di Marco Marano

A Bologna, nel 2024, sono stati 283 i minori tunisini rintracciati sul territorio, in rapporto ad un totale di 599 unità. Ma l'aritmetica racconta fino ad un certo punto le significazioni legate ai processi sociali, indi per cui necessitano approfondimenti che raccontino il contesto fattuale. Viceversa si rischia di perdersi nei labirinti di senso, e se lì perdi la strada, avanza la terribile percezione sociale di una realtà distorta.
Se come dicevano i padri della filosofia, è il logos, cioè il discorrere secondo ragione, a dover stare al centro del mondo sociale, oggi la ragione, pur trattandosi di una società scientista, è stata sostituita dalla percezione. Ma la percezione però non ci dice nulla di questo mondo, se non quello di alterare i termini della realtà. Allora vediamola questa realtà, attraverso le informazioni fornite da chi lavora sul campo…
I report internazionali
Il rapporto di Amnesty International 2023/24 sulla situazione tunisina è alquanto chiaro: “Commenti di stampo razzista rilasciati dal presidente hanno innescato un’ondata di aggressioni contro le persone nere e di arresti. Le autorità hanno incrementato in modo esponenziale il numero delle intercettazioni in mare, effettuando espulsioni di massa ai confini con l’Algeria e la Libia.”
Ma vediamo chi sono queste persone nere, dal sito dell'UNHCR: ”Attualmente, oltre 9.000 rifugiati e richiedenti asilo sono registrati presso l'UNHCR in Tunisia, provenienti principalmente dal Medio Oriente, dall'area subsahariana e dal corno d'Africa. La maggior parte raggiunge la Tunisia via terra o via aerea dai paesi confinanti e, nell'ambito di movimenti misti, via mare o via terra da/per la Libia/Algeria.”
Dal rapporto ”asilo in europa” del 2022: ”In Tunisia, il sistema legislativo in materia di immigrazione e protezione internazionale è disorganico, pertanto l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati sostituisce il governo tunisino nella gestione della procedura di determinazione dello status di rifugiato. A causa dell’alto numero di domande di asilo e di una generale carenza di fondi, i migranti in Tunisia sono costretti a lunghe attese per ottenere il riconoscimento dello status, subendo così in prima persona il menzionato vuoto legislativo e la conseguente compressione dei loro diritti e delle libertà fondamentali...”
Così, pur avendo i documenti in regola (la carta del rifugiato), se un rifugiato volesse ricevere cure mediche dovrebbe pagare di tasca propria, nel caso in cui abbia il denaro per farlo, e solo dopo può richiedere un rimborso all'UNHCR.
Elementi per un'analisi sociale
Quello dei processi migratori, che vedono la Tunisia, in questo momento, al centro delle questioni internazionali e degli accordi con l’Europa, e nello specifico con l’Italia, rappresenta forse la più efficace chiave di lettura, per comprendere i caratteri del paese. Questo perché se le analisi delle Ong si fermano ai migranti provenienti dall’Africa subsahariana, la grande fenomenologia che sta investendo questo paese riguarda invece la fuga di massa di una generazione di minori stranieri non accompagnati…
La domanda ragionata è dunque: da cosa scappano i giovanissimi tunisini? Da quale realtà sociale? Se consideriamo che la maggioranza di essi viaggiano per mare dietro l’assenso o la sollecitazione dei genitori, i caratteri di questo fenomeno non riguardano più soltanto i ragazzi ma l’intera dimensione familiare. Una dimensione che si rapporta quotidianamente con povertà, mancanza di acqua e cibo: “L’aggravamento della crisi economica e l’aumento del costo della vita – continua il resoconto di Amnesty - hanno minacciato ulteriormente l’accesso a un’ampia gamma di diritti economici e sociali, incluso il diritto al cibo.”
C'è una vicenda, raccontata dal giornale “Internazionale”, nell'aprile di quest'anno, sulla divaricazione tra autorità e cittadini. E' la storia di Yassine Selmi, di 22 anni, morto dopo due giorni di agonia, per essersi dato fuoco davanti un commissariato, in seguito ad una lite con dei poliziotti, i quali avevano minacciato di rinchiudere il giovane in galera... E questa è una storia che ricorda tanto quella di Mohamed Bouazizi, il giovane che nel 2011, dopo una serie di soprusi da parte delle forze dell'ordine, si diede fuoco, innescando la primavera araba: era ancora il tempo di Ben Ali...
