Quali sono le parole chiave possibili per dare significato agli interventi nell’ambito della povertà educativa? Lo abbiamo scoperto percorrendo le strade del progetto Act.
di Marco Marano
Il viaggio intrapreso alla scoperta del lavoro sul campo, nella sfera del Progetto Act, sulla povertà educativa dei minori, con capofila la Cooperativa Cidas, realizzato nelle città di Bologna, Ferrara e Ravenna, ci ha permesso di leggere con più chiarezza le caratteristiche dei territori di riferimento. Non solo, ma ci ha portato dentro quelle organizzazioni di terzo settore che quotidianamente intervengono sui bisogni che i territori pongono all’attenzione. Per ogni dimensione territoriale abbiamo intercettato delle parole chiave che le caratterizzano…
Le frontiere del territorio urbano
A Bologna abbiamo conosciuto il lavoro di Arci e dell’Antoniano, giocato sul rapporto tra frontiere urbane ed una costante ricerca di appartenenza. Sara Beretta educatrice: “Lavoriamo con ragazzi che soffrono le limitazioni economiche e sociali, e ciò determina una incapacità di cogliere quello che c’è oltre la propria quotidianità. Non avere accesso alle possibilità che la città mette a disposizione è di per sé un indicatore di povertà relazionale.”
Seguendo Sara sul suo cammino, abbiamo scoperto un luogo in ascolto con il territorio, per bambini, giovani e famiglie. Lì, l’elastico sociale delle ingiustizie si restringe, grazie a inclusività incontro, scambio e crescita. “Questo è lo Spazio Zeta, il fulcro di una comunità educante, guidata dall’alleanza tra la scuola e le altre agenzie sociali, per intervenire sulla povertà educativa, favorendo il senso di appartenenza di bambini e ragazzi, attraverso percorsi socio-educativi…”
Alla ricerca del senso di appartenenza
Fuori le mura, dietro quei lunghi viali che avvolgono la città, vi è un luogo magico… E’ una mensa: l’Antoniano. Lì, le sere sono meno buie, per molte di quelle famiglie. Perché garantire un pasto caldo a chi vive in povertà significa anche alimentare la fiducia e la speranza dentro un luogo di condivisione e di vita comune.
Giulia Ambrosetto è la psicologa del Servizio sociale dell’Antoniano di Bologna: “Si, è vero! La mensa serale non è un luogo di transito ma di presa in carico. L’accoglienza delle famiglie così si trasforma in programma d’intervento, dove le paure, i bisogni e le speranze vengono canalizzate nel percorso di rinascita. Il nostro Centro d’ascolto fa quindi un’analisi dei casi, intercettati durante la convivialità dei pasti.”
Così, nelle sere buie, le mamme e i papà si raccolgono con i loro figli in un luogo sereno, all’interno di quello che assomiglia al focolare domestico smarrito o forse perduto. Ritrovarsi, senza riflettere sul peso della vita, è il primo ed essenziale momento per poter pensare ad una rinascita. “Non solo questo. Laddove le patologie croniche ricevono più attenzione, rispetto a quelle meno evidenti, cioè più nascoste, spesso, proprio per questa ragione, non vengono prese in carico. Con il nostro progetto abbiamo invece voluto porre l’attenzione sulle patologie individuate come non decisive…”
I ragazzi del mondo arrivano in città
Ma nella città delle Due Torri una indagine sui minori stranieri non accompagnati, condotta da Unibo e coadiuvata dall’Asp Città di Bologna, ha finalmente aperto un varco informativo su chi sono questi ragazzini, protagonisti di un esodo epocale dai paesi terzomondisti all’Europa. Ma perché c’è bisogno di conoscerli davvero questi giovani? Perché l’opinione pubblica è informata sul fenomeno solo dalle pagine delle cronache nere, che naturalmente ne rappresentano un pezzetto residuale.
