In un paese dove il sistema economico riesce a sopravvivere solo grazie alle rimesse degli emigranti, paradossalmente, la partenza diventa la salvezza non solo delle singole persone e delle loro famiglie, ma anche dell’intero assetto statale.

di Marco Marano

Sono dinamiche inversamente proporzionali alla tendenza dominante, quelle che riguardano l’esodo dei giovani gambiani, che dal loro paese arrivano nella città di Bologna. Diminuiscono complessivamente i rintracci, mentre aumenta specificatamente il numero percentuale dei minori non accompagnati gambiani.

Nel 2023 su 879 rintracci, sul territorio bolognese, 46 erano gambiani, quinta nazionalità dopo Tunisia, Egitto, Albania, Marocco, con una media mensile di 3,83. L’anno dopo su 599 rintracci 56 erano gambiani, con media mensile di 4,6, terza dopo Tunisia ed Egitto. Nel mese di gennaio del 2025 sono stati 5 i gambiani rintracciati su 50 complessivi, terza a pari merito con il Marocco, che ha, però, un andamento incostante. Nel mese di febbraio, questa tendenza inversamente proporzionale dei minori gambiani, viene confermata con 8 rintracci su 35 complessivi: seconda nazionalità dopo l’Egitto.

Elementi per un’analisi sociale

Il Gambia è uno dei paesi più poveri al mondo, con il 48,4 per cento della popolazione al di sotto della soglia di povertà assoluta, la maggioranza in ambito agricolo. Se tre quarti della popolazione vive nelle aree rurali, l’agricoltura rappresenterebbe il 65 per cento dell’occupazione. Il paradosso è però che essa, insieme alla pesca, sarebbe il principale ambito produttivo, ma ambedue settori vivono, come si dice, una forte crisi di comparto, per ragioni molto diverse…

Si tratta di un paese piccolissimo, “allacciato” al Senegal, formato da oltre 2 milioni di abitanti, di cui il 43 per cento è analfabeta, e più del 60 per cento ha meno di 24 anni. Sono andati via, e risiedono stabilmente all’estero, circa 120.000 persone, tra adulti e minori, le cui rimesse economiche costituiscono il 10 per cento del PIL nazionale. Un rapporto di Save The Childrens, tra gennaio e settembre del 2024, individuava 1659 richieste di permesso di soggiorno per minore età di origine gambiana, posizionandosi dopo l’Egitto e prima della Tunisia.

La rivista Altreconomia così spiegava in un articolo del 2023: “Le situazioni di indigenza si fanno sempre più accentuate man mano che ci si allontana dalla costa, procedendo per una delle due sole strade asfaltate che attraversano il Paese da Ovest a Est, verso l’entroterra, dove l’economia è sempre più rurale e le condizioni di vita precarie. Se nelle zone costiere, capitale compresa, le abitazioni sono costruite con mattoni crudi autoprodotti (in diverse case si trovano ammassi di sabbia e argilla, oltre a mattoni rudimentali lasciati a essiccare al sole) con un impiego di cemento quasi del tutto privo di ferro, nelle zone interne si vive invece in capanne di paglia, fango e foglie.”

Va da sé che in un paese siffatto, l’assenza di servizi pubblici essenziali attanaglia ancor di più il dolore della sopravvivenza. In realtà alcuni servizi pubblici essenziali ci sarebbero pure, ma sono tutti a pagamento: dalla scuola ai servizi sanitari. Altreconomia: Per chi ha la fortuna di avere un lavoro ben remunerato (poliziotti, insegnanti e funzionari pubblici), lo stipendio medio è di circa 3.500 dalasi al mese, equivalenti a circa 53 euro. Il costo della vita è più basso rispetto agli standard occidentali, ma non in maniera così netta: un sacco da 50 chilogrammi di riso costa 1.850 dalasi (28 euro), una lattina di Coca-cola - consumatissima nel Paese - 35 dalasi (0,55 euro), mentre un litro di benzina ne costa 75 (1,15 euro) (...) Mentre chi vende frutta e verdura o gestisce piccole attività commerciali (ad esempio i numerosi gestori di money transfer) ne guadagna in media duemila, pari a circa 29 euro al mese. Di conseguenza ogni famiglia in Gambia conta al proprio interno una o più persone costrette a emigrare per garantire la sopravvivenza di genitori anziani, fratelli più piccoli, moglie e figli inviando loro regolarmente parte del proprio stipendio. È solo grazie a questo meccanismo che l’economia gambiana si regge in piedi.”

