Dentro il racconto di un corso di formazione di meccanica, indirizzato ai minori stranieri non accompagnati, non vi sono soltanto le dinamiche del rapporto didattico, con i suoi programmi e le sue metodologie, ma vi sono anche le storie interiori dei ragazzi, le loro incognite, le loro paure, le loro gioie, cioè tutti quegli elementi che ci portano a capire chi sono veramente questi ragazzi.

 

di Fabio Artoni*

 

Legge il disegno, prende il pezzo, misura con il micrometro, stringe il pezzo nella morsa, lo smussa con la lima e lo accarezza con i polpastrelli, facendo quello che una macchina utensile non sa fare. Va alla macchina, assicura il pezzo e osserva un paesaggio grigio e lucido d’olio di leve e manopole. Ci pensa su, valuta il da farsi prima che sia troppo tardi regolando una manopola. Poi schiaccia un tasto verde. E solo in quel momento sembra che la macchina faccia tutto da sola.



“Ma guarda che bravo…” gli dico “Davvero hai imparato a fare tutte queste cose in un paio di mesi di scuola?” E quella faccia dal sorriso contratto, dove le parole escono a fatica e non solo in italiano ma anche nella sua lingua dell’Europa dell’est, bisogna immaginarsela in una scena in campo lungo, tra un gruppo di ragazzi in camice blu e frese e torni e morse con i loro rumori da fumetti: sdeng, bzzz, brrr... Il sorriso è sempre un accenno ma c’è energia, vibrazioni positive. Intanto che sorride però, schiaccia il tasto rosso e ferma la macchina. Dice di lui l’insegnante: “Qualche volta arriva in ritardo, Se ha passato una notte in giro con gli amici me ne accorgo e ci vuole della pazienza in più. È un ragazzo che ha carisma e senso dello humor ma, soprattutto, lui è proprio un lavoratore”.

L’abitudine alle frasi confezionate – la conquista del “senso di identità” o la “dignità del lavoro” - va sempre rinfrescata con la realtà, che qualche volta offre pepite d’oro lungo la strada. Ne incontro qualcun’altra, di pepite, passando un’oretta tra i ragazzi in questo laboratorio dei Salesiani di Bologna, durante un corso breve per meccanica di sistemi per minorenni in arrivo da paesi stranieri e ospiti in comunità d’accoglienza. Di un ragazzo nordafricano, minuto, gli educatori dicono solo bene ma anche che ha pensieri non da poco, come quello di un fratello più grande senza tetto per le strade di Bologna d’inverno. Con quei baffetti mai rasati non se li merita questi pensieri, ma al tornio è, come si dice, “in the zone”, in quel tempo sospeso dal tempo dove c’è solo la concentrazione. Un altro ragazzo invece ha il pallino della saldatura, imparata in un paese del Nord Africa, e voleva fare solo quello, il saldatore. Una magnifica ossessione perché pare che sia quasi più bravo del suo insegnante.

La lacrima dell’ottimismo si asciuga quando si parla invece di un ragazzo coinvolto in una rissa, e di un altro che spesso è assente e quando c’è è come se fosse assente lo stesso. L’insegnante che racconta come questi ragazzi stanno affrontando questa formazione passa dalle competenze tecniche agli interessi, dallo spirito critico alla voglia di vivere… senza tracciare frontiere, ben sapendo che una testa ben fatta non è una testa piena di nozioni e istruzioni. Di quel ragazzo che giocherebbe pure molto bene a pallone se solo ne avesse la voglia dice che “sembra che non sappia dov’è, fa fatica a interpretare il mondo”.

Trovare un bandolo in una matassa fatta di giornate da adolescente, abbandoni e nostalgie e innamoramenti, sogni e disillusioni è difficile. Per restare terra terra ci si chiede perché abbia problemi con la lettura dell’italiano quando è il migliore in quello parlato, perché sia così goffo con le mani quando è un mago con in piedi. Sarà forse prendere delle misure e fare dei calcoli che lo scoraggia? Ci si accorge che ci vorrebbero specialisti per una diagnosi, da chiamare ai primi sospetti e prima che venga fatta una scelta scolastica da cui poi non si ha tempo per tornare indietro.

