Contrasto grave emarginazione adulta


Sei mesi fa, in pieno periodo di lockdown, nasceva Liberi dentro - Eduradio, un programma radiofonico pensato per arrivare direttamente nel carcere della Dozza con l'obiettivo di accorciare le distanze che separano i reclusi dalla comunità bolognese. Questo è stato reso possibile grazie all'aiuto non solo di tutti gli insegnanti della scuola del carcere Dozza di Bologna, ma anche all'aiuto delle associazioni di volontariato, dei Garanti dei diritti delle persone private della libertà personale e dei diversi rappresentanti delle fedi religiose. In questo contesto si è inserita recentemente a tutti gli effetti anche ASP Bologna, che sta lavorando insieme al Comune di Bologna e alla Regione Emilia-Romagna per attivare una collaborazione duratura al fine di dare voce a tutti gli attori protagonisti del carcere Dozza. Sia a coloro che il carcere lo vivono dall'interno, ma anche a coloro che dall'esterno coordinano i vari servizi utili a l reinserimento delle persone recluse nella società come risorse a tutti gli effetti. Per questo progetto l'idea è quella di creare piccole pillole dai 3 ai 5 minuti che verranno trasmesse in diretta ogni settimana, durante le quali si approfondiranno diverse tematiche, ma tutte unite da un filo conduttore in comune: il carcere e la vita di chi vive al suo interno. Restate dunque sintonizzati e non perdete i prossimi aggiornamenti inerenti a questo progetto. La collaborazione con Eduradio sta per cominciare! Pubblicato il 20 ottobre 2020

Come ogni anno, il Comune di Bologna ed ASP Città di Bologna, in collaborazione con il Consorzio Arcolaio che gestisce i servizi dedicati alla grave emarginazione adulta, stanno predisponendo il Piano Freddo 2020/2021, per dare riparo alle persone fragili che vivono in strada nei giorni di freddo intenso. Anche quest’anno è aperta la raccolta di coperte, piumoni, sacchi a pelo e lenzuola singole presso il Guardaroba Lercaro di ASP Città di Bologna da parte di tutta la cittadinanza. Sarà possibile consegnare questi generi (esclusivamente quelli indicati) a partire da lunedì 19 ottobre 2020, presso il Centro Servizi di ASP Città di Bologna Cardinale Giacomo Lercaro , Via Bertocchi n. 12, dal lunedì al venerdì dalle ore 09.00 alle ore 12.00. Pubblicato il 15 ottobre 2020

Il panorama bolognese offre una vasta gamma di strutture di pronta accoglienza per le persone in situazioni d’emergenza. Tra queste ce n’è una che ancora non vi avevamo menzionato, ma che merita fortemente di essere approfondita: San Sisto. La struttura in questione ha una storia particolare, dato che è stata aperta nel 2017, trasformando l’ex ostello della gioventù di Bologna in una struttura di pronta accoglienza, per merito di ASPe del Comune di Bologna. In questo articolo vi offriamo unapanoramica generale di San Sisto, soffermandoci sia sugli obiettivi che vengono intrapresi dal personale, ma anche sulle reazioni delle famiglie che si riscontrano dentro alla struttura. Quali sono le persone che vengono accolte a San Sisto e gli obiettivi che si perseguono all’interno di essa L’identità di San Sisto come è conosciuta oggi nasce dalla volontà del Comune di Bologna di andare incontro ad un bisogno che emerge, ovvero quello diaccogliere le famiglie in difficoltà con minori. San Sisto, infatti, ha una particolarità che la caratterizza rispetto ad altre strutture di accoglienza bolognesi: è una struttura di pronta accoglienza che accoglie esclusivamente nuclei familiari e ha una formula “comunitaria”. Con questo termine si intende che, per conformazione, i nuclei familiari dormono in una camera, mentre i bagni e la cucina sono in comune. Ciò significa imparare a condividere gli spazi - nuclei di famiglie, ad esempio, devono prenotare i turni per le piastre in cucina - proprio come fosse una sorta di ostello. La capienza, inoltre, è di 80 persone, divise mediamente in 40 adulti e 40 minori, dove solitamente si riscontra la presenza di circa 18-20 nuclei di famiglie. All’interno della struttura si trova il personale, formato da educatrici e assistenti sociali, che lavorano H24, accogliendo le famiglie che hanno perso casa e lavoro. Queste figure sono gli “strumenti” che accolgono ituazioni di fragilità con l’obiettivo di costruire percorsi di autonomia anche al di fuori della struttura nel corso del tempo. All’interno di San Sisto, infatti, si trovano principalmente famiglie straniere che hanno subito fragilità economiche e abitative, trovandosi in situazioni delicate e fragili. Le concessioni di permanenza all’interno della struttura abitativa si rinnovano di 3 mesi in 3 mesi, considerando che il tempo massimo di permanenza è di 24 mesi, per poi transitare verso percorsi diversi. Durante questo arco temporale viene svolto un lavoro costante e giornaliero per far sì che le autonomie di queste famiglie vengano recuperate. Perché autonomia significa anche sostenibilità. Come reagiscono i nuclei famigliari all’interno della struttura All’interno della struttura di San Sisto i nuclei familiari non sempre reagiscono nello stesso modo. Ci sono infatti alcuni nuclei che provano vergogna e profonda voglia di riscatto, così provano