Così, Unibo ci ha portati dentro la vita dei “ragazzi del mondo” arrivati in città, attraverso dei focus-group, con minori di prima e seconda accoglienza. Lo studio è stato effettuato dai ricercatori del Dipartimento di Scienze dell’Educazione, con alla guida la Professoressa Stefania Lorenzini, titolare della Cattedra di Pedagogia interculturale: “I lavori dei focus group sono stati incentrati su questioni utilizzate da stimolo, per sollecitare lo scambio libero. Diverse sono state le tematiche affrontate… Innanzitutto le questioni sulla loro vita nelle comunità, in cui sono stati accolti: la convivenza, la condivisione degli spazi, il compagno di stanza, quello che fa rumore, quello che russa… Ma anche i conflitti e le risorse nelle relazioni con i coetanei e con gli operatori/operatrici.”
Le tematiche sensibili emerse dalla ricerca vanno, quindi, dai conflitti in comunità alle relazioni nella e con la città, ma anche discriminazioni e ricerca di autonomia. Il rapporto tra i generi è l’ambito più interessante poiché vi è il permanente incontro/scontro tra cultura tradizionale e modello occidentale, che può avere ricadute in termini di lettura della realtà. Un elemento connotativo nei rapporti di genere riguarda la relazione d’aiuto con le operatrici dell’accoglienza, ricondotte, alla figura materna. La professoressa Lorenzini: “La nostra idea di integrazione deve mettere insieme, appunto integrare, aspetti legati alle origini e alla propria identità con le esperienze compiute nel nuovo contesto di approdo; non corrisponde cioè ad una attesa rapida e completa di assimilazione e adeguamento a tutto ciò che fa parte del nuovo contesto d’accoglienza.”
Imparare a pensarsi liberi
Dalla ricerca di Unibo si sono potuti estrapolare elementi per una sperimentazione della piattaforma per imparare la lingua italiana, indirizzata ai minori stranieri non accompagnati e rivolta agli insegnanti L2. Camilla Ranauro, insegnante di Cidas spiega: “Essendo adolescenti, sono in una fase di ricerca della propria autonomia, ma anche di ricerca di nessi identitari, perché hanno perduto i riferimenti culturali dei loro paesi di provenienza. Essendo accolti in un paese straniero inoltre, è più difficile per loro autodeterminarsi.”
Un sistema online interattivo di apprendimento come quello messo in piedi dalla azienda olandese Erikson ha avuto bisogno di sperimentazione per verificare sia la funzionalità che la risposta da parte dei giovani in aula. In tal senso, l’uso del cellulare è stato catartico. Camilla Ranauro: “La piattaforma ha riscosso un grande successo tra i ragazzi. L’idea di poter studiare attraverso gli smartphone è stata vincente. Essi erano molto presi, anche perché lo hanno interpretato come un gioco. C’è da dire che l’uso dei cellulari in aula viene assolutamente censurato, poiché è un elemento di alienazione. Questa volta invece erano tutti coinvolti e per me è stato incredibile vederli in questa versione… Se da un lato il cellulare in aula è sempre stato una distrazione, con questo metodo di apprendimento abbiamo ribaltato il suo significato quotidiano: dalla distrazione all’apprendimento.”
Alla scoperta del possibile
Sono tre le storie avvincenti tra Ferrara e Ravenna, tutte rivelatrici di un incanto o di un artificio: la scoperta del possibile… Perché diventa possibile scoprire il passato medievale di Ferrara, attraverso una mappa, per permettere ai bambini, insieme ai loro genitori, di ripercorrere le mura antiche su una bicicletta. Riscoprire il passato significa riconoscersi, e quelle mura sono state dichiarate dall’Unesco, nel 1999, patrimonio dell’umanità... Nella città delle biciclette, dove prevalgono sui mezzi a motore, il centro storico diventa quasi un luogo ancestrale. Così, il rapporto tra educazione civica e questo antico mezzo di trasporto, grazie ai progetti territoriali, si trasforma in dimensione identitaria possibile…
Simone Dovigo, presidente dell’associazione Witoor, spiega l’evento della caccia al tesoro, rappresentato dalle fontane del centro storico: “In quella occasione abbiamo pensato di organizzare una particolare caccia al tesoro, partendo dal parco urbano di Ferrara, che si trova fuori le mura, per andare lungo le piste ciclabili, dentro le mura. Il tesoro era rappresentato dalle fontane pubbliche di Ferrara: chi riusciva a scoprirne di più vinceva la gara.”
