Si è svolto a Palazzo D’Accursio l’incontro sulla libertà di stampa in Eritrea, alla presenza della Vicesindaca di Bologna Emily Clancy, in cui sono stati approfonditi i temi che portano alla fuga migliaia di persone verso il Mediterraneo.

di Marco Marano

La Sala degli Anziani di Palazzo D’Accursio, ha accolto, il 18 marzo, l’incontro sulla storia e la cronaca della dittatura eritrea, con un focus sulla libertà di stampa, anche grazie alle storie dei giornalisti scomparsi dal 2001. E qui ha trovato posto la denuncia sulla “narrazione tossica” relativa a chi scappa, passando per l’inferno libico, al fine di chiedere protezione internazionale in Italia e in Europa.

Nel 2024 gli arrivi in Italia dei rifugiati eritrei ammontano a 2130, mentre nei primi mesi del 2025 il numero è di 419. A Bologna nel semestre tra gennaio e giugno del 2024 sono stati inseriti nel progetto territoriale SAI 17 eritrei. Ma quando si parla di sbarchi a Lampedusa, la memoria non può che correre indietro a quel 3 ottobre 2013, quando persero la vita 368 persone, la maggior parte di nazionalità eritrea, data consegnata alla storia, che il Comune di Bologna volle raccogliere, intitolando una piazza cittadina a quell’evento.

Il diritto al giornalismo

Un appuntamento, quello di Sala degli Anziani, anticipato da un altro evento, cioè la mostra, sempre presso la sede del Comune di Bologna, dell’artista Gianluca Costantini, di cui sono esposti i ritratti di giornalisti, poeti, scrittori, cameramen uccisi o scomparsi, eritrei e del mondo. Un modo, segnala l’autore, per affermare il diritto al giornalismo: “Una volta i giornalisti venivano arrestati e in seguito uccisi, adesso, dopo Gaza, vengono direttamente mirati e uccisi.” I tanti ritratti dei volti è come se componessero un unico ritratto, quello compilato da Reporters sans Frontières, che pone l’Eritrea al 180° posto su una lista di 180 paesi, in tema di libertà di stampa.

La parola ai diritti umani

L’incontro organizzato da Siid Negash, Consigliere comunale di Bologna ed esule eritreo, è il primo di una serie di incontri sulla libertà di espressione in Eritrea e nel mondo. Questo perché, come osserva Negash, Bologna è la più importante città ad insediamento eritreo, dove si facevano vari festival…” Una città dove tradizionalmente vi è un conflitto latente tra esuli, asilianti e attivisti dei diritti umani, in antitesi ai gruppi organizzati, vicini al regime dittatoriale di Isaias Afewerki…

Dalla dittatura ai pericoli della nostra democrazia

A presenziare l’evento è stata la Vicesindaca del Comune di Bologna Emily Clancy, che ha denunciato con forza la tragedia Eritrea: “La situazione in Eritrea è una delle più drammatiche. Afewerki ha cancellato le libertà, qualunque reazione è impossibile: ogni forma di dissenso viene repressa…"

Ma la Vicesindaca non si è solo soffermata sulla situazione eritrea, poiché ha messo in guardia sui potenziali rischi che oggi vive la libertà di stampa in Italia: “Ci sono giornalisti, nel nostro paese, che vengono spiati, come appunto il Direttore di Fanpage… Pensiamo alla reazione sull’inchiesta, è stata ribaltata la dimensione lessicale… Ma è una tendenza politica in tutto il mondo, e le fake news ne sono un’altra espressione…”

La lotta per la libertà di espressione

C’è da dire che l’impegno dell’amministrazione bolognese nella lotta per la libertà di espressione e dei diritti umani è uno dei capisaldi della politica sotto le Due Torri: dal sostegno a Patrick Zaki, al riconoscimento della cittadinanza onoraria al leader curdo,  Abdullah Öcalan, imprigionato da decenni nelle carceri turche. “La scelta di questa amministrazione è di portare avanti legami transfrontalieri (…) Non c’è giustizia senza libertà di stampa”, ha così concluso la Vicesindaca Clancy.