costantemente a cercare strade per evolvere, vedendo questa come una possibilità concreta per integrarsi nella società. Altri nuclei, invece, sono caratterizzati da un bisogno assistenziale molto profondo e sviluppano poca determinazione a mettersi in gioco. Questa voglia di migliorare la propria condizione dipende molto dall’attitudine del nucleo familiare, soprattutto dipende dalla partecipazione dei genitori che può essere attiva o passiva caratterizzando due scenari: o la famiglia si adagia e non evolve, o si adatta e ne esce fuori al meglio. Gli operatori ed educatori cercano proprio di lavorare su questo aspetto con le famiglie, facendo capire loro che il nucleo in sé può essere una grande risorsa per il futuro, ma solo se si crea una forte volontà all’interno di esso. Questo è solo il primo di una serie di articoli in cui parleremo in maniera più approfondita della struttura San Sisto, anche riguardo il lavoro concreto degli operatori e le attività che vengono proposte ai nuclei familiari. Non perdete i prossimi aggiornamenti! Pubblicato il 14 ottobre 2020

Nella sfera del carcere di Bologna, una delle cariche dal ruolo più delicato in assoluto è rappresentata dal Garante dei diritti alle persone private della libertà personale. Si tratta di una figura poco nota alla comunità bolognese, che però svolge un ruolo fondamentale, quasi da collante, nel rapporto tra amministrazione penitenziaria e reclusi. In questo articolo ne parliamo dunque in maniera approfondita e dettagliata, proprio per porre in risalto informazioni e delucidazioni preziose su questa figura, spesso sconosciuta. Qual è il ruolo concreto del garante di Bologna Nel Comune di Bologna la carica del Garante è ricoperta da Antonio Ianniello da più di tre anni e il suo rappresenta un ruolo chiave per la comunità dei detenuti. Nello specifico, la prima informazione utile da sapere è che il Garante gode di diverse agevolazioni importanti da sfruttare al meglio per il proprio operato. Egli infatti può visitare la casa circondariale di Bologna, così come il carcere minorile, ma può anche visitare le camere di sicurezza della questura, ovvero il luogo in cui vengono collocate le persone nei primi momenti dell’arresto. Uno dei compiti del Garante è infatti quello di parlare con le persone detenute e verificare insieme a loro se emergono delle criticità o se esistono lesioni nella sfera dei diritti. In caso positivo, il Garante si attiva per individuare l’amministrazione competente (spesso si tratta dell’Amministrazione Penitenziaria) per indirizzare una esortazione, al fine di trovare una soluzione che possa essere rispettosa per i diritti della persona detenuta in questione. È bene sottolineare come il Garante non abbia alcun potere autoritativo. Questo vuol dire che il Garante non può obbligare l’Amministrazione Penitenziaria a svolgere un compito in particolare (come ad esempio spostare le persone detenute ), però ha la facoltà di portare alla luce e far conoscere alcune situazioni particolari presenti in carcere, chiedendo di adottare comportamenti virtuosi all’amministrazione competente. Il Garante, inoltre, presenta altre facoltà, utili per l’adempimento del proprio lavoro. Ad esempio il fatto di esercitare le prerogative che sono state emanate; o di entrare in carcere senza un’autorizzazione specifica, in un’ottica di vigilanza, per effettuare ispezioni al fine di prevenire trattamenti inumani e degradanti. Come avviene il confronto con i detenuti Mediamente il Garante di Bologna svolge tre accessi alla settimana, focalizzati sugli interventi da compiere più che sul risultato fine a se stesso e cercando di compiere un vero lavoro certosino quotidianamente, mettendo sempre al centro del progetto la persona detenuta. Fondamentale in questo caso è la presenza costante del Garante in carcere, poiché consente di esercitare questa prerogativa in maniera continuativa e frequente. Inoltre permette proprio di instaurare un rapporto di prossimità con la popolazione detenuta, utile da entrambe le parti. Una volta all’interno della Dozza, vengono svolti i colloqui con le persone, che sono riservati, senza operatori del carcere dunque, ma si svolgono esclusivamente tra detenuto e Garante. Il rapporto con essi è sempre chiaro, franco e alla mano. Non a caso si tratta di accorciare il più possibile le distanze con la persona detenuta, facendo sì che quest’ultima possa aprirsi e rivolgersi al Garante, confidandogli ciò che non lo soddisfa. Infatti, quando il detenuto riconosce il Garante, vedendolo spesso all'interno del carcere, assume un atteggiamento più benevolo e disponibile, instaurandosi quindi un circolo virtuoso che porta il recluso ad aprirsi maggiormente e a confidarsi più volentieri. Sottolineiamo, infine, anche il fatto che l’intervento e l’azione del Garante spesso conseguono una messa in opera della soluzione suggerita, ma purtroppo non sempre questo obiettivo è raggiungibile a causa di diverse variabili e vicissitudini che si riscontrano caso per caso. Nelle prossime settimane entreremo ulteriormente nel merito della figura del Garante, fornendo ulteriori informazioni e curiosità sul suo ruolo. Non perdere i prossimi articoli!