I report internazionali

Addentriamoci allora verso la conoscenza delle vicende politiche che determinano questa condizione, simile ad altri paesi dell’Africa sub sahariana. Il rapporto di Amnesty International, 2023/24, faceva una fotografia generale qualche anno dopo la caduta del dittatore Yahya Jammeh, che governò in modo autoritario per ben 22 anni, formalmente a capo di una Repubblica Presidenziale, caratterizzata da un sistema legale misto di common law, legge islamica e consuetudinaria. Nel 2021 veniva rieletto Adama Barrow  e l’anno dopo subiva un tentativo di golpe neutralizzato dalle forze dell’ECOMIG.

Amnesty International: “Leggi draconiane hanno continuato a minacciare i diritti umani, come il diritto alla libertà d’espressione e la libertà dei media. È stata approvata una legislazione nazionale volta a prevenire e punire l’uso della tortura. La messa al bando delle mutilazioni genitali femminili non è stata concretamente applicata. Sono iniziati i procedimenti giudiziari sulle morti di più di 60 minori deceduti nel 2022, dopo avere ingerito uno sciroppo per la tosse. Il diritto a un ambiente salubre è stato minacciato dalla pesca eccessiva e dalle industrie della farina di pesce.”

Le speranze del piccolo popolo gambiano, già dal 2016, anno della sua prima elezione a Presidente, venivano riversate, appunto, su Adama Barrow, successore del dittatore defenestrato. Ma praticamente quasi nulla è cambiato. Dalla libertà di espressione ai diritti delle donne, dal diritto alla salute a quello di un ambiente salubre.

Se volessimo, tra queste, evidenziare la dimensione sociale forse più oscena, sarebbe naturale indirizzarsi verso i  diritti delle donne: “(...) la responsabile dell’agenzia delle Nazioni Unite per la salute sessuale e riproduttiva - continua il rapporto di Amnesty International -  ha dichiarato che una ragazza su due in Gambia aveva subìto la mutilazione genitale femminile e che, nonostante il fatto che questa pratica fosse stata posta fuorilegge nel 2015, il suo divieto era stato scarsamente applicato, con soltanto due casi arrivati a processo e nessuna condanna. Ha anche osservato che la povertà mestruale, ossia l’impossibilità economica di permettersi prodotti per l’igiene mestruale, toccava alte percentuali nel paese, in particolare nelle zone rurali.

Se quello della “povertà mestruale” rappresenta, in qualche modo, il passaggio per l’abisso, che va a scagliarsi sulle singole persone, l’altro aspetto del baratro è quello a carattere collettivo, che riguarda il “Rapporto della Commissione indipendente per verità, riconciliazione e riparazioni”, dove avrebbero dovuto essere descritti i crimini del dittatore Yahya Jammeh, raccontati direttamente dalla popolazione: arresti arbitrari, torture, sparizioni forzate, esecuzioni sommarie.

Ora, l’attuale Presidente, già dal 2016, aveva promesso di voler far emergere la verità su quei terribili anni. Durante la campagna per il secondo mandato, però, Adama Barrow si alleava, col vecchio dittatore, che ancora aveva largo seguito. Così concedeva l'amnistia a Jammeh, con buona pace della riconciliazione. Dal rapporto di Amnesty International: “(…) uno studio commissionato da Giornalisti per la giustizia, un’organizzazione non profit, ha evidenziato carenze nel programma di riparazione della commissione per la verità, riconciliazione e riparazione (Truth, Reconciliation and Reparations Commission – Trrc), come la mancanza di comunicazione, una limitata definizione di “vittima”, l’esclusione di alcune sopravvissute alla violenza sessuale e di genere e un risarcimento economico inadeguato. Lo studio rifletteva in particolare le preoccupazioni espresse da un’organizzazione guidata dalle vittime e i risultati di un rapporto stilato nel 2022 da diverse Ong, tra cui il Centro internazionale per la giustizia transizionale, sulle riparazioni per le sopravvissute a violenza sessuale e di genere in Gambia.”