Se queste sono le condizioni sociali delle famiglie, il contesto all’interno del quale la difficile vita quotidiana si svolge è costituito da una lista proposta da Amnesty: “Accuse infondate contro esponenti dell’opposizione (…) Decine di persone che protestavano per la giustizia sociale e l’ambiente sono state perseguite ingiustamente…“
L‘approdo bolognese
La comunità dei minori tunisini è sicuramente quella più sviluppata, nel bolognese, seguono, con numeri molto inferiori, altri gruppi nazionali, che formano dei blocchi costanti, cioè tradizionalmente presenti da diversi anni sul territorio. Vediamo i numeri del 2023: i giovani egiziani sono stati 114, quelli albanesi 70, i marocchini 47, e infine i gambiani 46. Nel 2024 ci sono state piccole variazioni. L’Egitto sempre al secondo posto con 102 rintracci, segue il sorpasso del Gambia sull’Albania con 56 rintracci contro 53, e sul Marocco con i suoi 34 rintracci.
Il fenomeno dell’esodo dei ragazzi tunisini si è massicciamente sviluppato, a Bologna, nel 2022. Se l’anno prima l’esodo di massa aveva principalmente riguardato i minori albanesi, nel 2022 hanno cominciato ad imporsi numericamente i minori tunisini, con 250 unità su 640. Nel 2023 i numeri sono raddoppiati: 459 su 879. Come abbiamo visto, nel 2024 vi è stato un calo vertiginoso nei rintracci dei minori, circa il 40 per cento in meno, complessivamente. In questa direzione vanno letti due dati interessanti, quelli relativi a quanti di questi minori siano stati immediatamente collocati in prima accoglienza e quanti si sono allontanati volontariamente, rifiutando una collocazione che non comprendesse Bologna. Consultando i report giornalieri dei rintracci è facile intuire come i giovani tunisini siano stati in larga maggioranza quelli che si sono allontanati volontariamente. I collocati nel 2023 sono stati 504, mentre l’anno dopo 329. Gli allontanati nel 2023 sono stati 155 contro i 178 dell’anno successivo.
L’identikit del minore non accompagnato
Abbiamo estrapolato, a titolo esemplificativo, venti casi al fine di definire l’identikit medio del minore straniero non accompagnato. Otto di questi appartengono a nazionalità sub sahariane, i restanti sono tunisini. L‘aspetto che salta agli occhi è il rapporto familistico. In tutti i casi subsahariani, i ragazzi andati via erano in contrasto con le famiglie, con abbandoni, anche vessazioni, che comunque determinano senso di isolamento. Nei casi tunisini, invece, il rapporto con le famiglie era centrale, considerato che in metà di questi il capo famiglia è la madre, poiché il padre è assente.
Dal punto di vista della scolarizzazione, tutti non hanno superato le scuole medie: a circa 12 anni non si va più a scuola. Va da sé che è il lavoro la loro dimensione quotidiana, o per meglio dire la ricerca del lavoro, o per meglio dire ancora la possibilità di racimolare dei soldi, che tradotto significa arte di arrangiarsi… In un contesto siffatto, è semplice comprendere come l'arte di arrangiarsi, di sopravvivere possa trasformarsi in devianza: è la storia di tutte le periferie del mondo, dal secondo novecento...
Tutti i minori tunisini hanno dichiarato la volontà di essere partiti non solo per una vita migliore, ma per sostenere la famiglia. Un aspetto interessante riguarda il fatto che laddove non ci siano presenti i padri, pur essendoci fratelli o sorelle, i giovani non hanno detto di voler sostenere la famiglia, ma la madre. Insomma, la genitrice, in questo pezzo di mondo, è per definizione la famiglia.
La gioventù tunisina scende in piazza
“No all'oppressione, no al totalitarismo, no agli italiani che ci vogliono governare."
E' stato questo uno degli slogan delle proteste giovanili in piazza, che si sono svolte nel maggio del 2024. Proteste che hanno visto non tanto e non soltanto i giovani appartenenti alle fasce sociali diseredate, ma anche a quelli dell'opposizione politica, sia laica che legata al partito islamico Ennadha.
Ma quali sono le ragioni che stanno alla base della scelta di queste parole? Dal 2011, l'Unione Europea ha stanziato per la Tunisia ben 500 milioni di euro. Le speranze della popolazione erano che questi soldi venissero investiti per i macroscopici bisogni sociali, invece questo ammontare di denaro è stato indirizzato per ammodernare gli apparati di sicurezza, al fine di fare fronte alle richieste europee, soprattutto italiane, di controllo delle frontiere...
Il modello quartomondista
Il modello socio-politico tunisino è descritto da tutte le testimonianze delle Ong che lavorano sul territorio: “deportazioni di massa, arresti arbitrari, abusi di potere, aggressioni e arresti contro la stampa, avvocate, attiviste e attivisti”.