Ma su motivi ed effetti che pesano su ragazzi di sedici e diciassette anni che hanno lasciato famiglie, amici e infanzia in Egitto, Tunisia, Gambia, Albania, Pakistan… ci si torna quando si va alla ricerca del perché di devianze, aggressività e violenza, depressioni. Chi sente di avere l’eurocentrismo tatuato sulla pelle potrebbe cominciare a mettere in dubbio il pensare che il mondo urbano occidentale è quello che più si avvicina al migliore dei mondi possibili.

Ad alimentare le domande su quanto integrazione e adattamento debbano avere il respiro lungo – in spazi dove vivono tanti destini incrociati - mi aiuta la voglia di un caffè macchiato e un bar proprio di fronte alla chiesa del Sacro Cuore. Si chiama Bar Don Bosco, e a prepararmi il caffè è il titolare, un ragazzo egiziano musulmano che ha studiato dai salesiani al Cairo, è arrivato in Italia cinque anni fa e quando ha aperto un bar ha voluto dargli il nome del Santo della Congregazione Salesiana. I destini incrociati, eccoli qua… Con chi meglio di lui parlare dei ragazzi nordafricani che ho appena incontrato, di problemi e opportunità? L’Occidente può offrire grandi opportunità, Bologna una cultura che sa rinnovarsi, i barettini sotto i portici anche una swinging Bologna… Ma se uno ha in mente l’energia di una città come il Cairo, la sua cultura, i caffè affollati, i barbieri aperti alle tre di notte, le famiglie che quando scende la sera portano pile di sedie dalle case fino a un ponte dove a godersi il fresco del Nilo… deve immaginarsi l’altrui nostalgia.

 In un corso breve di meccanica di quattro mesi, il programma prevede lezioni di italiano, di sicurezza sul lavoro, disegno e laboratorio. E si è appena a metà strada quando si va fuori a vedere da vicino il famoso mercato, quello che si dice che nella metalmeccanica emiliana domandi e non trovi, quello che cerca giovani motivati insomma. Le aziende, in questo sistema, devono essere dei partner nella formazione facendo quello che sanno fare. E ce ne è bisogno di partner perché questi ragazzi in quattro mesi partono da sprinter con la teoria e poi si catapultano in un mondo di adulti al lavoro. I ragazzi degli Istituti Professionali sono mezzofondisti che possono adeguare il passo nei tre anni che li portano a qualifica. Il fiatone è lo stesso anche se tra i programmi c’è una voragine ma certo i corsisti veloci devono essere flessibili e tenaci, come il materiale nobile. Per questo mi sembrano pepite d’oro queste piccole storie. 

Lo stage, dunque, un nuovo fronte nella corsa all’adattamento.  Per qualcuno l’insegnante ha già l’indirizzo della fabbrica in tasca, per altri rimane il cruccio di non andare verso un fallimento annunciato. La strada è in salita, le soluzioni precarie: un orario ridotto? un posto vicino? un educatore dedicato?

Nel 2023 la regione Emilia Romagna ha messo a disposizione dei minori stranieri non accompagnati (Msna) dei fondi con cui il Sistema Accoglienza Integrazione (Sai) ha organizzato con gli enti formativi dei corsi brevi di termoidraulica, installazione di impianti elettrici, meccanica di sistemi, riparazione d’autovetture, ristorazione. Una manna di opportunità, anche se sembra ingessata nei font Arial in grassetto di un bando pubblico. Ma se i nomi sono ostici basta pensare che scuola e lavoro hanno di volta in volta la faccia di una cucina e di una sala bar, del furgone che la mattina presto parte con condizionatori e giratubi nel cassone, fili e cavi penzoloni da un soffitto in cerca di luce, officine e ponti per oli esausti e pastiglie consumate.

La didattica che gli enti di formazione hanno messo a punto non nasce dal niente. Prima di entrare e assaggiare in corsa la scuola e il lavoro, i ragazzi avrebbero bisogno di tornare a temperare le matite o farlo per la prima volta, a seconda della sorte che gli è capitata, di mettere insieme squadra e riga su un foglio a quadretti, di prendere misure, spelare fili e avvitare mandrini, parlare con artigiani appassionati, vedere officine e cantieri e dei Ratatouille nelle cucine. E poi, immaginarsi il futuro.

*Tutor Area Formazione/Lavoro SAI MSNA

Photo credit: Fabio Artoni

 

Chiara Amato
Modificato in data:  23-02-2024