nelle carceri Ciò che molte persone solitamente auspicano è che il carcere si basi su un modello punitivo e repressivo. Questo ragionamento si basa però, come affermano all’unisono sia il Garante Antonio Ianniello, sia il Direttore dell’Area Educativa Massimo Ziccone, su un istinto dettato dalla pancia , non dalla razionalità' . Purtroppo, molto spesso, l’istinto tende a prevalere e succede di voler augurare pene dure ai detenuti, quando invece bisognerebbe cercare di lasciare da parte l’istinto e ragionare piuttosto su ciò che è conveniente per tutti, concentrandosi su dati obiettivi. Il sistema della repressione ottiene infatti risultati ben peggiori di quello rieducativo. Basti pensare che, come ci racconta Massimo Ziccone, nel 2019 ci sono stati circa 300 omicidi in tutta Italia, mentre lo stesso anno nella sola città di Chicago (dove vige ad oggi la pena di morte) ce ne sono stati ben 400 di omicidi. Dati alla mano, dunque è nettamente meglio un sistema rieducativo invece che punitivo, proprio perché in questo modo la pena da scontare può diventare un momento in cui la persona non solo ha l’opportunità di partecipare a determinate attività, ma anche di acquisire competenze lavorative e professionali. In sostanza la detenzione può ritenersi il primo investimento e strumento per il contrasto alla recidiva, poiché l’ex recluso, se porterà a compimento il proprio percorso all’interno del carcere, verosimilmente compirà meno reati una volta reintegrato in società. Ed è questo il primo aspetto che i cittadini di Bologna hanno l’opportunità di cogliere. Il reinserimento in società degli ex detenuti: come viene vissuto questo aspetto Parlando proprio di reinserimento dei detenuti in società, ecco che si sviluppa un secondo filone, anch’esso spesso difficilmente compreso dalla comunità. Sappiamo bene quanto sia difficile diminuire i pregiudizi sugli ex detenuti, però il messaggio che deve passare riguarda il fatto che un ex recluso nel passato ha sbagliato anche a causa del contesto di vita ma che adesso, dandogli la possibilità di cambiare stile di vita, sta aderendo a un progetto per staccarsi definitivamente dalla realtà precedente. In quest’ottica, non ha senso dunque lasciare le persone abbandonate a loro stesse, allo sbando e senza possibilità di lavorare. Anche perché così facendo si rischia solo di peggiorare la situazione, spingendo la persona appena uscita dal carcere a commettere altre azioni illegali , tornando al punto di partenza e creando un circolo vizioso senza fine. Bisognerebbe invece avere un po’ di fiducia nel prossimo, incoraggiando con proposte e iniziative le persone che hanno realmente voglia di reintegrarsi nella società, diventandone nuovamente parte integrante. Salute in carcere: come viene percepito questo tema dalla comunità Insieme a Nadia Assueri, Coordinatrice Assistenziale dell'Ausl di Bologna presso la Casa Circondariale “Rocco D'Amato”, abbiamo infine affrontato il tema della salute in carcere. Ovvero come essa viene percepita all’esterno dalla comunità. È emerso che da parte dei bolognesi c’è curiosità riguardo a questa tematica, poiché si tratta di un argomento poco noto e conosciuto. In particolare, i cittadini sono stupiti dal fatto che venga fornita assistenza medica a persone che hanno commesso reati gravi. Ma proprio questo tema è il punto di partenza per cambiare la visione d’insieme che le persone hanno sui detenuti. Si dovrebbe cercare di ragionare sul diritto alle cura che ogni persona ha a disposizione, a prescindere da qualsiasi tipo di reato che abbia commesso. Queste persone, seppur in carcere, sono libere di decidere della propria salute o meno, così come qualsiasi altro cittadino. Ancora molta strada si deve percorrere e ancora molte azioni devono essere compiute per far sì che i detenuti siano riconosciuti come cittadini. Noi vi racconteremo cosa viene intrapreso nella città di Bologna in quest’ottica. Pubblicato il 2 febbraio 2021