Da quel giorno del 2001

Il Consigliere Siid Negash, lancia subito un allarme: “Al confine con l’Etiopia si stanno armando tutti!” Si, perché la guerra con l’Etiopia è la principale chiave di lettura della situazione politica in Eritrea. Una guerra chiusa ma tenuta sempre viva dal dittatore eritreo per sottomettere, attraverso il permanente stato di emergenza, l’intero paese, rendendo la leva militare a tempo indeterminato.

Negash racconta come fino a quel tragico 18 settembre 2001 la popolazione non avvertiva il peso di un sistema autocratico. Non c’era coscienza, insomma, di quello che si andava a strutturare negli anni a seguire. “Mentre il mondo era sconvolto per la tragedia delle Torri gemelle,  - ricorda il Consigliere comunale - quello fu il momento in cui il regime fece vedere il suo vero volto, tramite le sparizioni forzate, che ha portato a 15.000 prigionieri politici, e l’edificazione di 360 carceri. ”

La crudeltà degli eventi

La guerra d’Indipendenza con l’Etiopia si concluse nel 1991, e Isaias Afewerki in quanto capo del Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo (FLPE) si autoproclamò Presidente. Da quel momento governa il paese, senza elezioni, sotto una ferrea dittatura, individuando nell’Etiopia la minaccia permanente, con gli abusi nella regione del Tigray. Non esiste una Costituzione, non esiste un Parlamento, non esiste una magistratura indipendente, esiste un solo partito, quello del dittatore, il  Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia. C’è un sistematico clima da delazione tra i cittadini sia dentro i confini che fuori. Non esiste la libertà di religione, e tutti i culti, anche quelli riconosciuti, vengono repressi, se non allineati al regime.

Dal rapporto 2025 di Human Rights Watch: “Gli arresti vengono spesso effettuati senza mandati o notifica delle accuse e molti eritrei, in particolare presunti dissidenti, critici del governo, difensori dei diritti umani, leader religiosi e giornalisti, sono sottoposti a sparizione forzata per anni o addirittura decenni. Alcuni sono tenuti in isolamento in luoghi non divulgati, mentre si pensa che altri siano stati uccisi o siano morti in detenzione (…)  Il governo ha intimidito gli eritrei della diaspora, provocando una crescente polarizzazione tra sostenitori del governo e opposizione, che  in alcune occasioni ha portato a violenti scontri. Gli eritrei hanno continuato a fuggire dalla repressione solo per affrontare condizioni in peggioramento nei paesi confinanti. In Sudan, dove  centinaia di migliaia di eritrei hanno cercato rifugio prima del conflitto del paese, i rifugiati eritrei hanno dovuto affrontare violenze e  abusi , tra cui  la violenza sessuale. Allo stesso modo, in Etiopia, i rifugiati eritrei hanno continuato a subire abusi nella regione di Amhara colpita dal conflitto.”

Tra fuga e controllo sociale

Siid Negash, racconta come la fuga comporti l’attraversamento del deserto, e una volta raggiunta la Libia il rischio di essere arrestati e portati in uno dei lager libici è molto alta, e lì la tortura è una delle pratiche subite di certo. Di tutto questo non si parla, lamenta il Consigliere bolognese: “Nessuno né sa niente, non c’è nessun approfondimento per capire da cosa scappano gli eritrei (…) Un silenzio che alimenta la narrazione tossica sui migranti.”

E poi c’è il controllo sociale fuori dai confini del paese, come rappresentava il rapporto di Human Rights Watch, un controllo che viene esercitato sia da persone che lavorano in posti chiave, che dalla tassa del 2 per cento sul reddito, che ogni eritreo, in qualsiasi parte del mondo si trovi, ha l’obbligo di pagare, e chi si rifiuta non può rientrare nel paese, con l’ovvio impedimento nei confronti della famiglia d’origine. Oppure subirà ritorsioni da parte delle ambasciate e delle sedi consolari. Chi fa domanda di asilo politico, è destinato a sottostare a queste dinamiche: “Se devi fare la richiesta di asilo politico, troverai un mediatore legato al regime… Ma li troverai anche nei sindacati, nei partiti (…) Se ti viene riconosciuta la protezione sussidiaria, e non assolvi agli obblighi relativi alla tassa del 2 per cento, non puoi fare il passaporto…”