Una giornata di formazione online gratuita organizzata da Università della Strada del Gruppo Abele, il Cnca, Libera, Avvocato di Strada, Open Group, Centro Sociale Papa Giovanni XXIII, Associazione Orfeonica, in collaborazione con Università di Bologna e ASP Città di Bologna per l’8 ottobre 2020 dalle 9.30 alle 16.30. Le educative di strada continuano ad interrogarsi sul senso e le prospettive del loro agire: creare relazioni di prossimità come mezzo e come fine. Da Certaldo 2019 è emersa la necessità di continuare il confronto a livello locale: iniziamo dall’Emilia Romagna, la terra italiana forse con maggior tradizione nell’ambito del lavoro di strada, ma sarà solo il primo passo di una serie di incontri fra operatori, servizi ed istituzioni politiche per riscoprire ed accreditare una pratica, quella della prossimità, che nelle mille sue incarnazioni propone un percorso che parta dal non giudizio per arrivare all’umanità. Leggi il programma completo Iscrizioni online qui Pubblicato il 1 ottobre 2020

Cosa si intende per “rieducazione”? Per anni questa parola è stata utilizzata con l’intento di prescrivere le giuste condotte, di correggere e di sancire addirittura la pericolosità sociale. Abbiamo analizzato il volume Adultitàfragili, fine pena e percorsi inclusivi a cura di Luca Decembrotto, Professore a contratto e Assegnista di ricerca del Dipartimento di Scienze Dell'Educazione Giovanni Maria Bertin . Oggi, però, l’Ordinamento Penitenziario immagina un trattamento rieducativo strutturato in maniera differente, ovvero che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale dei condannati. Il tutto tramite un trattamento pedagogico-risocializzante che si pone obiettivi ben precisi e delineati. Analizziamoli insieme in questo articolo. Legislazione penitenziaria italiana: come si è evoluta negli anni Un primo tassello che va menzionato per inquadrare la situazione riguarda ciò che cita la Costituzione italiana, ovvero che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Un concetto sacrosanto, che sta alla base dei diritti dei reclusi, ma che, nonostante tutto, non è stato sempre messo in pratica fin da subito. Basti pensare che fino al 1975 la legislazione penitenziaria italiana è rimasta quella del regime fascista, ovvero il regolamento Rocco del 1931. Esso sanciva infatti la rigida separazione tra il mondo carcerario e la realtà esterna, prevedendo l’isolamento dei detenuti all’interno degli istituti penitenziari. É dal 1960 che iniziano i primi tentativi di riforma del sistema penitenziario italiano, anche se questi ultimi dovranno attendere 15 anni, ovvero il 1975, per essere attuati all’interno del nuovo Ordinamento penitenziario (in vigore da 45 anni). Rieducazione in carcere oggi: quali sono gli obiettivi da perseguire Nel corso degli anni è dunque cambiato il modello di riferimento, passando da rieducazione etica a vera e propria rieducazione sociale. Si é cominciato a dare maggior importanza agli strumenti formativi presenti nell’impostazione rieducativa, con l’obiettivo di valorizzare il processo di ritorno alla vita sociale libera e alla comunità. Infatti oggi, l’azione educativa in carcere serve a promuovere un cambiamento: non coercitivo, non correttivo, ma di opportunità. Ci sono numerose condizioni che pregiudicano ogni progettualità socialmente strutturata e inducono le persone più vulnerabili a tornare in situazioni già conosciute (o paradossalmente apprese in carcere) di micro criminalità. Tra queste le più frequenti sono le seguenti: - Uscire dal carcere e non sapere se si potranno continuare le cure mediche non emergenziali - Non avere reti sociali di riferimento sul territorio - Vivere una condizione di deprivazione abitativa, fino a rischiare la vita in strada - Non poter contare su un reddito - Non avere possibilità di un accesso dignitoso al mondo del lavoro - Interrompere un ciclo scolastico Progettualità inclusiva oltre la detenzione Per strutturare un percorso di inserimento sociale a favore delle persone recluse è dunque fondamentale rimuovere innanzitutto le cause sociali, culturali ed economiche che contribuiscono a generare queste situazioni. Un’ottima soluzione può essere, ad esempio, quella di affrontare, per quanto possibile, anche le componenti biologiche, psicologiche e relazionali personali che costituiscono i principali fattori di rischio. La direzione è quella di creare le condizioni per poter individuare e sviluppare con la persona un progetto di vita che tenga conto sia dei diversi contesti in cui questa si trova o si troverà in futuro a vivere, ma anche delle richieste che la persona pone e porrà ai/nei diversi contesti (lavorativo, familiare, sociale ecc.). Il fine ultimo di un recluso, perciò, sarà quello di aumentare la consapevolezza di se stesso e il potere decisionale personale, collettivo e comunitario, rafforzando i processi decisionali e quindi anche la partecipazione sociale come pratica di libertà e di riconoscimento reciproco. Gli enti locali, tra cui il Comune di Bolognae ASP Bologna, hanno un ruolo determinante negli esiti di tali orientamenti, proprio per assicurarsi che i progetti di inclusione lavorativa e sociale possano portare a dei miglioramenti concreti nella vita delle persone recluse alla Dozza. Nelle prossime settimane continueremo a raccontare iniziative e attività in merito a queste tematiche, per cui non perdere i nuovi sviluppi e gli ultimi aggiornamenti! Pubblicato il 29 settembre 2020