Il 26 gennaio, in modalità videoconferenza, si è svolto il 6° Evento Annuale di Riesame del Programma Operativo I FEAD. L'evento, di caratura nazionale, è stato condotto dall'Autorità di Gestione (AdG) del Fondo, che fa capo al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, e che ha visto la partecipazione di: - Adelina Dos Reis, Rappresentante della Commissione Europea - DG occupazione, affari sociali e inclusione - AGEA (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura) - Fio.PSD (Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora) - I rappresentanti degli ambiti territoriali beneficiari del Fondo - ASP Città di Bologna-Servizio di Contrasto alla Grave Emarginazione adulta in qualità di grande città beneficiaria. Tra l’altro, ci teniamo a sottolineare come proprio Bologna sia stato uno dei casi scelti da Fio.PSD nella presentazione di best practice nazionali sull’utilizzo dei fondi FEAD all’interno dei servizi per la grave marginalità adulta. FEAD: che cos’è e come si articola Prima di addentrarci tra gli interventi dell’evento, vogliamo porre l’attenzione proprio sul FEAD, ovvero il Fondo Europeo di Aiuti agli Indigenti. Esso consiste infatti in uno dei principali fondi europei che finanziano i servizi di Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta di ASP Città di Bologna. Il FEAD interviene nei Servizi di Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta attraverso la Misura 4 “Deprivazione materiale dei senza dimora e altre persone fragili”. Agisce in sostanza in tutte le sfere di intervento di cui si compone il servizio: lavoro di prossimità e a bassa soglia di accesso, abitare e lavoro di comunità. Il principale obiettivo del FEAD è quello di contribuire ad alleviare le forme più gravi di povertà nell’Unione Europea, fra cui la povertà infantile, la deprivazione materiale ed alimentare e la homelessness. Nella sua implementazione pratica, dunque, il FEAD sostiene gli interventi promossi dagli Stati membri dell’UE per fornire assistenza materiale e fornitura di alimenti agli indigenti. Si tratta, probabilmente, dello strumento finanziario europeo più specifico in materia di contrasto alla grave marginalità sociale. Obiettivi principali degli interventi Il presupposto che guida la progettazione degli interventi risiede nella convinzione che i beni di prima necessità (cibo, vestiti e beni di consumo) non sono solo la condizione minima di base per sopravvivere, ma rappresentano molto di più. Mangiare prodotti di scarsa qualità o anche essere vestiti in modo inadeguato in contesti pubblici contribuisce purtroppo a cristallizzare le persone all’interno di un ruolo sociale riconosciuto: il povero. Per questa ragione, gli interventi messi in atto grazie alle risorse del PO I FEAD non si limitano alla fornitura di beni materiali e alimentari di prima necessità, ma abbracciano la sfera di vita della persona nel suo insieme, facendo leva sul ripristino del gusto personale e dei desideri. Vediamo insieme quali sono stati gli obiettivi principali affrontati dagli interventi: - potenziare la valorizzazione della persona all’interno dei progetti, fornendo all’ingresso delle misure di accoglienza beni di consumo (kit casa e kit bagno) belli e dignitosi; - rinforzare i percorsi lavorativi attraverso l’acquisto e l’utilizzo di vestiti, attrezzi e abiti da lavoro consoni e personali; - permettere alle persone di accedere ad alimentazione di qualità e di varietà, attenta alle esigenze personali di salute. Organizzazione del FEAD durante il Covid-19 A partire da marzo 2020, con l’avvento della pandemia Covid-19, la Commissione Europea è intervenuta con modifiche normative al Regolamento FEAD per ampliare la flessibilità delle risorse, consentendo di acquistare, tramite le risorse del fondo, materiali e Dispositivi di Protezione Individuale per operatori e beneficiari dei servizi. Ciò ha permesso al Servizio di Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta di assicurare ai servizi e alle strutture della rete la piena fornitura di mascherine, guanti, sanificanti e, in generale, di tutti i dispositivi necessari a prevenire il rischio di contagio da Covid-19. Verso il futuro C’è da sottolineare anche come durante l'evento FEAD, grazie soprattutto alla presenza della Commissione Europea, sono state rivelate alcune anticipazioni in merito al nuovo ciclo di programmazione europea 2021-2027, in materia di inclusione e contrasto alla homelessness. Quest’ultimo è infatti un tema che sta molto a cuore all’UE, tanto da dedicare attenzioni sempre più crescenti nel corso degli ultimi anni. Non a caso, durante l’evento, è emersa inoltre l’importanza di una programmazione dei servizi che includa e valorizzi le possibilità e le risorse dell’UE, tra cui appunto PON Inclusione e FEAD. Pubblicato il 1 febbraio 2021