Percorrendo il fiume
Sul Delta del Po, scopriamo un’altra realtà ancestrale, che richiama le storie di Guareschi: Comacchio. Un piccolo mondo antico, per dirla con le parole del celebre scrittore, che ci porta questa volta, dopo le mura antiche ferraresi, direttamente sul fiume.
Arianna Meletti, è l’infaticabile artefice della cooperativa Girogirotondo, la quale ha ridefinito l’approccio ai progetti territoriali, passando dalle prassi socio-pedagogiche, ad una visione umanistica del territorio: “Il tema che ci vede molto impegnati – racconta Arianna – è quello relativo alla valorizzazione del territorio, non solo per conoscere e scoprire le ricchezze naturali, ma anche per avere una consapevolezza delle dimensioni culturali, artistiche, monumentali: se la realtà ha le radici nella tradizione e nella nostra storia, conoscerla è importante. Abbiamo coinvolto due storici locali, uno dei quali era proprio il Capovalle delle valli di Comacchio, questo perché le cose che raccontano loro non le sanno neanche gli studiosi. In questo senso abbiamo svolto dei laboratori di dialetto, poiché i giovani lo stanno perdendo: dietro una parola si possono nascondere tante cose…”
Anche qui siamo di fronte alla scoperta del possibile, cioè l’osmosi tra il sistema scolastico, infanzia, primaria e secondaria, ed il Centro Socio Occupazionale, promosso dalla Cooperativa Girogirotondo: “Cerchiamo di fare opere di sostegno rivolte ai minori da 0 ai 18 anni. Abbiamo, ad esempio, un Centro Socio Occupazionale, in cui è nato un laboratorio di argilla. Ci sono, al nostro interno, persone con disabilità, che hanno realizzato prodotti in ceramica solidale, proprio dentro il CSO. I prodotti realizzati vengono poi venduti presso il negozio “Dune di sabbia”, in cui lavorano stabilmente un socio ed un dipendente.”
Da un’altra parte dell’Emilia Romagna
Sul territorio ravennate ci imbattiamo nella dimensione della rappresentazione scenica, quella che il regista Eugenio Barba chiamava, appunto il luogo del possibile”. Almagià, il quale trasforma gli spazi di rappresentazione in luoghi del possibile, costruisce modi di operare con i minori, attraverso il progetto “Cut And Mix”. I protagonisti sono i ragazzi della scuola Secondaria di Primo Grado Montanari. Tra questi vi erano ottanta minori a rischio, in termini di dispersione scolastica e povertà educativa. Quaranta sono stati segnalati dalla scuola stessa; venti minori stranieri, accompagnati dagli educatori. Novanta sono state le ore complessive, attraverso cui sono state realizzate ottanta ore di incontri frontali, durante il pomeriggio.
Tutto è ruotato intorno ad un progetto di arti performative, dove il Teatro di figura, cioè quello legato alle dimensioni visiva e sensoriale tipiche del mondo dei burattini e delle marionette, mette in scena il rapporto tra ombre, oggetti e voci, costruendo una specifica drammaturgia.
Così, leggiamo in un report dell’Associazione Almagià: “All’interno di Cut And Mix hanno sperimentato danza ed espressione corporea, note drammaturgiche, musica, costruzione di marionette, maschere, materiali scenotecnici e costumi con materiali di riciclo e, allo stesso tempo, hanno sperimentato una riflessione sulle stagioni, sugli ecosistemi, sui cambiamenti climatici e sull’importanza della biodiversità, della cura dei luoghi e del nostro tempo, di chi siamo.”
FONTE: https://percorsiconibambini.it/act/
Pubblicato il 21/12/2023