Diverse settimane fa avevamo introdotto la figura dell’operatore Cefal, ovvero chi nel carcere della Dozza si occupa dei detenuti, cercando di aiutarli e sostenerli per un corretto reinserimento in società. Questo obiettivo si può raggiungere mediante un percorso di inclusione lavorativa che avevamo solo accennato nel precedente articolo, ma che non avevamo approfondito nello specifico. Ci preme ora andare più in profondità rispetto all'inclusione lavorativa in carcere, analizzando i settori più appetibili per le persone detenute e scoprendo, inoltre, come ciò può essere di grande aiuto per la comunità bolognese. Il target di persone che ottiene maggiori risultati I percorsi di inclusione lavorativa in carcere non sono a disposizione di ciascun detenuto, è bene specificarlo fin dall’inizio. Dentro le mura della Dozza, infatti, ci sono circa 700 detenuti e sarebbe praticamente impossibile riuscire a garantire un impiego per ciascuno di loro. I percorsi, dunque, sono a numero chiuso e quando si apre una possibilità d'inserimento all’interno di un percorso, basato su formazione in aula e 3 mesi di tirocinio, gli operatori Cefal chiedono sempre la disponibilità a più persone, individuando quelle maggiormente interessate e compatibili con i percorsi disponibili. In generale è stato constatato che le persone anziane sono quelle più difficili da collocare e da inserire all’interno di tali progetti ,a differenza invece della fascia di adulti che va dai 30 ai 40 anni. Le persone di questa fascia d’età, mediamente,sono quelle più motivate e più propense a svolgere invece percorsi di inclusione lavorativa . Si trovano infatti in una fase della loro vita particolare, durante la quale hanno capito l’approccio corretto utile per potersi riabilitare all’interno non solo delle mura del carcere, ma anche al di fuori, quando rientreranno a contatto con la comunità bolognese. Da non sottovalutare anchel’approccio delle donne all’interno del carcere. Pur essendo in netta minoranza, si rivelano sempre molto impegnate e motivate, soprattutto perché sentono la responsabilità dei figli e dei mariti a casa. I settori più appetibili per le persone detenute Quando si scelgono i settori più appetibili e le attività di maggior interesse per i detenuti, si tiene ovviamente conto delle loro passioni e delle esperienze pregresse che hanno accumulato negli anni. In linea di massima, i settori che vanno per la maggiore tra i programmi di inclusione lavorativa per le persone detenute sono nell’ambito della ristorazione, quello del videomaking, della sartoria e del giardinaggio. Un altro ambito che spesso viene proposto ma che non prevede un inserimento altrettanto facile da parte dei reclusi è quello dellepulizie. Quest’ultimo infatti è abbastanza difficoltoso per il tipo di lavoro che propone, dato che prevede turni complicati e un lavoro di squadra, caratteristiche non sempre nelle corde delle persone detenute per il contesto in cui vivono. Su tutti, i settori della ristorazione e del giardinaggio, invece, sono quelli che riscontrano il successo maggiore, nei quali l’impiego di persone detenute avviene con alta frequenza. Questo grazie ai corsi di formazione ad hoc, ma anche per la possibilità di trovare degli impieghi già durante il reinserimento in società. Non è raro il fatto che le persone, dopo essere state scarcerate, siano riuscite a farsi assumere in alcune aziende dello stesso settore. Per le persone detenute è fondamentale quindi poter avere la possibilità di seguire questi percorsi lavorativi. Innanzitutto per attivare la propria volontà di lavorare continuativamente, ma soprattutto perché possono offrire una possibilità concreta di guadagno col passare del tempo. Non ha alcun senso, dunque, lasciare le persone detenute abbandonate a loro stesse all’interno del carcere. Bisogna concedere anche a loro la possibilità di trovare un'attività interessante, e magari un lavoro, come primo spiraglio per un pieno reinserimento in società. Pubblicato il 22 settembre 2020

Ad inizio agosto avevamo iniziato ad introdurre il ruolo del pedagogista all’interno dei Servizi Abitativi, senza però menzionare un tassello fondamentale che meritava un articolo a sé. Parliamo dei laboratori per famiglie che vivono una condizione di momentanea precarietà abitativa accolte in alloggi di transizione abitativa o di pronta accoglienza. Nello specifico parliamo dei laboratori che mettono al centro il rapporto genitori–figli e che vengono organizzati e realizzati dai pedagogisti, dagli educatori e in stretta collaborazione con esperti e counselor esterni. Ecco in cosa consistono e quali sono le loro finalità. Il ruolo dei laboratori per famiglie La programmazione e la realizzazione di questi laboratori richiede una concertazione tra le diverse equipe dei servizi abitativi e le associazioni che svolgono attività di comunità, ma richiede anche una buona conoscenza di quelle che sono le esigenze e le dinamiche genitoriali . L’osservazione fatta in questi anni ha messo in luce una tendenza all’isolamento e poco tempo dedicato alla costruzione della relazione madre e figlio anche attraverso l’utilizzo del gioco. Per questo la realizzazione di questi laboratori ha come obiettivo quello di fornire maggiore consapevolezza e supportare fornendo strumenti affinché i genitori possano poi in autonomia creare momenti genitori-figli ad hoc, comprendendo che a volte basta veramente poco per rendere assolutamente felice un bimbo. Durante alcuni di questi laboratori rivolti alle famiglie, ad esempio, ci sono dunque i genitori che, insieme ai figli, realizzano oggetti con materiale di scarto da appendere poi alle proprie porte. Questo per dare una connotazione agli spazi in cui vivono