Continuiamo a parlare dell’evento Abitare i Confini di dicembre 2020, quando, durante la tre giorni di convegno digitale si sono alternati esperti di ogni ramo del sociale per affrontare tematiche ed argomenti di grande rilevanza e attualità. L’intervento sul quale ci vogliamo soffermare oggi riguarda Don Luigi Ciotti, del Gruppo Abele di Torino, il quale ha fornito una splendida delucidazione sul lessico che bisognerebbe adottare per il futuro, attraverso sei parole nello specifico. Si tratta di parole di vita necessarie ad orientarci in un tempo nuovo, un tempo che richiede uno sguardo profondo, lungimirante e proteso al prossimo e all’altrove. Ecco quali sono le sei parole ideali per un lessico del futuro proposte da Don Luigi Ciotti. 1- Rigenerazione Non basta più, parlare di semplice cambiamento, dato che questi sono stati troppo spesso solo adattamenti o peggio, mutazioni esteriori. Oggi urge una rigenerazione vera e propria fatta di cambiamenti, che devono essere appunto rigenerativi, e che soprattutto devono comportare un notevole grado di azzardo. Non si cambia nella quotidianità, ma cambiamento vuol dire osare e rischiare, andando incontro all’ignoto con coraggio. 2- Giustizia Ed ecco che la seconda parola citata da Ciotti durante il suo monologo è “giustizia”, riferita in particolare ad un altro termine molto importante: disuguaglianza, spesso sinonimo di ingiustizia. Perché proprio alla base di ogni disuguaglianza c’è sempre un’ingiustizia, un inaccettabile differenza non solo quantitativa ma anche qualitativa. In uno scenario come quello attuale, in cui le differenze tra ricchi e poveri sono sempre più accentuate, bisogna avere dunque il coraggio di denunciare con forza ogni qualvolta vengono lesi i diritti della libertà delle persone. 3- Ecologia integrale Questo termine, invece, è un’espressione chiave di Papa Francesco che, con l’aggettivo “integrale”, vuole sottolineare come il ripensamento del nostro rapporto con la natura deve essere radicale, esteso a tutti gli ambiti della vita a cominciare da quello sociale, così come in quello relazionale. Per questo la tutela del pianeta Terra e l’impegno della giustizia devono procedere di pari passo e per questo parlare di transizione ecologica è scorretto. La crisi che stiamo vivendo infatti è prima di tutto una crisi sociale e purtroppo non si può uscire da questa dinamica senza una trasformazione etica, senza un cambiamento radicale col mondo, con gli altri e con se stessi. Urge dunque una conversione ecologica che coinvolge tutte le persone, dato che si tratta di rivolgere il cuore e la coscienza che stiamo ciecamente sfruttando e saccheggiando ogni giorno di più. 4- Fraternità aperta In questo senso non basta più parlare di una generica fraternità, ma bisogna parlare di una fraternità aperta. Si tratta di quel tipo di fraternità, come spiega anche Papa Francesco, che permette di riconoscere e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica. Si tratta di una parola che mette in luce la povertà non solo materiale, ma esistenziale, smascherata dalla pandemia che è causa di tante sofferenze e lutti. Collegato a questo concetto si lega anche il termine “società”, sostenendo come sia paradossale il fatto che al giorno d’oggi le società, che per definizione dovrebbero essere coese, in realtà siano frantumate e lacerate da ingiustizie proprio perché manca fraternità. 5- Diritto La quinta parola su cui si sofferma Ciotti è “diritto”, una parola sparita anche dal lessico politico ultimamente, a cui bisogna ridare vita partendo da quei documenti come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. 6- Fragilità Sesta e ultima parola analizzata da Ciotti per un lessico del futuro riguarda il concetto di fragilità. Perché la nostra fragilità al momento non è contingente, ma strutturale. D’altro canto fragile è la condizione umana, ma proprio la coscienza della nostra fragilità può diventare il punto di forza per cercare non di rimuoverla, bensì di riconoscerla per tornare ad essere tutti più umani. Non perdetevi i nuovi articoli delle prossime settimane, nei quali approfondiremo altri interventi di attori protagonisti dell’evento Abitare i Confini! Pubblicato il 26 gennaio 2021