L’economia delle migrazioni

Il 29 gennaio 2024 può essere ricordato come l’anno del “buco nero”, poiché il governo gambiano siglava con l’Italia un nuovo accordo per implementare i rimpatri dei cittadini residenti in Italia, rientranti nella categoria degli “irregolari” (quelli che fuggono senza visto). Nelle dichiarazioni del Ministro Piantedosi, con il suo omonimo Sonko, si può ascoltare la solita narrazione che capovolge il significato stesso della situazione in essere del Gambia: “(…) proseguire la collaborazione in tema di contrasto all’immigrazione irregolare, cooperazione sul piano dei rimpatri volontari assistiti”. Un accordo in continuità con quelli del passato: a partire da quello del 2015, modificato tre volte, fino a oggi.

Se alle politiche di respingimento e rimpatrio, e relative dichiarazioni, organizzate, rispettando la formula delle proprietà transitive, siamo abituati da un decennio, quello che sembra incomprensibile è la posizione del governo gambiano, il quale non potendo contare su un sistema economico strutturato, punta proprio sui denari che i migranti inviano alle loro famiglie, per sorreggere il paese. La verità di questa grottesca situazione la si può vedere in controluce, poiché sostanzialmente il governo gambiano non facilita affatto i rimpatri, ma formalmente firma memorandum con l’Italia, e anche con la Spagna…

La migrazione al telefono

Fatto sta che sono due le rotte percorse dai “fuggitivi” gambiani: il Mediterraneo e le Canarie, ambedue pericolosissime, ambedue che generano centinaia di cadaveri. Ma quello che colpisce a sentire i racconti di chi resta, è lo struggimento dei parenti, soprattutto delle madri. Nell’ottobre dello scorso anno, un reportage della rivista Nigrizia, faceva luce su questo fenomeno poco indagato, definito come “migrazione al telefono”, raccontando delle mamme che partono, restando ferme e vivono sospese per settimane, a volte mesi a volte per sempre, senza avere notizie, immaginando scenari tanto drammatici quanto probabili, in attesa di una telefonata o di un qualsiasi segnale”.

L’identikit del minore straniero non accompagnato

Abbiamo estrapolato un campione di  21 report del Pronto Intervento Sociale di Bologna tra il 2024 e il 2025, al fine di ricostruire l’identikit del minore non accompagnato gambiano, cercando di individuare il rapporto tra famiglia di appartenenza e contesto sociale. Questo perché, rispetto a quello che abbiamo visto nel paragrafo dedicato alle migrazioni telefoniche, la realtà raccontata dai ragazzi offre spunti di riflessioni altre, dato che le dinamiche sono più composite. Innanzitutto la realtà familiare con al centro la madre, sia come referente affettivo che come dimensione identitaria, non sempre risulta esserci.

Ci si trova davanti a famiglie dove raramente sono presenti ambedue i genitori o perché defunti o perché separati. Sono sempre presenti fratelli o sorelle che restano nel paese e sono da supportare, con la fuga in l’Europa. A ciò si aggiunga che ci si può trovare davanti a veri e propri “conflitti intrafamiliari”, o anche a gravi problemi di salute, che portano il minore alla fuga. Possedendo un livello di scolarizzazione bassissimo, non tutti riescono ad esempio esprimersi in Inglese, che è la lingua vettoriale colonizzatrice, ma usano le due "sub lingue" o dialetti, di quell’area subsahariana: il Mandinka e il Wolof. In tal senso le attività lavorative a cui possono aspirare sono di tipo manuale. In alcune circostanze hanno abilità acquisite per aver svolto lavori in forma artigianale in giovanissima età: dal meccanico al barbiere…

Le rotte

Il tragitto di fuga dal Gambia, verso il Mediterraneo, con meta Lampedusa, vede sistematicamente attraversare tre paesi: il Senegal, il Mali, l’Algeria, da qui le direzioni possono divergere o verso la Libia o in Tunisia, oppure in sporadici casi si decide di restare in Algeria, per salpare da quelle coste alla volta della Sicilia. Le tempistiche sono abbastanza lunghe, vanno dai sei mesi ai tre anni circa. I mezzi per attraversare questi paesi sono vetture di fortuna o organizzate da trafficanti, ma quasi sempre, alcuni pezzi di tragitto, soprattutto per oltrepassare le frontiere, vengono percorsi a piedi. In alcuni casi per raggiungere la Libia si passa dalla Nigeria. Le partenze dalla Tunisia sembrano essere sempre più numerose, poiché in Libia è sicura una detenzione nei lager, con accluse torture e taglieggiamenti.