i bambini e per far riconoscere quindi le proprie abitazioni alle persone esterne alla struttura Quello del laboratorio è un modo per creare momenti genitori-figli ad hoc, facendo capire ai genitori che, con strumenti molto semplici è possibile trascorrere momenti piacevoli e di condivisione coi propri bambini. Non si tratta infatti di un laboratorio fine a se stesso, ma di un’attività che i genitori possono riproporre in seguito anche a casa loro, una volta terminato il laboratorio. I percorsi educativi impostati per gli adulti Ma oltre ai laboratori per famiglie, sono anche presenti dei percorsi educativi impostati per gli adulti. Si tratta in questo caso di percorsi di consapevolezza del proprio ruolo genitoriale, creati appositamente dai pedagogisti che hanno notato alcune difficoltà pratiche di gestione dei propri figli. E’ stato fatto qualche incontro, nei quali venivano condivisi con i genitori i loro compiti principali, partendo dalla cura personale e dal benessere dei propri figli, con un’attenzione particolare anche all’attenzione. L’obiettivo principe consiste dunque nel sensibilizzare i genitori quali sono le attività che possono fare con i propri figli, ma anche far capire loro che non possono delegare la genitorialità ai fratelli maggiori, i quali a loro volta hanno bisogni caratteristici della loro età e proprio per rispondere a queste esigenze sono stati creati in questo senso dei percorsi con centri di aggregazione giovanile per creare momenti di svago e ludici con ragazzi. In un’altra struttura si è creato inoltre un angolo delle mamme, così che possano avere momenti per confrontarsi tra di loro su argomenti a piacere, coadiuvate e indirizzate da alcune counselor, per poi terminare l’incontro con momento di gioco insieme ai loro bimbi. Difficoltà che si creano e soluzioni per risolverle Certo, anche in questo caso le difficoltà non mancano e tra le più frequenti la principale risulta essere la carenza molto elevata di stimoli. Questo accade anche perché spesso le famiglie vivono alla giornata e i bambini si relazionano spesso solo con altri bimbi, mentre i genitori faticano a ritagliarsi momenti di condivisione insieme a loro. Un altro aspetto, invece, è legato alla provenienza culturale: ci sono culture in cui ci si rapporta con modalità differenti con i bambini rispetto a quelle che noi riteniamo opportune e quindi anche parlare ai genitori di questi aspetti non è sempre semplice. In linea di massima, infatti, i genitori tendono a delegare alla figura educativa, tuttavia non mancano i genitori molto attenti e finanche troppo protettivi. Per responsabilizzare maggiormente i genitori vengono organizzate di tanto in tanto delle riunioni per aumentare la consapevolezza circa le attività presenti all’interno della struttura e quello che i genitori possono fare coi loro figli. Questa routine degli incontri è stata fondamentale per i genitori, dato che è emerso che molti di loro non sapevano dell’esistenza di tali attività, ma erano comunque interessati a far partecipare i loro figli. Infatti, in questi casi è importante creare il più possibile momenti di condivisione tra genitori e figli. Non a caso c’è anche l’opportunità di andare in biblioteca e scegliere un libro per poi sfogliarlo insieme in un momento della giornata: sono state create alcune biblioteche interne alle strutture grazie alle donazioni di libri di alcune Associazioni. È molto importante sensibilizzare i genitori e i bambini circa l’importanza del leggere che serve sia per tenere i bambini lontani dall’utilizzo eccessivo di dispositivi elettronici, sia per ritagliarsi momenti di condivisione coi propri figli. Per quante difficoltà si creino, perciò, l’importante è sempre cercare di trovare una soluzione adeguata e che riesca anche ad essere utile per gli obiettivi che ci si è prefissati. Pubblicato il 15 settembre 2020

Forse non tutti i bolognesi ne sono al corrente, mala Dozza non è stato sempre il carcere di Bologna, ma è solo dal 1985 che svolge questa funzione. Prima di questa data, per quasi due secoli, è stata un’altra la struttura adibita per questa funzione restrittiva e punitiva: San Giovanni in Monte, in pieno centro storico. Edificata nel XIII secolo su una piccola altura, a fianco dell'omonima chiesa, San Giovanni in Monte è stata prima di tutto una sede conventuale fino all’epoca napoleonica. In seguito, i suoi interni vennero adibiti a prigione e, in questa veste, funzionarono come carcere giudiziario di Bologna fino a metà degli anni ottanta dello scorso secolo. Il carcere durante l’era Napoleonica e liberale Pochi giorni dopo l'entrata delle truppe napoleoniche in città, infatti, il 10 marzo 1797 venne soppressa la corporazione religiosa dei Canonici Regolari Lateranensi, che aveva sede nel Monastero di San Giovanni in Monte. Così la struttura, dopo essere stata inizialmente convertita in Tribunale Speciale, venne adibita a carcere giudiziario. Nelle piccole celle, ricavate dal frazionamento dei vani in cui un tempo erano ospitati monaci e religiosi, fin da subito vennero collocati detenuti politici, disertori e delinquenti. La restaurazione del Governo pontificio non modificò in alcun modo la nuova realtà di San Giovanni in Monte, dato che anche dopo il tramonto dell'età napoleonica continuò a la sua funzione di carcere giudiziario. Tale situazione non mutò neanche con lo Stato unitario, che definiva “briganti”, “sovversivi” e “malfattori” anche i nuovi oppositori politici quali anarchici, internazionalisti, repubblicani e socialisti. Ad esempio, furono arrestati con l'accusa di cospirazione i