L’idea di libertà repressa

Abraham Tesfai, attivista di lungo corso del Movimento internazionalista “Eritrea Democratica”, è uno di quelli che in Libia c’è passato durante la sua fuga. Conosce molto bene i lager libici, per esservi stato imprigionato. Abraham, ormai da anni, è uno dei pochi che riesce a mettersi in contatto con alcuni reclusi eritrei, denunciando a gran voce l’orrore di quei luoghi.

Abrahm racconta le storie di quegli 11 giornalisti scomparsi nelle carceri eritree nel 2001, mentre il mondo era scosso dal disastro delle torri gemelle. Giornalisti, poeti, drammaturghi, intellettuali, erano tutti provenienti dalla lotta armata per l’indipendenza dell’Eritrea. E l’idea di libertà se la portarono dietro con il nuovo regime, così di loro non si seppe più niente. E la stessa fine toccò ad un gruppo di alti funzionari dello Stato, tra cui ministri, che chiedevano ad Afewerki, un confronto sulle politiche governative degli ultimi anni: anche loro scomparsi nelle carceri eritree.

I legami storici con l’Italia

Vittorio Longhi, giornalista che collabora con “Carta di Roma” e “Articolo 21”, parla delle cause del processo migratorio, di masse di cittadini eritrei costretti alla migrazione, in quella che è considerata la peggiore dittatura del mondo, seconda solo alla Corea del Nord: “L’Eritrea - afferma il giornalista – è un piccolo paese che produce più rifugiati di ogni altro.” Ma c’è un fatto strano segnalato da Longhi che riguarda proprio il nostro paese: “L’Italia concede l’asilo politico, ma spinge le imprese a fare affari con l’Eritrea (…) Il Ministro Urso - continua Longhi - sta incontrando con una delegazione di imprese, le istituzioni eritree. C’è l’Enel, la Fincantieri, le ferrovie, il Policlinico Gemelli, dato che il regime ha nazionalizzato molte cliniche…” Così il giornalista spiega come l’Italia sia il terzo partner commerciale dell’Eritrea, dopo la Cina e gli Emirati arabi. Secondo il dato del Ministero degli Interni il 18,8 per cento delle esportazioni manifatturiere in Eritrea sono italiane.

Se la narrazione sul “Piano Mattei” del governo italiano riporta ai legami storici con l’Eritrea, Longhi sottolinea che questo non è mai stato un legame prodotto da amicizia ma dal colonialismo, quindi da occupazioni militari: “Si pensi, - conclude il giornalista - a proposito del legame storico con l’Italia, che nelle carceri eritree, proprio dove sono imprigionati i dissidenti, la lista delle torture è scritta in italiano…”

Dalle uccisioni alla prigionia digitale

Franca Menneas, di Amnesty International ha passato in rassegna alcuni aspetti della situazione internazionale sulla repressione della libertà di stampa: dai 200 giornalisti palestinesi uccisi dalla ripresa delle ostilità di quell'infausto 8 ottobre, ai 43 operatori dell’informazione russi dentro le galere ucraine. Poi ci sono i dati del Messico con i 141 giornalisti uccisi dal 2000, e infine il tema della “prigionia digitale”, che riguarda, come ricordava la Vicesindaca Clancy, lo spionaggio attraverso gli spyware…

La tragedia di un popolo

Infine Luwam Mebrahtu Gebrehiwel, attivista eritrea, ha portato la sua testimonianza personale: “Immaginate di crescere in un paese dove il semplice atto di cercare la verità diventa un crimine… Quando da un giorno all’altro trovate un'unica fonte di informazioni… Persino pronunciare il nome dei potenti diventa un crimine, dove tutti sono ostaggi della censura… E’ questa la tragedia di un intero popolo…”

Credits Marco Marano

Chiara Amato
Modificato in data:  20-03-2025