L’evento Abitare i Confini, che si è svolto su piattaforma digitale tra il 14 e il 16 dicembre, ha portato alla luce una serie di tematiche socio culturali davvero significative e che nei prossimi mesi, attraverso vari articoli, ci teniamo ad approfondire. La primissima tematica che è emersa dal convegno online riguarda l’intervento di Francesco d’Angella, Consulente e formatore presso lo Studio di Analisi Psicosociologica di Milano, il quale ha affrontato in prima battuta il concetto di resilienza trasformativa. Cosa si intende per resilienza trasformativa Per spiegare in maniera chiara ed efficace questo concetto, d’Angella fa riferimento a Utopia Sostenibile, il libro dell’economista Enrico Giovannini, all’interno del quale si parla del nostro momento storico e di come le persone stiano affrontando, al giorno d’oggi, uno shock traumatico. Proprio di fronte a questo shock della nostra esistenza le persone hanno due strade a disposizione. La prima è dettata dalla paura, cioè della conservazione, ovvero dalle istituzioni che preservano ciò che già hanno. Oppure esiste un’altra strada e possibilità che si può percorrere, ovvero la resilienza trasformativa. Dunque, in questo caso si parla sia di resilienza, dove per “resilienza” si intende la capacità di reggere gli urti ad eventi traumatici senza spezzarsi, una capacità solitamente adattativa. Ma al concetto di “resilienza” Giovannini associa il termine “trasformativa”, che ha la seguente valenza: nei contesti di lavoro e all’interno dei contesti di cura educativa bisogna poter agire una trasformazione. La vera sfida di questo periodo, quindi, è quella di attuare una resilienza che non sia più adattativa e statica, ma trasformativa e in continuo movimento, così da resistere ai diversi shock che le persone subiscono quotidianamente. Competenze e strumenti che bisogna mettere in campo per attuare una resilienza trasformativa La domanda che ci si pone a questo punto è: con quali competenze e capacità possiamo vivere in questo mondo? D’Angella risponde anche a questo quesito, proponendo una costellazione di 8 strumenti grazie ai quali è possibile attuare la resilienza trasformativa. 1- Il primo strumento concerne il fatto di entrare profondamente in un’ottica di contemplazione del mondo, facendosi interpellare da esso. Una filosofia che già sosteneva Hannah Arendt, la quale sosteneva come sia importante abitare le storie di sofferenza, lasciandosi interpellare dalla complessità di queste storie. 2- La seconda competenza, che d’Angella riprende da Claudio Magris, riguarda il vedere l’invisibile nella realtà, ovvero scorgere delle pieghe della realtà che noi non vediamo. Uno strumento determinante per chi lavora con le marginalità e con le storie di fragilità, perché spesso la ripetizione della cronicità ci impedisce spesso di vedere quello che abbiamo di fronte. 3- La terza competenza viene ripresa invece dal filosofo francese Castoriadis, che sostiene come abitare i confini implichi un processo di decolonizzazione della mente. Con questa affermazione si intende uscire dai propri schemi, dalle proprie convinzioni e credenze, per raggiungere obiettivi diversi e innovativi, per i quali valga la pena vivere. 4- La quarta capacità è quella della creatività e abitare i confini vuol dire essere creativi, dando dignità al lavoro sociale. 5- Ma per abitare i confini bisogna essere anche ospitali del mondo. Non a caso l’ospitalità e il fatto di tenere sempre la porta aperta rappresenta la quinta capacità espressa da d’Angella per attuare la resilienza trasformativa. In città, infatti, le porte non sempre rimangono aperte per i soggetti più fragili, per questo tale trend deve essere invertito puntando sull’ospitalità e sulla bontà delle persone. 6- Saper coltivare le speranze coincide con la sesta competenza che suggerisce d’Angella attraverso le parole di Martha Nussbaum. In un clima così di incertezza come quello che stiamo vivendo oggigiorno, è importante non rimanere attanagliati dalla paura, che porta alla chiusura verso il prossimo, ma bisogna coltivare le speranze. Questo perché senza una speranza non esiste una possibilità concreta di futuro. 7- Settimo strumento, sempre sostenuto dalla Nussbaum, riguarda il fatto di poter usare i propri sensi, poter pensare e ragionare avendo la possibilità di farlo in modo umano e ragionato. Le persone, dunque, devono essere in grado di utilizzare il pensiero in forte connessione con l’esperienza, il quale produce opere ed eventi scelti autonomamente. 8- Ultima competenza proposta da d’Angella riguarda il fatto di riscoprire l’agire politico, ovvero essere attori e autori di politica. In questo senso abitare i confini serve per abitare la politica e per abilitare un agire politico, pubblico e dei diritti. Nelle prossime settimane analizzeremo altri interventi dell’evento Abitare i Confini, mettendo in luce diverse tematiche attuali relative alla sfera socio culturale. Non perdete dunque gli aggiornamenti in merito! Pubblicato il 5 gennaio 2021

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