partecipanti al II Congresso dell'Internazionale organizzato da Andrea Costa a Bologna nel marzo 1873, così come coloro che presero parte al fallito tentativo insurrezionale dell'agosto 1874. Tra i personaggi illustri che vennero incarcerati a San Giovanni in Monte spicca il nome di un giovane Giovanni Pascoli. Proprio all’età di 24 anni, quando era ancora uno studente, fu condannato dal 7 settembre al 22 dicembre 1879 dato che faceva parte di un’organizzazione considerata criminosa (l’Internazionale) e aveva manifestato il proprio disappunto in maniera troppo veemente. Il carcere durante il periodo nazista Durante l’occupazione tedesca San Giovanni in Montecontinuò a svolgere lo stesso ruolo, raccogliendo gli arrestati dalle varie autorità di polizia della Repubblica Sociale , e contemporaneamente divenendo il principale luogo di reclusione per le autorità militari e di polizia naziste. L’area di competenza del comando SS bolognese fu fino all’estate 1944 e a San Giovanni in Monte vennero fatti affluire numerosi detenuti politici anche da altre province (specie Modena, Ferrara, Ravenna e Forlì). Furono alcune centinaia i detenuti di San Giovanni in Monte coinvolti in esecuzioni e rappresaglie da parte di autorità fasciste e tedesche. Complessivamente fra l’8 settembre 1943 e la Liberazione, dalle celle e dai “cameroni” di San Giovanni in Monte transitarono oltre 7000 fra detenuti e detenute, sotto autorità sia italiana che tedesca. Per la maggior parte si trattava di prigionieri “politici”: partigiani, antifascisti, operai scioperanti, ma anche, renitenti al servizio militare e del lavoro, ex-militari, o semplici civili rastrellati. Nello stesso periodo il carcere bolognese funzionò anche come luogo di transito per prigionieri di guerra alleati e russi, e per internati ex-jugoslavi. Tra l’autunno 1943 e l’estate 1944 inoltre servì come luogo di concentramento per gli ebrei destinati allo sterminio, membri della comunità israelitica locale o ebrei stranieri in fuga dalla persecuzione razziale in atto nei paesi di origine. Complessivamente furono quasi un centinaio gli ebrei deportati a partire da San Giovanni in Monte. Da ricordare l’audace intervento di un nucleo di partigiani della 7a Gap che il 9 agosto 1944, immobilizzando il corpo di guardia, favorirono l’evasione di gran parte dei prigionieri della sezione maschile. San Giovanni in Monte si trasforma: da carcere a sede universitaria Infine la trasformazione conclusiva e definitiva. Nel 1984San Giovanni in Monte termina ufficialmente la sua funzione di carcere e nasce il progetto di riqualificazione, facendola diventare una vera e propria sede universitaria. Ad oggi, infatti, San Giovanni in Monte è la sede del Dipartimento di Storia Culture Civiltà, probabilmente la tipologia di indirizzo più consona per un edificio dalla valenza così significativa. Nello stesso anno il carcere, dunque, cambia sede e viene trasferito nel complesso della Dozza, diventando uno dei primi carceri di stampo moderno di tutta Italia. Pubblicato l'8 settembre 2020

Non solo al Condominio SCALO, ma anche al Centro Beltrame, la più grande struttura di accoglienza di Bologna che arriva ad ospitare circa 120 persone, i senza dimora diventano protagonisti. Il progetto in questione si differenzia però da quello di “Gira la Cartolina”, perché in questo caso i senza dimora possono lavorare come tuttofare veri e propri, aiutando aziende e associazioni del territorio bolognese sotto qualsiasi aspetto. Questo progetto si chiama “CIAP” e oggi te ne parleremo in maniera approfondita, spiegandoti anche quali sono le mansioni che vengono svolte quotidianamente dalle persone del Centro Beltrame. Nascita del progetto CIAP Il Centro Beltrame nasce inizialmente come dormitorio. Si trattava in sostanza di una risorsa per far dormire i senza dimora, una sorta di asilo notturno, dove la cosiddetta guardiania prevedeva anche il controllo costante dei “vigili urbani “. Per fortuna questa situazione evolve negli anni e con una certa gradualità si arriva ad un vero e proprio progetto sociale, che vede la persona accolta nella sua individualità e specificità. Tale evoluzione è stata possibile grazie all’impegno della Cooperativa Società Dolce che gestisce la struttura e alla volontà di Asp Città di Bologna e del Comune di Bologna. Ed ecco che si arriva alla costruzione del Laboratorio Belle Trame e allo sviluppo del progetto CIAP, nato ufficialmente come start up nel 2018, ma già attivo e sperimentato di fatto negli anni precedenti. Il nome del progetto in questione poi è alquanto singolare, perché proviene dalla parola “ciappinaro”, che in bolognese significa “tuttofare”. Solo che in questo caso i ciappinari non sono i classici artigiani, ma persone senza dimora che si sono reinventati come tuttofare e che diventano i veri protagonisti del progetto CIAP. Chi sono i “ciappinari” e come aderiscono al progetto All’interno delle attività interne, la struttura della Cirenaica offre la possibilità ai senza dimora di mettersi alla prova, dietro compenso, e svolgere proprio deipiccoli lavori, a seconda della loro naturale propensione. Gli operatori osservano e monitorano le capacità di ciascuna persona, per capire se davvero una mansione può fare al caso suo o no. E nella maggior parte dei casi si assiste a persone che sono davveromolto abili e capaci nel loro nuovo mestiere. Attualmente, ogni persona del centro Beltrame non ha solo un educatore di riferimento, ma ha anche un progetto specifico, al quale viene condotto tramite tirocini, colloqui e mansioni retribuite. Il Centro Beltrame ha anche