Il nuovo modello terzomondista

Immanuel Wallerstein, nel celebre saggio, in quattro volumi, “Il sistema mondiale dell’economia moderna”, spiegava come il terzomondismo lega i paesi del centro occidentale alle periferie del sud del mondo: Esiste una fondamentale divisione del lavoro: le periferie sono chiamate a rifornire di materie prime e beni agricoli i centri, che si caratterizzano per lo sviluppo tecnologico e produttivo. Mentre acquistano i loro beni a prezzi bassi, i centri impongono alle periferie di acquistare ad alto prezzo i beni «superiori» da essi stessi prodotti.”

La sociologia ha spiegato per decenni la sudditanza dei paesi periferici nei confronti di quelli centrali. Il fenomeno della “Françafrique”, è forse quello che connota meglio questo processo storico, legato allo sfruttamento delle risorse dei paesi periferici. Il tema è quello delle Super Specializzazioni produttive, imposte dai paesi ex coloniali, mediante una nuova forma di colonialismo, non più politico ma economico. In sostanza i paesi periferici sono costretti a strutturare i loro sistemi economici sulla base di singole specializzazioni produttive, utili ai paesi centrali, creando vuoti o “buchi neri” nel sistema economico, ridefinendo la forma di sudditanza.

Oggi, per un paese come il Gambia, quel tipo di Terzomondismo sembra essere superato, poiché si è passati dalle Super Specializzazioni al Saccheggio, determinando un drammatico impoverimento proprio di quelle risorse uniche e vitali per il paese. Il caso della pesca è assolutamente paradigmatico.

Dal rapporto di Amnesty International, su una ricerca condotta tra il 2021 ed il 2022, sulle condizioni di una popolazione locale gambiana: “(…) i diritti economici e sociali della popolazione locale di Sanyang, tra cui il diritto al cibo e il diritto al lavoro, sono minacciati come conseguenza delle attività di tutti gli attori della pesca. I pescatori artigianali incontrati da Amnesty International lamentano che le loro reti da pesca vengono tagliate ogni giorno da barche straniere che si avvicinano alla riva più di quanto autorizzato, causando così una perdita economica sostanziale. Inoltre, secondo questi pescatori, quelle imbarcazioni industriali straniere pescano regolarmente, svuotando le risorse idriche indipendentemente dalle normative che proibiscono loro di pescare in una zona riservata ai pescatori artigianali, costringendoli così a pescare più lontano e più a lungo in mare. Anche i trasformatori e i commercianti di pesce artigianali sono colpiti dalla scarsità di pesce e dal suo crescente costo.”

La crisi agricola e il cambiamento climatico

Circa 1,66 milioni di persone, cioè il 63,9 per cento della popolazione gambiana risiede nelle aree urbane, mentre poco meno di un milione di persone vivono nelle aree rurali. Da un rapporto di ActionAid del 2024 scopriamo che il sistema agricolo del paese è ormai entrato in una crisi endemica a causa del dissesto climatico, che determina la siccità. Questo sta causando un esodo dalle campagne ai centri urbani.

“Secondo il World Urbanization Prospects delle Nazioni Unite, negli ultimi 20 anni l’urbanizzazione in Gambia si è realizzata a un tasso annuo compreso tra il 3,6% e il 4,8%, con una stima di 1,7 milioni di persone che vivono in aree urbane nel 2021, rappresentando oltre il 65% della popolazione totale. La mobilità indotta dal clima, proveniente dalle aree colpite dalla siccità, è già stata identificata come una causa importante della rapida espansione recente della popolazione nell’area di Greater Banjul. Questo fenomeno riflette un movimento graduale delle persone dalle aree rurali a quelle urbane, e spesso anche verso l’estero.”

Fonti

  • Servizio Protezioni Internazionali, Asp Città di Bologna
  • Report Pronto Intervento Sociale Bologna
  • Amnesty International
  • ActionAid
  • Progetto Melting Pot Europa
  • Nigrizia
  • Altreconomia
  • Asgi
  • Dossier COI
  • UNHCR
  • Save The Children


Bibliografia

  • Chirot, D., “I mutamenti sociali nel XX secolo”, Liguori, 1985.
  • Wallerstein, I, “Il sistema mondiale dell’economia moderna”, Il Mulino, 1995.

 

Link di riferimento

https://www.aspbologna.it/it/anatomia-dei-rintracci-il-caso-tunisia

https://www.aspbologna.it/it/fenomenologia-dei-minori-stranieri-non-accompagnati

 

Photo Credit: Timon Cornelissen - Immagine tratta dal sito https://www.pexels.com

 

 

Chiara Amato
Modificato in data:  21-03-2025