Da un reportage Melting Pot: “La guardia nazionale tunisina si è presentata la mattina del 16 aprile nell’accampamento tra i campi di ulivi a nord di Sfax. Una volta sul posto ha proceduto a effettuare arresti arbitrari di circa 40 persone: le testimonianze che arrivano dal luogo parlano di diverse persone ferite e una sicura deportazione verso il confine libico a sud-est della città. Dopo gli arresti molte tende sono state incendiate.”
Ma l'altro elemento che contraddistingue il modello istituzionale tunisino, come abbiamo accennato all’inizio, è la strategia della tensione sociale, costruita intorno alla presenza di pezzetti di popoli che provengono dall'Africa subsahariana. Nel momento in cui le istituzioni stesse fomentano il razzismo nei confronti di queste persone, il razzismo si diffonde sulle classi meno abbienti, cioè la maggioranza del paese, laddove la disoccupazione giovanile tocca il 40 per cento.
Il principio primo della comunità: la devianza
Dicevamo dell'arte di arrangiarsi, ma anche della devianza indotta dalle circostanze sociali. Beh, a ben guardare, con un occhio più attento, la devianza è un processo lineare, dando a questo termine una valenza sociologica.
Dal manuale di Sociologia di Anthony Giddens: “La devianza può essere definita come non conformità ad un complesso di norme accettate da un numero significativo di individui all'interno di una comunità o società. Nessuna società può essere facilmente suddivisa tra coloro che deviano dalle norme e coloro che le rispettano.”
Leggiamo di seguito come si sviluppa il rapporto tra violenza e devianza, in Tunisia, quella violenza che diventa diffusa, anche da parte della comunità subsahariana. In realtà essa si traduce in un sistema criminogeno di tipo verticale, dove tutti sono sistemicamente coinvolti: dall'autorità ai cittadini, i migranti sono le loro “prede” che cercano di sopravvivere: “La violenza esercitata in senso opposto – scrive Melting Pot – è ben più organizzata e diversificata: i raid della polizia nei campi per bruciare le tende e deportare a gruppi le persone, lo sfruttamento lavorativo che talvolta rasenta lo schiavismo e i veri business dietro la migrazione illegalizzata, come il recente fenomeno dei barchini “home-made” in ferro dimostra. Proprio alcuni abitanti di Jebiniana sono stati recentemente arrestati per la fabbricazione di queste imbarcazioni mortali vendute agli intermediari che organizzano le traversate in mare e che nella maggior parte dei casi hanno per passeggeri persone subsahariane che spesso non possono permettersi il costo del viaggio dentro barche più economiche”.
Tra arte di arrangiarsi e devianza
Da Fenomenologia del minori stranieri non accompagnati: “Una società tradizionale derelitta, quella tunisina, con un alto tasso di popolazione minorile, abituata, per necessità, ad aggirare gli ostacoli dell'autorità e le sue angherie, per poter sopravvivere... E' una situazione abbastanza simile, seppur con dinamiche sociali molto diverse, a quella che vivono i giovani dei quartieri del sud Italia governati dai clan mafiosi. La cinematografia neorealisa rappresentò il sud Italia con l'espressione “arte di arrangiarsi”, oggi, nelle aree depresse del mondo, si potrebbe parlare di “arte di aggirare le regole” . Ecco come si spiega il fenomeno degli allontanamenti volontari, con la strategia di ripresentarsi più volte fino a quando si riesce nell'intento... ”
Se da un lato c‘è l’idea che l’Italia possa essere una panacea contro la disperazione, dall’altro le pressioni sociali giocano un ruolo importante rispetto alle consegne di cui questi giovani sono portatori: procacciare denaro e mandarlo alle famiglie. In tal senso, le strettoie burocratiche del sistema di accoglienza, impongono spesso un arte di arrangiarsi che può sfociare nella devianza…
Una devianza dalle sfaccettature drammatiche, poiché questi giovani, sono potenziale manovalanza delle reti criminali del narcotraffico, ma sono anche vittime, poiché le loro motivazioni sono spesso dovute alle pressioni che ricevono dalle famiglie, che non possono soddisfare, anche in ragione delle norme a tutela dei minori che vigono nel nostro paese, rispetto ad esempio alla possibilità di lavorare.
FONTI
● Servizio Protezioni Internazionali, Asp Città di Bologna
● Report Pronto Intervento Sociale Bologna
● Amnesty International
● Progetto Melting Pot Europa
● Nigrizia
● Internazionale
● Dossier COI
● UNHCR
Credits: ADONIA VIP, dal sito https://www.pexels.com