molte associazioni all’interno della Cirenaica con cui ha instaurato negli anni una relazione, cercando di capire ogni volta quali fossero i bisogni più ricorrenti. Tra questi, vanno menzionati certamente le collaborazioni con Mercato Campi Aperti, Spazi Aperti, Mercato Sonato, ma anche con diverse associazioni sportivecome l’Associazione Sportiva Acquabluche hanno creato una vera e propria palestra popolare all’interno della struttura. Tutte queste realtà hanno bisogno di piccole manutenzioni e aiuti giornalieri per mantenersi al massimo dell’efficienza. Ed è così che i ciappinari sono entrati in gioco maggiormente, dato che sono stati impiegati direttamente con le associazioni. Queste ultime infine, in accordo proprio con i senza dimora, emettono il pagamento, valorizzando in questo modo le persone come lavoratori, garantendo loro anche la dignità che in passato hanno “perso per strada”. Le reazioni dei cittadini di San Donato Per la Cirenaica vedere questa struttura con ospiti disagiati e difficili da gestire nel quotidiano non è così semplice e la relazione con essi richiede un equilibrio, che va costruito in uno sforzo di comunicazione continuo. L’obiettivo è quello di continuare a lottare anche contro i pregiudizi e va fatto non semplicemente affermandolo, ma costruendo proprio progetti ad hoc come quello di CIAP, facendo capire ai bolognesi che i senza dimora non sono solo portatori di problemi, masono prima di tutto persone e anche abili lavoratori. Proprio grazie al progetto CIAP, in sinergia con il Laboratorio di Comunità Belle Trame, negli ultimi due anni i cittadini sono stati più che soddisfatti del lavoro svolto al Beltrame, perché tale progetto ha contribuito fortemente a riqualificare la zona e si è cominciato finalmente a vedere la struttura e coloro che la abitano con occhi diversi. Pubblicato il 1 settembre 2020

Ad inizio mese vi avevamo introdotto il Condominio SCALO, una realtà innovativa fondata sul concetto di cohousing applicato alle persone senza dimora nel quartiere Porto-Saragozza. Ma avevamo lasciato in sospeso tutto ciò che riguardava il Laboratorio SCALO, ovvero il laboratorio di comunità ideato per aiutare le fasce di persone più fragili a integrarsi nuovamente con la società bolognese, realizzato dalla Cooperativa Piazza Grande e voluto fortemente da Asp Città di Bologna e dal Comune di Bologna e che ha avuto il supporto da Insieme per il Lavoro. In particolare, c’è un progetto che ha preso piede più di tutti e che rappresenta il fiore all’occhiello del laboratorio: il progetto “Gira la Cartolina”. Ecco in cosa consiste. Come nasce il progetto “Gira la Cartolina” All’interno del laboratorio SCALO è in fase di sviluppo da circa due anni la startup “Gira la Cartolina” con lo scopo di creare opportunità di reddito vantaggiose per le persone più fragili economicamente , sfruttando le abilità e le capacità di ciascuno di loro. Il laboratorio SCALO, infatti, nasce dall’idea di raccontarsi ed espandere questo messaggio alla comunità, invece che rimanere confinati all’interno delle mura del Condominio SCALO. Come accennato in precedenza, Gira la Cartolina è il progetto principale del laboratorio di comunità, anche perché è l’unico che ha come obiettivo un vero e proprio reddito alle persone più bisognose. Il colore diverso che questo progetto vuole dare è quello di voler raccontare la città e la storia che essa ha da offrire conocchi diversi, mettendosi dal punto di vista di chi questa città la vive tutti i giorni e la conosce nei minimi dettagli. La scelta per i prossimi tour è ricaduta proprio su Porto-Saragozza in un’ottica di riapertura, proprio per far vedere il quartiere in maniera diversa, dove la tematica è quella della resistenza di ieri e di oggi. I Narratori: il nuovo ruolo dei senza dimora Ma chi è che effettivamente prende parte a questo progetto e lo cura? Sono proprio i senza dimora, che rivestono il ruolo di narratori, accompagnano in giro per Bologna turisti, ma anche cittadini, per far scoprire loro curiosità e aneddoti sulla città finora sconosciuti. Le persone senza dimora che partecipano a questo progetto ovviamente non improvvisano nulla. Insieme a guide autorizzate e specializzate seguono infatti svariati corsi di formazione, organizzati grazie ai fondi del Comune di Bologna, per poter apprendere al meglio questo mestiere. L’idea di fondo di questo progetto è dunque quella di parlare del quartiere attraverso gli occhi di chi lo vive quotidianamente, attraverso una narrazione esperienziale e artistica, che troppo spesso è passata inosservata. Coloro che nutrono la volontà e la passione nel narrare e nel narrarsi attraverso I luoghi partecipano al progetto Gira la Cartolina. Non a caso, gli acccompagnatori in questione hanno in comune la passione per l’arte, i quadri, nonché una propensione naturale al parlare in pubblico e intrattenere le persone. Grazie a questo progetto le persone più deboli e fragili possono finalmente uscire dal proprio disagio, diventando protagonisti e riuscendo ad essere al centro dell’attenzione. Le reazioni del quartiere e dei cittadini al progetto L’aspetto più positivo di tutto il progetto è il fatto che Gira la Cartolina ha raccolto tantissime adesioni e consensi, non solo da parte dei turisti, ma proprio dai bolognesi stessi, che hanno apprezzato fin da subito questa nuova tipologia di tour proposta dal laboratorio SCALO. Infatti, ci sono stati casi in cui alcune persone del quartiere hanno addirittura chiesto di poter svolgere attività come volontari. E se altre persone o passanti vedono che si svolgono attività insieme, è naturale che ci sia una percezione diversa e sicuramente migliore del progetto nel suo insieme. Basti pensare che nell’estate del 2019 Gira la Cartolina ha avuto così tanto successo che ha dovuto persino sospendere i tour, perché erano andati sold out e c’era troppa richiesta da parte dei turisti. Quest’anno purtroppo l’emergenza Covid ha scombussolato i piani e le aspettative, ma da giovedì 27 agosto il progetto Gira la Cartolina è pronto a tornare più forte di prima, ovviamente con tutte le doverose misure di sicurezza. Sono già stati infatti programmati, e inseriti all’interno del cartellone di Bologna Estate, 3 giovedì di tour fino a fine settembre (27 agosto, 10 settembre e 24 settembre). L’obiettivo è quello di organizzarne tanti altri ancora, così da poter tornare a raccontare il quartiere Porto-Saragozza e la città di Bologna da un’altra prospettiva, con narratori d’eccezione. Se volete partecipare ad uno dei tour in questione basta scrivere a questo indirizzo email e prenotarsi: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. document.getElementById('cloak1cf2a70a4f34285c44b1bcb6b26c5d47').innerHTML = ''; var prefix = 'ma' + 'il' + 'to'; var path = 'hr' + 'ef' + '='; var addy1cf2a70a4f34285c44b1bcb6b26c5d47 = 'giralacartolina' + '@'; addy1cf2a70a4f34285c44b1bcb6b26c5d47 = addy1cf2a70a4f34285c44b1bcb6b26c5d47 + 'piazzagrande' + '.' + 'it'; var addy_text1cf2a70a4f34285c44b1bcb6b26c5d47 = 'giralacartolina' + '@' + 'piazzagrande' + '.' + 'it';document.getElementById('cloak1cf2a70a4f34285c44b1bcb6b26c5d47').innerHTML += ''+addy_text1cf2a70a4f34285c44b1bcb6b26c5d47+''; Vi Aspettiamo! Pubblicato il 25 agosto 2020

Il fine principale del carcere, lo abbiamo sempre detto, è quello di far sì che i detenuti possano essere reinseriti a pieno in società e che possano quindi diventare una preziosa risorsa per la città. Nel carcere della Dozza ci sono diverse figure che si adoperano ogni giorno per raggiungere questo obiettivo. Alcune le avevamo già illustrate negli scorsi articoli, ma c’è una figura di cui ancora non vi avevamo parlato: l’operatore Cefal. In questo post, dunque, vogliamo fare chiarezza sul suo ruolo in carcere e far capire quali sono le difficoltà che si possono riscontrare durante il reinserimento in società dei detenuti. Di cosa si occupano gli operatori Cefal Cefal Emilia-Romagna nasce con l’intento di coniugare l’esperienza nella formazione, nella consulenza e nell’orientamento al lavoro con lo sviluppo di servizi diretti al territorio e alle dinamiche sociali che lo interessano. Gli operatori Cefal sono coloro che in carcere si occupano principalmente di detenuti, in particolare della loro inclusione lavorativa in alcuni progetti finalizzati ad un reinserimento corretto e graduale nella società. Si tratta di un percorso per il recluso che può prevedere sia la formazione in aula sia tre mesi di tirocinio, ma che in alcuni casi può prevedere solo il tirocinio. Gli operatori inizialmente incontrano i detenuti e propongono loro determinati percorsi, scelti in base alle capacità e alle attitudini di ciascuna persona. E la particolarità è che i percorsi che vengono proposti non solo garantiscono la possibilità di percepire 150€ al mese (ovvero l’indennità), ma prevedono inoltre la possibilità di essere assunti in azienda, una volta terminato il tirocinio. È chiaro che l’azienda non è mai obbligata ad assumere i tirocinanti ma in passato vi sono stati alcuni casi di successo che hanno trovato possibilità di assunzione dopo il percorso di tirocinio. Mediamente è un processo che si verifica una o due volte su dieci, ma quando ciò accade è naturale che sia un successo. La collaborazione con ASP Città di Bologna L’unione con ASP Città di Bologna - Servizio Grave emarginazione adulta avviene attraverso una prassi che si è istituita nel corso degli anni, instaurando una modalità proficua per entrambe e proseguendo con la persona in questione il più possibile. Si è deciso di adottare questa modalità di lavoro perché se nell’ambito del sociale non si lavora insieme, difficilmente si raggiungono gli obiettivi preposti e il rischio di fallimento è all’ordine del giorno. Le difficoltà che si incontrano in carcere La difficoltà più grande che gli operatori Cefal riscontrano nel proprio lavoro è certamente il pregiudizio, non solo dei cittadini ma delle aziende con le quali si cerca di collaborare. Come abbiamo anticipato precedentemente, è difficile trovare aziende disponibili per i tirocini e ad assumersi la responsabilità di inserire nell’organico un ex detenuto. Quando gli operatori Cefal cercano un'azienda idonea per l'inserimento di un detenuto circa 1 azienda su 30 è disposta a collaborare. Molto spesso se la persona in questione è straniera la difficoltà é maggiore. Purtroppo le diffidenze sono ancora tante. L’elemento positivo è che quando gli operatori Cefal individuano un’azienda disponibile vuol dire che all’interno di questa azienda ci sono persone eccezionali. Infatti accade che diverse aziende si facciano carico del reinserimento del detenuto nella società con grande accoglienza e disponibilità. Continueremo a parlare dei percorsi di tirocinio per i detenuti e dei settori più appetibili nei prossimi articoli, aggiungendo nuove informazioni e dettagli molto interessanti. Per cui restate sintonizzati e non perdetevi le nuove pubblicazioni. Il fine principale del carcere, lo abbiamo sempre detto, è quello di far sì che i detenuti possano essere reinseriti a pieno in società e che possano quindi diventare una preziosa #risorsa per la città. Pubblicato il 18 agosto 2020